Le donne libere sono scandalose. Quelle che non si riconoscono nei ruoli tradizionali sono disturbanti, perché potrebbero deragliare in chissà quale direzione: trasversalmente, in modi differenti, le donne che non si inseriscono nelle caselle predefinite, sono quasi aliene, tenute d’occhio con sospetto nelle società più progressiste, bersagliate e oscurate in quelle più conservatrici.

Durante i secoli delle monacazioni forzate, molte donne venivano rinchiuse in convento perché se non si sposavano, non erano protette e perciò diventavano problematiche. Il loro corpo diventava spesso una gabbia per sé stesse, perché non ne disponevano, mentre secondo il mondo esterno poteva essere una minaccia oppure un bene collettivo su cui tutti, tranne le proprietarie, avevano potere decisionale.

Le scelte di vita femminili e le doverose pretese in termini di libertà e diritti, spesso basilari, che sono state avanzate specialmente nell’ultimo secolo, destabilizzano ancora intere società che, in nome di moralità o tradizione, fanno fatica a vedere le donne alla pari degli altri; alcune rivendicazioni legittime sono intese ancora oggi come richieste negoziabili, i diritti a volte sono delle concessioni, qualcosa che può essere sempre ridefinito, rinegoziato o addirittura negato.

La giornata dell’8 marzo non coincide con una ricorrenza in cui si approfitta per trascorrere una serata di festa e non è nemmeno un rituale meccanico, dovuto e quindi vuoto, in cui si è chiamati a riflettere e a dire la propria per poi tornare alla vita normale; forse, il senso dovrebbe essere tradurre un singolo momento in un’attività abituale di azioni e riflessione critica che possano diventare parte integrante e spontanea di ognuno.♦︎






