Il ciclo mediatico della violenza di genere
Le notizie sulla violenza di genere sono una presenza quasi costante nell’informazione quotidiana dei telegiornali e dei social media, un rumore di fondo nelle nostre vite. Il clamore mediatico, amplificato dall’overload informativo, anziché generare consapevolezza produce assuefazione e saturazione emotiva, inducendoci a ricorrere a scorciatoie cognitive e bias che trasformano i nostri giudizi in indignazioni di routine, destinate a spegnersi al prossimo scroll.
Per il sociologo Massimiliano Lapadura, docente della Pontificia Università Lateranense, l’indifferenza è una presa di posizione, la scelta attiva di non vedere e di non intervenire. Riprendendo il tema del bombardamento mediatico, il professore Lapadura aggiunge che l’indifferenza è anche uno strumento di difesa di fronte al flusso incessante di immagini violente, per cui la conseguenza è una progressiva anestesia emotiva e il rischio di desensibilizzazione diventa un cancro sociale.
Il documentario «Processo per stupro», andato in onda il 26 aprile 1979 su Rete 2 (Rai2), portò per la prima volta nella storia della televisione italiana un processo per violenza sessuale davanti al grande pubblico. Nelle immagini provenienti dal tribunale di Latina, il maschilismo della cultura giudiziaria e mediatica si scontrava apertamente con la graduale presa di coscienza delle donne. La difesa della vittima, affidata all’avv. Tina Lagostena Bassi, mise a nudo la violenza simbolica esercitata attraverso il linguaggio giuridico, insieme all’indifferenza sociale che circondava la donna e ne sottoponeva a giudizio la condotta, la reputazione e la credibilità.
Ancora oggi colpiscono le parole delle donne intervistate per strada nelle sequenze del documentario. Mentre condannavano moralmente le donne che definivano «moderne», alcune di loro difendevano gli uomini accusati, talvolta i propri figli. Le loro reazioni mostravano quanto i pregiudizi e gli stereotipi di genere fossero radicati nella società, fino a essere interiorizzati e riprodotti anche da una parte del mondo femminile.
I media, e in particolare i telegiornali, esercitano un potere simbolico che va ben oltre la cronaca dei fatti. Simona Sala, giornalista e dirigente che ha guidato diverse strutture della RAI, dalle reti radiofoniche al TG3 e all’Intrattenimento Day Time, osserva come la costruzione della scaletta editoriale di un notiziario (agenda setting) esprima sempre una gerarchia di rilevanza. La posizione assegnata a una notizia, il tempo che le viene dedicato e il framing attraverso cui viene raccontata stabiliscono quali fenomeni sociali debbano essere illuminati o siano destinati a rimanere ai margini,
Il 5 gennaio 1954, all’indomani dell’avvio delle trasmissioni televisive regolari della RAI, il giornalista Luigi Barzini esplicitava in un articolo sulla Stampa di guardare «con spavento» alle responsabilità di quanti avrebbero dovuto dirigere una simile macchina (la televisione) e le sue manifestazioni di rilevanza per il pubblico, concretizzate nella capacità di istruire e commuovere, ma anche di fare del bene o del male al Paese. «La vita culturale del Paese sarà nelle mani di pochi uomini» (e donne), concludeva lo stesso Barzini.
Decidere se una notizia debba aprire o chiudere un’edizione determina quale porzione della realtà collettiva avrà visibilità e quale verrà marginalizzata. Scegliere di aprire un notiziario con un femminicidio, anche quando nel mondo infuria una guerra, è una dichiarazione di intenti che richiede il coraggio di sottrarre la violenza di genere alla posizione periferica cui spesso viene relegata.
L’attore Daniele Monterosi offre una prospettiva radicale nella capacità di riconoscere quella che definisce la «zona d’ombra», quella parte oscura che esiste in ogni essere umano. Interpretando personaggi tragici come Otello di Shakespeare, Monterosi racconta la necessità per l’attore di incontrare dentro di sé la radice della gelosia e della furia che portano al femminicidio di Desdemona, per comprenderne l’origine umana. Riconoscere la violenza, che prima di essere un fatto è una possibilità umana, significa smettere di proiettarla solo sull’altro e assumersi la responsabilità della propria ombra.
Barbara Strappato, dirigente della Polizia di Stato e della Polizia Postale, racconta come dopo anni di lavoro con donne vittime di maltrattamento abbia scardinato molti preconcetti sulla presunta debolezza o dipendenza di chi non denuncia il partner violento. Nei casi da lei osservati il punto di rottura non coincideva con la soglia di dolore personale, ma nel momento in cui avvertivano il rischio che quella violenza avrebbe potuto rivolgersi contro i figli, ormai abbastanza grandi da intervenire in loro difesa.
La cultura del possesso si estende anche alle piattaforme digitali, le quali non sono esenti dalla responsabilità della circolazione di immagini accompagnate da commenti espliciti di sessismo e misoginia, che riducono le donne a oggetti di consumo e intrattenimento. Il riferimento è al gruppo Facebook “Mia Moglie”, rimosso da Meta il 28 Agosto 2025 con la seguente accusa da parte della procura di Roma di diffusione illecita di immagini sessualmente esplicite. Si trattava di un forum online nel quale 32 mila utenti iscritti, comprese alcune donne, condividevano e commentavano con allusioni e fantasie sessuali le immagini di corpi nudi, pubblicate senza il consenso delle persone ritratte.

La cultura del controllo, normalizzata fin dai banchi di scuola attraverso il registro elettronico, insegna a vivere sotto uno sguardo costante che rende immediatamente tracciabili assenze, ritardi, voti e comunicazioni, riducendo gli spazi di autonomia dei giovani. Tra questa sorveglianza istituzionale e il controllo coercitivo esercitato da un partner corre una sottile differenza, da cui potrebbe nascere la distanza emotiva con cui impariamo a sopportare il controllo e la gelosia in una relazione.
Come sosteneva Zygmunt Bauman, viviamo in una modernità liquida, dove ogni aspetto della vita può essere rimodellato e ripensato, poiché nulla possiede dei contorni netti e la labilità dei legami pervade qualsiasi costruzione dell’epoca attuale. Forse è tempo di tornare a una forma di «solidità» sociale, capace di opporsi all’indifferenza e di restituire un senso di responsabilità collettiva alla complessità della violenza di genere.♦︎
Illustrazione di Elisa Porta





