In un’epoca in cui scenografie spettacolari, tecnologie luminose e macchinari complessi dominano la scena, è facile dimenticare che il teatro, proprio come la natura, nasca dalla semplicità. Molto prima che diventasse un apparato tecnico a tutti gli effetti, il teatro era un corpo che agiva davanti a un altro corpo: un rito condiviso, spesso all’aperto, tra pietre, alberi e fuochi. Oggi, quando parliamo di “natura”, pensiamo spesso a un altrove incontaminato, in qualche modo, lontano dalla cultura. Ma forse il punto è un altro: la natura non è ciò che sta fuori dall’uomo, è ciò da cui siamo nati. È proprio qui che l’arte, e in particolare il teatro, può diventare un modo per ritornare alle origini.
È in questa direzione che voglio portarvi, raccontandovi un argomento che all’università, durante il corso di Teatro, mi aveva profondamente colpito: il lavoro di Jerzy Grotowski, fondatore del cosiddetto Teatro Povero. Una pratica che oggi risuona più che mai ed è sorprendentemente attuale.
La sua visione dell’arte scenica è una dichiarazione d’amore all’essenzialità: un ritorno al fulcro vivo dell’esperienza, fatto di corpo, respiro, relazione. Un ritorno, potremmo quindi dire, alla natura.
La parola “povero” può trarre in inganno inizialmente: non si tratta di un teatro mancante, anzi.
Grotowski parte da un’idea semplice e potentissima: il teatro ha bisogno soltanto di un attore e di uno spettatore. Tutto il resto, costumi, scenografie, trucchi, effetti, diventa accessorio. A volte utile, certo, ma spesso un ostacolo. È l’opposto della natura, che invece elimina ciò che non serve e conserva solo l’essenziale. Grotowski osserva che l’arte, come un ecosistema, cresce meglio quando è libera da elementi superflui. Il suo Teatro Povero è un ambiente biologico in cui l’attore può emergere nella sua energia più pura, senza filtri. È un teatro che si spoglia, come fa un albero in inverno, per tornare più vivo.
La natura, del resto, non è maestra solo di cicli ma anche di sottrazione. In biologia si parla spesso di “evoluzione per semplificazione”: alcune specie, nel corso del tempo, perdono organi o funzioni perché non sono più necessari alla loro sopravvivenza. È un processo incredibile, in cui si acquista vita eliminando ciò che è superfluo. Grotowski, forse senza pensare in termini scientifici, applicava al teatro una logica molto simile: togliere, togliere ancora, finché resta ciò che serve davvero. Come accade in natura, la forza nasce dalla semplicità, e la semplicità non è mai povertà, ma precisione.
La natura ci insegna che tutto procede per cicli: germogliare, crescere, maturare, riposare. Le sessioni di Grotowski non erano mai una corsa alla prestazione, ma un alternarsi di intensità e silenzi, di sforzo e ascolto. Come una grande foresta che sa quando espandersi e quando fermarsi, anche l’attore era invitato a seguire un ritmo organico, più vicino alla vita che alla tecnica.
Uno degli aspetti più affascinanti del metodo grotowskiano è la sua considerazione dell’attore che non era un interprete e nemmeno un “esecutore”, ma un organismo vivo, complesso e naturale. Il suo compito non è imitare la vita: è ritrovarla, riscoprirla, farla riaffiorare. Durante le sessioni di training, il lavoro fisico diventava quasi un rito. Erano molto celebri gli esercizi al buio dove Grotowski chiedeva agli attori di muoversi in una sala completamente oscurata, come se fossero “animali nella notte”, per risvegliare i sensi assopiti. Non era un gioco, era un tentativo di ritornare a una percezione più originaria, meno filtrata. Ryszard Cieślak, il suo attore più rappresentativo, raccontava che dopo certe sessioni gli sembrava “di aver attraversato una foresta interiore”. Non voleva essere poetico: era la sensazione reale di un corpo che si ritrova, che torna a funzionare secondo un ritmo naturale, libero da posture sociali, da aspettative, da ruoli. In un’altra occasione, un attore completamente sfinito dal lavoro fisico iniziò a tremare e alcuni compagni cercarono di aiutarlo, ma Grotowski li fermò dicendo: “Lasciate che la sua energia trovi il suo corso”. Lo considerava un processo naturale, come il modo in cui un albero, piegato dal vento, ritrova poi da solo la propria stabilità. Per Grotowski anche la voce appartiene alla natura. “La voce è un fiume”, diceva, come qualcosa che scorre, che porta con sé memorie antiche, che collega passato e presente. Il suo lavoro vocale si ispirava ai suoni della natura e ai canti dell’Europa dell’Est, molto spesso legati alla campagna, al lavoro nei campi o al ritmo delle stagioni. Gli attori erano incoraggiati a trovare una voce “di radice”, non impostata, non estetizzata. Durante una sessione, un’attrice emise un suono gutturale, simile al richiamo di un animale. Pensava di star “sbagliando”, ma Grotowski le disse: “quel suono non viene dalla gola. Viene dalla terra sotto di te”. Era il suo modo di dire che la voce appartiene a un mondo più vasto: non è solo tecnica, è memoria del corpo, memoria del territorio. Il legame tra natura e teatro non era solo metaforico. In alcune fasi del cosiddetto parateatro, Grotowski portò i suoi attori a lavorare nei boschi. Camminate silenziose tra gli alberi, ascolto del vento ed esercizi di immobilità. Non per “fare teatro nella natura”, ma per ricordare che l’essere umano è parte di un ecosistema. Un’attrice raccontò una prova in una radura, all’alba. Tutti erano scalzi e camminavano in cerchio finché la luce del sole non colpì loro le spalle. “Fu la scenografia più potente che avessimo mai avuto”, disse. E non c’era nulla di costruito: c’era solo la natura, con il suo tempo e la sua precisione.
Anche negli spazi chiusi, Grotowski continuava a invitare gli attori ad ascoltare l’ambiente. Durante le prove dello spettacolo “Akropolis”, spense tutte le luci lasciando solo due lampadine oscillanti dicendo: “La luce naturale è movimento continuo. Usatela, non imitatela”. Un altro giorno li costrinse a spostarsi nella sala per ore senza una direzione. Quando gli chiesero perché, rispose che ogni luogo aveva un clima e bisognava ascoltarlo. Era un invito a percepire lo spazio come fosse un paesaggio, con correnti, temperature diverse e zone d’ombra. Il legame tra teatro e natura si intrecciava per Grotowski anche con l’antropologia. Una volta fece un viaggio in Messico che lo segnò profondamente: assistette a un rituale indigeno in cui canto, corpo e comunità si fondevano in un’unica energia. Al ritorno disse ai suoi attori: “quel rito è più teatro di molti spettacoli che vediamo oggi”. Per lui il teatro non doveva imitare la vita, doveva essere vita. Come un fenomeno naturale: non rappresenta nulla, accade e basta.
Oggi parliamo molto di sostenibilità, di ridurre gli sprechi, di ascoltare i ritmi della natura ma Grotowski praticava un’ecologia teatrale già negli anni sessanta e rifiutava le scenografie imponenti, gli effetti speciali invasivi della grande “macchina teatrale”. Un giornalista gli chiese il perché e la sua risposta divenne molto famosa: “se vuoi ascoltare il canto di un uccello, non puoi riempire la foresta di macchine”.
Il Teatro Povero è esattamente questo: uno spazio libero in cui la verità dell’attore può risuonare senza rumore di fondo. Guardando al Teatro Povero attraverso gli occhi della natura, diventa evidente che per Grotowski il teatro non è un’illusione. È un organismo vivente. Gli attori sono corpi naturali che cercano autenticità. Lo spettatore non è un osservatore passivo: è parte dell’ambiente. Lo spazio scenico è un habitat che cambia e ha un proprio respiro. La regola è sempre la stessa: eliminare per trovare. Come un bosco che si rigenera lasciando cadere le foglie, il teatro ritrova la sua forza quando si libera del superfluo. Guardare la natura attraverso Grotowski non significa fare una sorta di ecologia romantica, ma riconoscere che l’essenzialità è un valore artistico.
La natura credo proprio non sia un semplice sfondo: è un modello di vita, una guida silenziosa che ci ricorda ciò che abbiamo dimenticato. Ogni stagione, ogni mutamento, ogni piccolo movimento di un ramo ci parla di trasformazione, di equilibrio, di essenzialità. Forse anche noi, proprio come il teatro di cui abbiamo parlato, per essere davvero vivi, abbiamo bisogno di tornare a respirare senza fretta, a muoverci con autenticità, a liberarci da ciò che ci appesantisce più di quanto ci sostenga.
Viviamo spesso come se fossimo separati da ciò che ci circonda, come se la natura fosse un luogo da visitare e non un luogo a cui apparteniamo. Ma l’essere umano nasce dalla terra tanto quanto un seme; ha bisogno di luce, di spazio, di ritmo, di silenzi, proprio come qualsiasi altra forma di vita. Non siamo diversi: siamo continuità dello stesso respiro.
La natura ci insegna che nulla cresce sotto pressione costante, che tutto ciò che vive ha bisogno di pause, di cicli, di un tempo lento in cui rifondarsi. E allora credo che sia questo il punto: rallentare, ascoltare, togliere il superfluo, tornare a ciò che è necessario. È un gesto semplice ma rivoluzionario. Lo è per un attore in scena e lo è per noi nella nostra vita quotidiana.
Forse abbiamo semplicemente bisogno di ritrovarla, la nostra vera natura: quella che non si misura in rumore, ma in presenza, quella che non percepiamo nell’ accumulo, ma nel respiro. Una natura che non abbiamo perso davvero (spero), ma abbiamo solo smesso di ascoltarla. ♦︎
Fotografia di Eleonora Zulli





