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I disegni alla lavagna della mia maestra erano il mio totem. Il mondo arrivava ai miei occhi attraversando i campi di fiori che disegnava coi gessetti colorati, a volte in maniera frettolosa. Somigliavano a tante uova a occhio di bue, ma si assicurava che noi, invece, li disegnassimo bene, con la dovuta cura. Perché forse gli adulti potevano permettersi di stropicciare le cose, ma i bambini mai. L’incuria non poteva appartenerci.

A volte penso che la vita di un bambino sia più faticosa di quella di un adulto. Faticoso era tracciare le linee nella maniera giusta, colorare gli spazi bianchi che la maestra lasciava per passare velocemente ad altri compiti, avvertire il senso del dovere. Ho provato a portare avanti quegli sforzi compiuti da piccola anche durante l’adolescenza, ma persino la bambina più diligente di tutte incomincia a ribollire. Ero perennemente a un bivio: le scelte che ho fatto da ragazzina mi portavano sempre a scegliere tra le linee precise e gli scarabocchi, che non parlavano della mia moralità, ma solo della mia pancia. Poi ne ho portato il peso a lungo, ma questo è un altro paio di maniche.

Editoriale N°26 – Il mondo salvato dai ragazzini

Nei momenti in cui gli adulti non riuscivano ad ascoltarmi, io esplodevo con me stessa e con loro: io, che avevo sempre riconosciuto e rispettato l’autorità. Volevo incominciare a correre senza guardarmi alle spalle, senza stare sempre attenta. Volevo poter sbagliare con la loro stessa libertà. Ma i ‘grandi’, che sembravano sempre avere a portata di mano il senso delle cose, le soluzioni giuste a ogni male, ho capito che vivono spesso nella confusione. Mi è sembrato di vivere un dramma. Sembrano soltanto dei bambini che si sono ritrovati cresciuti in un colpo solo e provano a stare dritti, col mento in su. Da bambina li vedevo sicuri: non lo sono mai stati.

Quegli esseri perfetti, i miei punti di riferimento, non avevano mai saputo quale fosse la cosa giusta da fare, erano solo andati a tentoni nella vita, a volte trovandosi per caso in situazioni che poi hanno scandito la loro vita futura. E io credevo capissero qualcosa perché sembravano saggi, mi parlavano di esperienza e maturità, cose che sembravano essere magiche, come degli elisir di qualche cosa e di cui loro erano grandi esperti, ma per qualche motivo non riuscivano ad avere una vita facile, pur avendo il libretto delle istruzioni. Adesso che sono cresciuta, penso che molti adulti siano tutt’altro che granitici. Parlano cercando di essere convincenti e sicuri di sé, ma proprio come qualsiasi altro giovane, camminano nel mondo e vacillano senza sapere se le proprie scelte si riveleranno giuste o sbagliate. E crescendo, a volte ho provato compassione per loro e mi è sembrato comprenderli.

Io mi sento in un limbo. Non credo di essere adulta. Piuttosto sto ferma sulla soglia della porta e dall’altra parte ci sono loro. Li vedo e a volte non mi piacciono. Sono pieni di pensieri e responsabilità, ma non sopporto che spesso vivano di scorciatoie. Per stare più comodi e accelerare nella corsa per assolvere ai propri doveri, diventano sciatti. Si giustificano dicendo di essere costretti dalle circostanze da cui i più giovani sono ancora liberi e perciò possono ancora permettersi di comportarsi nella maniera giusta, possono scegliere la propria vita liberamente, agendo secondo i valori che hanno imparato sin da piccoli (che gli stessi adulti gli hanno insegnato!). Perché poi, una volta passata la gioventù, non puoi più pensarci troppo. E mi fa paura diventare adulta e incominciare, a un certo punto, a pensare così. Pensare che forse finirò anch’io a raccontarmi scuse per non essere com’ero da bambina: genuina, altruista, scrupolosa. Abituata a tollerare la difficoltà. Perché forse mi fidavo della mia maestra quando mi diceva che non dovevo scarabocchiare, che dovevo tracciare le linee giuste e non lasciare spazi bianchi quando coloravo. Perché era quello il modo giusto per ‘fare bene’ e non deturpare i fiori. E io le credo. ♦︎


Illustrazione di Susanna Galfrè