Il 4 novembre è la giornata dedicata al ricordo dei caduti nella Prima Guerra Mondiale. Nello stesso giorno si celebra anche l’Unità Nazionale, raggiunta proprio grazie agli sforzi militari dei tantissimi giovani che servirono al fronte. In questa data nel 1918 venne firmato a Villa Giusti l’armistizio tra l’Italia e l’Impero Austro-ungarico: Trento e Trieste entravano a far parte della penisola italiana, portando a compimento il progetto di unificazione iniziato nel Risorgimento.

Nel rammentare quei quattro lunghi anni di guerra non si può non pensare alle innumerevoli vittime del conflitto, per lo più giovani nostri coetanei, partiti per una guerra che neppure conoscevano. Molti di loro indossavano la divisa entusiasti: erano convinti di rientrare vittoriosi nel giro di pochi mesi, dopo aver prestato servizio in quella che sarebbe dovuta essere una guerra lampo, rendendo così orgogliose la propria famiglia e la proprio patria. Agli occhi di quei giovani uomini la guerra appariva soltanto come un’esperienza eroica: si figuravano nei panni di Napoleone a cavallo che valicava le Alpi, o nel mezzo del deserto a combattere contro i soldati africani nelle guerre coloniali, oppure, ancora, in camicia rossa al fianco di Garibaldi.

Molte di quelle giovani reclute provenivano da famiglie proletarie, il cui nome non contava nulla. Di fonte, adesso, scorgevano l’opportunità di passare alla storia.

Ma quei soldati sarebbero diventati presto cadaveri sepolti nella neve. Il loro nome sarebbe stato dimenticato per sempre. Le loro famiglie non avrebbero avuto un corpo da seppellire o commemorare, se non quello del Milite Ignoto, simbolo di tutti quei caduti che non fu possibile identificare.

Si assistette a un’immane tragedia: un’intera generazione venne falcidiata e l’Europa mutò per sempre volto. Il mondo di ieri, quello dei grandi Imperi Centrali, andò in frantumi.

I pochi superstiti non riuscirono mai davvero a tornare alla vita di prima. Il ricordo delle notti passate in trincea, delle mitragliatrici e della costante paura della morte non li abbandonò più.

Il Risorgimento italiano si era concluso a costo di lacrime e sangue. La luce gloriosa che avrebbe dovuto illuminare il destino dell’Italia fu però flebile quanto quella di una candela .

La guerra aveva affamato un intero paese e aumentato le divisioni interne tra la popolazione. Di lì a poco si iniziò a parlare di ‘vittoria mutilata’. L’insoddisfazione cresceva. Lo sdoganamento della violenza nella società post-bellica portò all’instaurazione del regime fascista nel 1922.

Le istituzioni non ressero allo sconquassamente del Primo Dopoguerra. Il Parlamento veniva ormai considerato un organo obsoleto, da ridurre a un bivacco di manipoli, e un singolo movimento politico poteva dotarsi di un proprio corpo armato, le camicie nere.

Nel periodo storico di grandi tensioni internazionali che stiamo vivendo, la Prima Guerra Mondiale appare come un importante monito: l’unica cosa per cui valga la pena lottare è la pace, attraverso le armi del dialogo e della diplomazia. Solo così è possibile evitare il ripetersi di simili tragedie.

4 novembre: il ricordo di una tragedia

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