La Fede
Ho due quadri di santi appesi al muro. I miei preferiti. Un’immagine ritrae la faccia dell’uno due settimane prima che morisse, l’altro, è un ritratto frontale in cui gli occhi ti guardano sempre da ogni angolazione.
Non sono una persona religiosa. Non lo sono mai stata. Ma sarei, invece, di certo bugiardo, se vi dicessi che non ci ho provato.
In un periodo della mia vita ho cercato la fede, e l’ho fatto partendo esattamente da dove potresti aspettarti di trovarla: nelle chiese.
La ricerca
La prima in cui cercai era una chiesa evangelica battista. Ricordo quando entrai la prima volta – spoiler: fu anche l’ultima. Sembrava che durante la celebrazione tutti si conoscessero. Trovai il rito noioso e privo di quello che andavo cercando: una saggezza, una verità, che arrivasse come schiaffo in faccia per costringermi a pensare. Mi aspettavo un’illuminazione; come direbbe Jake Blues –interpretato da John Belushi ne The Blues Brother, «ho visto la luceee!»
Beh ecco, sappiate che è stato fallimentare. Non trovai nessuna verità quel giorno, solo un tremendo fastidio per le continue spinte del predicatore a farmi avanti per raccontare come mai quel giorno fossi lì. E ad ogni spinta quelle trenta persone si giravano sulle panche scricchiolanti; si giravano e mi fissavano aspettandosi qualcosa da me. Curioso vero? Pensare che fossi stato io a dovergli dare qualcosa mentre io stesso mi trovavo lì per prendere qualcosa da loro.
Tornai a casa e raccontai tutto ai quadri. Poi gli chiesi consiglio. Dove sarei dovuto andare?
Feci tappa nella chiesa cattolica del paese in cui ero cresciuto. Certamente più piccola di quanto la ricordassi. Così piccola che già sentivo lo sforzo per entrarci. Ecco come si deve sentire quel testardo cammello che si ostina a passare per la cruna dell’ago.
In quel periodo la parrocchia non aveva un parroco ma un sacerdote esterno andava a celebrare la messa. Che sfiga, il sostituto!
La liturgia della settimana era la stessa dell’anno prima e di quello prima ancora. Qualcosa dal Libro dei Giudici che parlava di un certo Sichem e di tutta la città di Bet Millo che proclama un certo re con un nome che non ricordo.
Ascoltai l’orazione. La trovai tremendamente noiosa. Tremendamente schematica e vuota. Parole ripetute e totalmente avulse da un contesto. A chi le stava dicendo? Per chi le stava dicendo? Certamente non per me, e non per la mia vita. Mi guardavo intorno e c’era sofferenza, cristo soffriva, le figure nei quadri soffrivano, ma soprattutto le persone in quella chiesa soffrivano. La sofferenza per la sofferenza. Perché scegliere di stare nel luogo della sofferenza, nel luogo della colpa perenne?
Non sapevo rispondere. Ma a circa dieci anni dalla mia cresima (l’ultima volta che avevo messo piede in una chiesa cattolica per mia volontà) mangiai di nuovo un’ostia. L’unica parte interessante di questa mia ricerca.
La liturgia finì con un:
«Il cibo che abbiamo ricevuto compia in noi la sua opera, o Signore, perché, nella memoria di san Bernardo, confermati dal suo esempio e istruiti dal suo insegnamento, siamo rapiti dall’amore del tuo Verbo fatto uomo. Egli vive e regna nei secoli dei secoli.»
E mi sentii a disagio; “e regna’’? Su cosa su una moltitudine di persone tristi? No grazie. E specialmente non voglio una persona che “regni’’ sulla mia vita.

La retta via
Avevo bisogno di qualcosa di più umano e meno dogmatico. Non avevo bisogno di una verità universale, ma di una guida per trovare la mia verità.
La mia fede doveva finire in un modo di pensare, di approcciarsi al mondo.
Tornai a casa e mentre parlavo con i quadri, iniziai a guardarli in modo diverso: gli parlavo in inglese. Era un modo per essere certo che ci saremmo capiti. E se arrivi a parlare a delle fotografie in inglese è perché ci credi veramente. E se credi allora hai fede.
Io ho sempre creduto che la loro coscienza fosse nella natura. Ho sempre creduto che le energie elettriche della loro essenza in qualche modo potessero essere nel mondo. Esattamente come il Dio cattolico, anche loro sono in ogni cosa.
Così gli ho sempre parlato. Parlavo a quella foto di profilo di Johnny Cash; un settantenne, malato, con i capelli bianchi e radi, gli occhi con il glaucoma e la mandibola distrutta da più di trenta operazioni, le ossa della spalla spigolose che sembrano tenére – come una gruccia – la sottile camicia nera.
Altre volte mi rivolgo al ritratto di Leonard Cohen che sembra guardarmi sempre, in giacca e cravatta con il cappello. Lui utile per dirimere questioni più artistiche. Il primo un nonno, il secondo un maestro.
E ascolto i loro salmi, giorno dopo giorno, anno dopo anno. Centinaia di volte.
E ascolto i loro inni, e imparo a guardare il mondo.
E ascolto le loro voci per non stare da solo. Quando devo pensare.
E affido i mie dubbi alla culla della loro voce.
E non mi stanco mai, che sia estate o inverno che fuori piova o si senta lo scrosciare del mare; che io abbia cambiato casa, città o paese, loro, li porto sempre dentro.
L’illuminazione
Ecco forse la fede non è qualcosa che ho, ma è qualcosa che succede, che succede dentro la mia testa, che succede dentro il mio cuore. Forse la fede è un fatto totalmente privato che ha a che fare con me e me soltanto.
È uno slancio tra il proporre un quesito e il rovistare dentro di noi, con gli strumenti che il nostro Personal Jesus, che veneriamo, ci ha dato per sforzarci a trovare una risposta diversa da quella che superficialmente potremo dare noi.
La musica è sempre stata la mia religione, e loro, i miei profeti.
E non esiste, ancora adesso, un momento in cui non siano la boccata d’ossigeno che prendo con la testa sopra le onde dopo aver toccato il fondale.
Alla fine la fede non è una questione di credere, ma una questione di star bene. Quindi scegliete come fede qualsiasi cosa vi faccia sentire completi, vi realizzi l’anima nel disegno che più si addice alla vostra esistenza. ♦︎
Illustrazione di Susanna Galfrè




