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“Fai rumore” cantava Diodato nel 2020, vincendo il Festival di Sanremo con un brano drammaticamente profetico del “silenzio innaturale” che sarebbe calato poco tempo dopo in quasi tutto il mondo. Un silenzio portato dal Covid, dall’isolamento del lockdown, dallo svuotamento delle strade e dall’incredulità generale per quello che stava accadendo all’umanità. Una situazione riassunta mestamente bene dall’immagine di Papa Francesco che prega da solo sotto la pioggia durante la veglia pasquale, in una Piazza San Pietro deserta.
Fare rumore, allora, appariva come il modo migliore per strappare le persone da quell’incubo nel quale si erano improvvisamente risvegliate.

A sei anni di distanza da quel marzo 2020 che diede il là alla parentesi della pandemia e che costrinse l’umanità a rallentare i suoi ritmi, il mondo ha ripreso a pieno la sua frenesia. Anzi, se possibile, si è mosso ancora più in fretta, quasi a voler recuperare il tempo perso.
Il silenzio e l’apparente quiete imposti dai lockdown hanno lasciato il posto a un rumore assordante: una sovrapposizione di suoni positivi e negativi. Il tam-tam delle notizie di ciò che è avvenuto e tuttora sta accadendo intorno a noi ci sommerge; siamo rintronati dall’incredibile numero di eventi diversi e contrastanti che si sono accavallati in così poco tempo.

L’uomo è passato dal sopportare il gelido silenzio della pandemia al soffrire per l’atroce suono della guerra, da anni per gli europei mai così vicina e tangibile. Il sibilare di missili e bombe piovuti sull’Ucraina e lo sferragliare dei carri armati russi che davano inizio all’invasione è stato il peggior risveglio che l’umanità potesse immaginare dopo l’incubo del Covid.
Ma quello era solo l’inizio.

Il rumore della guerra si è presto fatto sentire in altre parti del pianeta: a volte lo abbiamo ascoltato e commentato; altre abbiamo deciso di ignorarlo, fingendo che la sua lontananza potesse renderlo più flebile.
Il boato dei bombardamenti è diventato una presenza costante anche lungo la Striscia di Gaza, soprattutto per la popolazione civile. Tanto da spingere un padre a dire al figlio di non temere il rumore dei missili, perché finché li sente significa che è vivo; è il silenzio che viene dopo, portatore di morte, a dover fare paura.

Ma non sono state solo le armi a fare rumore in questi sei anni.
Anche le persone hanno ripreso a farsi sentire a gran voce, sia le personalità di spicco, con i loro discorsi politici, sia le persone comuni che hanno unito le loro voci per chiedere rispetto dei diritti, giustizia e pace.

Il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca si presentava come fonte di una cacofonia assordante, ma nessuno forse si era immaginato quanto veramente lo sarebbe stato.
L’intera politica del presidente statunitense è basata sul rumoreggiare con discorsi minatori e continui cambi di umore e strategia. Il suo ego brama la continua attenzione del pubblico, la sua voce grossa mira a far abbassare agli altri la testa.

Ma c’è anche chi la testa si è rifiutato di abbassarla ed è sceso in strada per controbattere con il suo rumore.
Il 2025, in particolare, è stato l’anno delle manifestazioni, sia negli stessi USA, contro Trump e un governo che pare indirizzato verso una svolta autoritaria, sia in altre parti del globo: Israele, Marocco, Madagascar, Sri Lanka. La gente comune, i giovani, si sono radunati nelle piazze per far sentire il loro malcontento. E il suono delle loro voci si è propagato anche nell’anno appena iniziato, con gli iraniani protagonisti di un nuovo capitolo della rivolta contro l’ayatollah e il suo regime.

Per fortuna le nostre orecchie sono state allietate anche da suoni diversi, come le canzoni di Bad Bunny, primo latinoamericano a vincere i Grammy Awards, o le ovazioni per gli atleti azzurri impegnati durante le Olimpiadi invernali di Milano-Cortina 2026. Fino ad arrivare al Festival di Sanremo 2026, appena conclusosi e capace di riempire di canzoni molte case italiane e non solo.

“Illustrazione astratta di due piante che emergono da bulbi nel terreno, con forme colorate e fluide che si espandono verso l’alto come onde di rumore visivo e creativo.”
Editoriale N°24 – Rumore

Ma, come cantava lo stesso Diodato, non è detto che tutto questo rumore convenga e faccia bene.

Paradossalmente siamo passati dal silenzio imposto dal lockdown a un nuovo “silenzio”: non più prodotto dall’assenza di suoni, ma dall’eccesso di rumori che genera un appiattimento sensoriale ed emotivo.

E così, le notizie che coraggiosi reporter cercano di trasmettere dalle varie zone del mondo dove si stanno consumando guerre e stragi rischiano di confondersi con quelle relative al gossip, ai risultati sportivi e agli scandali.
Il nostro ascolto non può concentrarsi sulla drammatica testimonianza dei sopravvissuti alla strage di Capodanno in Svizzera, perché subito viene attirato dallo scandalo della famiglia reale inglese e di tutti i coinvolti nel caso Jeffrey Epstein (chi non lo sia è difficile dirlo).

Emblematico il fatto che la serata finale del Festival di Sanremo sia stata interrotta per dare spazio agli aggiornamenti sull’attacco congiunto di USA e Israele contro l’Iran, alla clamorosa notizia dell’uccisione dell’ayatollah Khomeyni e ai messaggi drammatici delle persone bloccate in una Dubai sotto attacco missilistico. Le stesse persone che si sono alternate sul palco dell’Ariston hanno manifestato un certo disagio nel trovarsi lì in quel tragico frangente.

La questione non è tanto sull’organizzazione di eventi in circostanze simili, ma sul fatto che si rischia di dare lo stesso peso a tutto ciò che accade.

In questa sovrapposizione di rumori non siamo più in grado di distinguere ciò che è rilevante e tutte le voci paiono ugualmente piatte, pur raccontando notizie così diverse.


Illustrazione di Susanna Galfrè