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Il 2 giugno di ottant’anni fa – con le votazioni che proseguirono nella giornata del 3 – le italiane e gli italiani, muniti di tessera elettorale, si recarono alle urne per il Referendum che avrebbe delineato il nostro presente. I risultati vennero annunciati il 10 e la vittoria della Repubblica fu proclamata definitivamente solo il 18 giugno, oltre due settimane dopo quel voto.

Eppure, la Festa della Repubblica viene festeggiata nel primo giorno del referendum, non nel giorno del conferimento della vittoria. Un po’ come se stappassimo una bottiglia dopo aver consegnato la tesi, non il giorno della proclamazione o ricordassimo il giorno di fidanzamento, non quello di matrimonio. Perché, in fondo, della Repubblica noi ne festeggiamo la scelta, ancor prima del suo essersi costituita istituzione. È essersi recati alle urne che ne ha permesso la nascita.

In una realtà in cui il diritto internazionale vacilla, in cui sembra vigere la legge del più forte ma anche, considerando una dimensione quotidiana, in uno Stato in cui ci sentiamo spesso poco rappresentati o da cui non ci sentiamo ascoltati, scegliere e agire nel proprio ruolo di cittadini per la collettività si mostra come atto quantomai necessario. Nel momento in cui l’istituzione viene meno o risulta mancante è giusto ricordare da dove essa nasca e come non sia stata formata se non da mani che, prima di noi, hanno agito per delinearla così come sentivano essere giusta per il loro presente.

Rifacendoci a un autore ben precedente alla nostra Repubblica, ma che di repubblica e di politica aveva fatto la propria vita, riprendiamo due concetti da Niccolò Machiavelli. Il primo è quello del male minore, del «pigliare il meno tristo per buono». Secondo Machiavelli, «non si può mai cancellare uno inconveniente, che non ne surga un altro». La repubblica senza inconvenienti non esiste, ogni singola scelta porta a vantaggi e svantaggi proprio per la costitutiva dimensione relazionale della politica. La repubblica, dunque, si dovrà configurare come la ricerca del male minore, della continua mediazione, dell’incessante ridefinizione della direzione da percorrere.

Come un medico con il proprio paziente, il cittadino che esercita l’arte politica pone rimedio alle patologie che sorgono, prendendo decisioni che possano arginare, se non risolvere, le malattie che vi si sono presentate. Fare del volontariato, informarsi in merito ai propri diritti e doveri, contribuire nella propria comunità o nel proprio quartiere: riconoscere anche una semplice sbucciatura e porvi un cerotto contribuirà alla salute della Repubblica.

Il secondo pone lo sguardo non sul presente, ma su un orizzonte di possibilità future: il concetto del guardar discosto. Il guardar discorso è la capacità di guardare lontano: questa si manifesta nel cittadino come virtù della previsione. Prevedere quanto potrà accadere, ciò di cui potrebbe aver bisogno la repubblica. I tempi non possono essere rincorsi: occuparsi della cosa pubblica è un impegno da compiere nel momento in cui questa è garantita.

Perciò festeggiamo oggi: perché questo giorno ottant’anni fa qualcuno ha fatto una scelta e si è impegnato a prendersene cura. ♦︎