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Forse non ci sono giorni della nostra adolescenza vissuti con altrettanta pienezza di quelli che abbiamo creduto di trascorrere senza averli vissuti, i giorni passati in compagnia del libro prediletto.

Del piacere di leggere, Marcel Proust

Se anche voi, come me, avete passato molte o alcune giornate della vostra adolescenza con il naso tra le pagine, vuol dire che, a un certo punto della vostra infanzia, vi sarà capitato per le mani un libro che vi ha iniziato alla lettura. Io ricordo nitidamente un pomeriggio di pioggia di tanti anni fa, aspettavo un taxi sotto l’ombrello abbracciato alle gambe di mia madre, dove andassimo non lo ricordo, ma ricordo perfettamente che saliti sul taxi, le mie mani curiose e leggermente umide avevano tirato fuori dalla tasca posteriore del sedile davanti un libro che vi faceva capolino: era il manoscritto di Nostratopus di Geronimo Stilton. Avevo preso a sfogliarlo e ne rimasi folgorato. Chiesi al tassista se potessi portarlo a casa, mi sorrise e mi disse di sì, che era lì perché era stato dimenticato da qualcuno e che ora era mio.

Da quel momento la lettura divenne la mia più fedele compagna: riempii la mia cameretta di libri e più crescevo più la lettura cresceva con me, in grandezza di formato e pagine e in grandezza e raffinatezza degli autori; divenni un appassionato di storie. E il piacere della lettura e la passione per le storie mi hanno portato per la prima volta al Salone Internazionale del Libro di Torino l’anno scorso. È stata la prima volta che la letteratura, che avevo sempre vissuto un po’ in solitudine, condivisa con pochi eletti fra i miei amici, era diventata qualcosa da condividere con molti e sconosciuti. Christopher Vogler, forse, lo chiamerebbe «richiamo all’avventura»; come spiegare altrimenti il bisogno che ha mosso me e un numero gigantesco di persone verso il Salone?

Quest’anno sono partito di venerdì mattina. Roma Termini, alle sette, era già un viavai di gente, migliaia di storie che si sfioravano. Con me, c’era il mio amico Riccardo, scrittore. Saliti e sistemati ognuno al proprio posto, il tempo di guardarmi intorno, mi sono accorto che insieme a noi c’erano molte persone in direzione del Salone e non era difficile capirlo: la maggior parte aveva un libro in mano. Non c’è un treno più bello di quello che va al Salone, nemmeno l’Orient Express. Tanti gli occhi che non si staccavano dai libri, chi leggeva romance, chi la Littizzetto, chi Barbero. Tutti quelli che, solo per un attimo, si guardavano intorno, sorridevano a mezza bocca. Dovevano aver fatto il mio stesso pensiero: che bello essere tra persone con le stesse passioni, con la voglia di conoscere nuove storie, di viaggiare e tornare con sacche piene di libri nuovi.

«In prima classe c’è Zerocalcare, l’hanno visto salire a Roma, incazzato nero», disse un ragazzo in compagnia di amici. Forse non avevano più di diciotto anni.
«Anche Zerocalcare si potrà incazzare, no?», rispose l’altro.
Il terzo sentenziò: «Per me no!» e incominciò ad argomentare ma, essendo ormai lontani, non riuscii più a sentirli. Una cosa bella del Salone è che ti permette di conoscere gli autori che altrimenti, se non frequenti le presentazioni dei libri, rischiano di essere solo nomi e cognomi sulle copertine. Venendoci a contatto, invece, scendono dal piedistallo e ne puoi riconoscere l’umanità; quando sono lì con il microfono in mano, intervistati davanti alla platea, ne vedi la stanchezza, ne riconosci lo spirito, scopri se quello che hai letto si rispecchia nella persona oppure no, e se così non fosse, tanto meglio. Lo trovo molto bello.

«Sembra che ci possa essere ancora speranza per un fermento culturale italiano degno dei secoli passati, degli intellettuali, un’Italia di lettori e lettrici» scherzava Riccardo.
Il suo posto era poco distante dal mio, qualche fila dietro, e si era avvicinato per chiacchierare: «Ho letto che nel 1988, quando per la prima volta hanno aperto il Salone del libro, si stimava che in Italia un italiano su due, in un anno, non leggesse nemmeno un libro. Beh, oggi non è più così, guardati intorno. E questo è un bene».
Anche lui aveva notato la quantità di lettori tutti stipati nella nostra carrozza, ma aveva capito anche il contesto reale e per questo ci ironizzava. Rischiavamo di rimanere delusi se avessimo pensato che quella non era che una bolla e che in Italia, per davvero, c’erano tanti lettori e lettrici quanto nella nostra carrozza.
«A onor del vero, c’è da dire che il mercato dell’editoria, in Italia, è rimasto costante dal boom positivo della pandemia e anche in questo 2026 sembrerebbe che stia andando molto bene», concluse.

Io presi dal mio zaino il libro che avevo portato con me e mi immersi nella lettura. Ogni libro che mi accompagna nei viaggi ha per me automaticamente un legame con esso; quando leggo, cerco delle connessioni logiche tra la vita che vivo e ciò che il racconto mi propone per cercare di stupirmi. È un esercizio di stile. Per esempio, se faccio un viaggio in nave e nel libro che mi sono portato dietro il protagonista prende una nave, questo mi stupisce e mi diverte. Durante questo viaggio stavo leggendo Il velo di Iside di Pierre Hadot, che prende in esame l’idea della natura nascosta delle cose e di come noi esseri umani ci siamo rapportati con essa nel corso della storia: ignorandola, aggredendola con la tecnica o cercando di stare in armonia con essa. Fare quel giochino con un saggio filosofico è certamente più difficile, ma ho provato a capire, attraverso le tre modalità proposte dall’autore, tre modalità con cui le persone si approcciano al Salone.

Lasciando da parte chi lo ha ignorato, ci sono due tipi di persone al Salone: la prima si è informata, conosce ogni stand, ogni angolo, si è prenotata dal sito ogni autore che le interessa, sa dove vengono distribuiti i gadget gratuiti e mangia alle undici per evitare le code o si è portata il pranzo da casa. La seconda, invece, si lascia portare dal flusso delle persone, gira tra gli stand per lasciarsi scegliere dal libro, come la bacchetta il mago, e se qualcuno le regalava qualcosa, ne rimane stupita e ringrazia più volte. Questa persona, verso l’una, quando la pancia inizia a brontolare, si trova davanti code chilometriche prima di poter arrivare alla cassa e ordinare il suo pranzo. Io e Riccardo eravamo a metà tra questi due tipi: a qualche presentazione ci eravamo prenotati, ma ci lasciavamo anche stupire da quello che ci proponeva il momento. Abbiamo passato lì tre giorni molto proficui: abbiamo ascoltato e visto quello che desideravamo e io ho comprato alcuni libri ambiti dalla mia wishlist. Per caso siamo passati davanti allo stand della Piemme Editore e c’era Geronimo Stilton, il cartonato: mi ha fatto un cenno di assenso, anche lui sapeva.

Il sabato è stato il giorno più pieno di persone: c’era la calca, gli stand erano stracolmi e c’erano pochi spazi liberi per camminare. Noi abbiamo passato molto tempo alle presentazioni e ce la siamo cavata bene. In quei giorni il mio contapassi ha registrato un aumento considerevole di movimento, mi ha fatto i complimenti e mi ha detto di continuare così ma temo che lo farò rimanere deluso. Sono sceso dal treno di ritorno domenica sera, molto tardi. Ho passato il viaggio verso casa alzando gli occhi dal saggio filosofico solo per guardare il mare e in quelle ore l’avevo finito. A Roma Termini, oltre a noi, era rimasto ancora qualche rimasuglio di gente che partiva. La stanchezza iniziava a farsi sentire e anche lo zaino pieno di libri. Avevo comprato vari romanzi, qualche saggio sul cinema e qualche libro da regalare a chi forse non li leggerà mai. Mi rendo conto che quello che mi sono davvero portato dietro non sono i libri o i buonissimi grissini torinesi di cui ho fatto la scorta, e nemmeno gli incontri, le parole e le risate. Tutto quello che davvero mi ha dato il Salone è la piacevole sensazione di voler continuare a leggere storie nuove.

Saluto Riccardo che va via con sua moglie. Io prendo il taxi. Apro lo zaino e tiro fuori la nuova edizione del Manoscritto di Nostratopus, me lo passo tra le mani, gli do un’occhiata, le scritte colorate e l’odore della carta non sono cambiati. Di nascosto lo infilo nella tasca posteriore del sedile del guidatore, faccio finta di niente, chissà che fine farà quel libro. Gli auguro di iniziare qualche altro bambino curioso alla lettura, poi smetto di pensarci e mi distraggo guardando l’illuminazione dei negozi delle strade della città. ♦︎