Skip to main content

Il confine è un po’ come la storia della porta, avete presente? La porta è ingresso o uscita in base a come la si prende. Il confine può essere ciò che divide o può essere un punto di giunzione tra due aree; scontro o incontro.

Recentemente, spinto dagli accadimenti del mondo, ho ripreso in mano Oltre il confine, il libro di Cormac McCarthy. Nella storia, Billy Parham, un sedicenne che vive al confine con il Messico, viene portato dal padre sulle tracce di una lupa, pericolosa perché ammazza il bestiame. Questo è l’episodio che dà il via al mutamento della vita del ragazzo. Penso che veramente pochi di noi possano identificare un momento così netto di cambiamento della vita, che nel caso di Billy avviene proprio superando il confine: un confine in cui è solo, in cui ha libertà di scelta.

Avviene in questo modo: Billy e il padre avevano per settimane cercato di prendere l’animale, ma ogni volta che piazzavano una trappola, la lupa, scaltra, li prendeva in giro, scavava e le dissotterrava, facendole scattare e counterizzando così il pericolo. Non freghi un lupo perché non lo studi come lui studia te: l’uomo pensa al lupo ogni tanto tra i pensieri della giornata, ma il lupo pensa all’uomo tutto il giorno.

Un giorno Billy esce da solo per andare a caccia della lupa; il padre gli ordina di tornare a casa a chiamarlo in caso fosse riuscito a trovarla. Billy prende il suo cavallo, parte e supera il confine. Quando arriva dove aveva una trappola, vede la lupa, con una zampa presa nella morsa della tenaglia. Billy si gira e si avvia verso casa per andare a chiamare il padre. Poi si ferma, si rigira, e torna indietro verso la lupa. Dopo ore di lotta riesce a chiuderle il muso con una corda rendendola innocua. E parte. Verso casa? No, verso le montagne messicane per riportarla a casa, lui, sul cavallo con una corda e al fondo la lupa.

Ecco, se conoscete McCarthy sapete che le sue storie non finiscono mai bene per come le immaginiamo, proprio come non finiscono male per come immaginiamo. La storia di lui e della lupa termina con il finire della Parte Uno del libro. Quando si supera il confine, le carte vengono sparigliate. Le regole del genitore non valgono più, c’è la libertà della scelta e con lei la responsabilità di fare male a se stessi o agli altri; il destino rimane in balia di scelte che non sempre possono venire fatte con coscienza o logica. E questo vale anche per la lupa che ha superato quel confine e, dal momento che lo fai, inneschi dei meccanismi che sono fuori controllo. Superare il confine è sempre una cesura netta. E spesso in McCarthy è l’irreversibilità della scelta, lo svanire di un’area a discapito dell’altra.

E lui, oltre il confine, fa della scelta libera la sua prima disobbedienza verso il padre. E ingenuamente cerca un processo di addomesticazione nei confronti dell’animale. Viviamo di ingenuità quando pensiamo di poter piegare le regole della nostra area anche oltre il confine, ma un vecchio saggio glielo aveva detto: «La lupa è come il fiocco di neve. Puoi afferrare un fiocco di neve, ma quando ti guardi in mano non c’è più.»

Allora, in questo oltre il confine, come sostengono Baucia e Bellini, la linea di demarcazione è l’Heimarmene (concetto filosofico stoico che indica il destino, inteso come il disegno razionale, ordinato e necessario che governa l’universo) che regola il corso del mondo: il punto di incontro tra libertà individuale e destino universale, la confluenza della prima nel secondo.

C’è una frase con cui si apre la parte due: «Pensò di ritornare ad essere il bambino che non era mai stato.» Pensare di “tornare” a essere quel bambino significa desiderare un mondo in cui il “confine” non sia ancora stato tracciato, dove non esistano ancora il bene e il male, o il peso di una scelta irreversibile.

Editoriale n°25
Editoriale n°25 – Oltre il confine

Ma oggi, guardando agli accadimenti del mondo, stiamo abbandonando la casa del genitore, intesa come il recinto del diritto internazionale, della diplomazia, dei diritti umani e della decenza comune, in favore del caos e del disordine. Pensiamo a leader politici che stracciano sistematicamente accordi globali, a chi scavalca le linee rosse umanitarie con arrogante disinvoltura, o ai movimenti razzisti in Europa che si sentono sempre più legittimati a infrangere il nostro patto sociale. Stiamo entrando volontariamente in una terra desolata dove tutto viene appiattito, dove il peso morale delle azioni si azzera. Una terra in cui, tragicamente, togliere la vita a qualcuno non è più avvertito come un atto disumano, ma diventa banale e privo di conseguenze quanto bere un sorso d’acqua. Perché lo facciamo? Perché ce lo imponiamo? Perché, guardando quel caos dal di qua del nostro recinto, ci illudiamo che significhi libertà assoluta e onnipotenza. Vogliamo quel mondo senza limiti perché pensiamo, con la stessa ingenuità di un sedicenne, di poterlo dominare. Crediamo di poter prendere al laccio il disordine, di cavalcarlo e di piegarlo ai nostri interessi senza venirne consumati; forse il pantano in cui l’America si è imbrigliata ne è un segno.

Ma stiamo dimenticando l’avvertimento del vecchio saggio. Quel mondo senza regole che tanto ci attrae è esattamente come la lupa di McCarthy: imprendibile e profondamente ostile. Non è un territorio vergine da conquistare, è un ecosistema primordiale e spietato che non fa sconti a nessuno. Nel momento in cui abbattiamo i confini che sancivano la nostra civiltà, non diventiamo i padroni incontrastati della prateria; diventiamo semplicemente dei bersagli in un mondo in cui chiunque è legittimato a colpire. Diventa il medioevo.

E quando ce ne renderemo conto, le carte saranno già state sparigliate. Avremo innescato meccanismi fuori controllo, e la natura ineluttabile dell’Heimarmene farà il suo corso senza pietà. Ci guarderemo le mani, cercando il potere assoluto che credevamo di aver afferrato, e troveremo solo il nulla di un fiocco di neve sciolto. A quel punto, circondati da un deserto morale diventato ormai irreversibile, capiremo che non c’è più spazio per tornare indietro. E a noi, proprio come a Billy Parham, non resterà altro che la condanna di pensare di ritornare ad essere la società innocente che, in fondo, non eravamo mai stati. ♦︎


Illustrazione di Susanna Galfrè