Decidere è un atto apparentemente semplice. In realtà è uno dei gesti più violenti che possiamo compiere contro l’inerzia. Scegliere significa rompere una traiettoria, esporsi, accettare che qualcosa non tornerà più com’era. E forse è per questo che, oggi, decidere fa così paura.
Viviamo in un tempo in cui le decisioni globali sembrano lontane, astratte, prese altrove. Guerre decise in stanze chiuse, economie che oscillano per scelte fatte da pochi, politiche climatiche costantemente rinviate. A noi resta la sensazione di non decidere più nulla, ma solo di reagire: alle crisi, agli algoritmi, all’urgenza permanente. Reagire è più facile che scegliere. Reagire non lascia firme.
Eppure anche il non decidere è una decisione. Ed è quasi sempre quella che pagano altri.
La società contemporanea ama raccontarsi come reversibile, flessibile, aggiornabile. Come se ogni errore potesse essere corretto, ogni conseguenza rimandata. Ma la realtà non funziona così. Non esiste un tasto “annulla”. Ogni scelta lascia una traccia. E ogni rinuncia apre uno spazio che verrà occupato. Spesso da chi ha meno scrupoli, più potere, più tempo.

C’è voluto un pinguino per aprirci gli occhi sul valore delle decisioni
In questo vuoto di responsabilità si è infilato, negli anni, il Nihilist Penguin.
L’immagine nasce da “Encounters at the End of the World” di Werner Herzog, 2007: un pinguino che improvvisamente si stacca dalla colonia e inizia a camminare verso l’interno del continente antartico. Non verso il mare, non verso il cibo, ma verso le montagne. Settanta chilometri di nulla. Una direzione che non porta da nessuna parte. Una scelta che equivale a una condanna. Herzog lo racconta senza sentimentalismi: quel pinguino non tornerà indietro. Non è perso. Non è confuso. Sta andando via.
Nelle scorse settimane nel 2026, quell’immagine è diventata un meme. Ma non uno qualsiasi. Il Nihilist Penguin è diventato il simbolo di una ribellione muta, di un rifiuto radicale delle traiettorie imposte. Non l’eroe che cambia il sistema, ma chi decide di uscirne. È il burnout trasformato in gesto. L’esistenzialismo tradotto in camminata ostinata verso il nulla… o forse no.
Non è indecisione. È una decisione estrema.
Ed è qui che il pinguino smette di essere solo un meme e diventa uno specchio. Perché quella camminata contro ogni logica sociale e biologica parla anche di noi. Di una generazione che percepisce le strutture, lavoro, politica, futuro, come trappole senza uscita. Di una società che chiede adattamento continuo ma non offre senso. Di individui che non si riconoscono più nella colonia, nella community che ci avvolge e ammorba, ma non vedono alternative praticabili.
Il pinguino non si chiede “perché?”, se lo chiede il cameraman non a caso. Semplicemente smette di partecipare.
La differenza, però, è che mentre lui paga immancabilmente il prezzo della sua scelta, noi viviamo nell’illusione che si possa restare sospesi. Fermi. A metà. Come se non decidere fosse una posizione neutra. Ma il mondo non aspetta. Le decisioni vengono prese comunque: dai mercati, dai governi, dai sistemi automatici, dai rapporti di forza. L’assenza di scelta non è libertà. È delega totale.
La natura, almeno, non finge. Decide e basta. Anche quando siamo noi a costringerla a farlo con le nostre scelte economiche, industriali, ambientali. E le sue decisioni sono definitive. Le nostre, invece, pretendono sempre una proroga.
Ha ancora senso decidere di scegliere?
Forse il punto è proprio questo: abbiamo svuotato la decisione di significato, lasciando solo due opzioni apparenti, adeguarsi o sparire. Ma una società che smette di decidere consapevolmente smette anche di immaginare alternative. Le decisioni non sono mai neutre: costruiscono normalità, disuguaglianze, possibilità.
Decidere oggi significa rallentare, non fuggire. Sottrarsi alla reazione automatica, ma anche al nichilismo elegante del “me ne vado”. Significa assumersi il rischio dell’errore, dell’impopolarità, della complessità. Significa restare dentro il conflitto invece di camminare verso le montagne per scomparire.
Il pinguino di Herzog ha scelto di andare via. Noi dobbiamo ancora decidere se restare fermi, adeguarci, o cambiare direzione insieme. Perché il futuro non arriva per caso. Arriva come conseguenza diretta delle scelte che facciamo, o che lasciamo fare agli altri.
E ogni giorno, che lo vogliamo o no, stiamo già camminando da qualche parte. ♦︎
Illustrazione di Susanna Galfrè





