E se nell’attesa del futuro perdessimo di vista il presente?
Quando il desiderio assoggetta il tempo, il presente si cancella perché esiste solo in funzione del domani. Non riusciamo a vivere nel momento: siamo in un perenne “filler episode”. Bramiamo il futuro e quando arriva vogliamo consumarlo fino a strozzarlo. È stato così tanto desiderato e perciò dobbiamo viverlo fino allo stremo – e deve essere mostrato, perché se gli altri non lo sanno, è come se non fosse mai accaduto niente. Sono gli occhi degli altri a decretare la nostra esistenza, il nostro valore. Esistiamo se siamo visti. Ecco perché andiamo a vedere il concerto dell’artista del momento, ma stiamo zitti perché non conosciamo nessuna canzone; prenotiamo una vacanza nell’ennesima località greca instagrammabile e combattiamo per trovare uno spazio in cui farci scattare una foto.
Queste sono alcune delle facce della Fear Of Missing Out, vissuta rispetto a quel che fanno gli altri, ma anche rispetto a noi stessi. Sfidiamo il nostro tempo a colpi di ansia, a cui vorremmo sottrarre più ore e attività possibili. È come andare in vacanza e non concedersi neanche un giorno di riposo perché dobbiamo fare un numero esorbitante di attività. Come se la vacanza in sé fosse una parentesi della vita, un dionisiaco verso cui correre e rifugiarsi, forse perché non siamo in grado, nella corsa quotidiana, di staccare. Di concederci di andare lenti a volte e di fermarci. E perciò d’estate ci si sfrena: perché va fatto tutto quello che non si può fare normalmente. E alla fine, al ritorno, abbiamo bisogno di una “vacanza dalla vacanza”. Curioso, no?

Il punto non è che non possiamo divertirci, ma forse staremmo meglio a farlo più spesso, altrimenti rischiamo di perderci nei picchi altissimi di adrenalina che ci ricaricano dopo periodi lunghi di ripetizione e vuoto. E nell’attesa di questo, ci perdiamo la vita, vissuta solo in attesa di qualcosa. La quotidianità, per quanto stancante e ripetitiva, non può essere così pesante da dover essere per forza bilanciata da quel che si svolge in un inciso. Se è solo vivibile, avremo sempre bisogno di scappare: è come vivere in una casa in cui abbiamo quasi paura di cucinare, perché non vogliamo sporcarla. Se il tempo che precede l’estate è fatto solo di doveri, la bella stagione non sarà mai un dolce piacere lento, ma una boccata d’ossigeno necessario, perché ne eravamo in debito.
Non possiamo fare dell’attesa l’unico motivo per tirare avanti, né dobbiamo darle un senso o goderne. Staremmo pretendendo troppo da noi stessi, forse sarebbe troppo moralistico, perché si sa: l’attesa è noiosa e frustrante la maggior parte delle volte. Forse stiamo perdendo di vista la natura del presente, che non è di passaggio, ma il momento reale – forse l’unico. È quello delle possibilità concrete, del visibile e di quel che si sta già realizzando adesso, al di là delle promesse future. Non importa quanti progetti abbiamo, cosa diventeremo. Il futuro non è forse nient’altro che la visione dei nostri piani, che possono cambiare sempre, a prescindere dalla nostra volontà? Allora che senso ha non vivere (e non vivere bene) il presente, non riempirlo, non apprezzare ciò che abbiamo, ciò che facciamo, ciò che siamo oggi, solo perché in futuro potrebbe esserci qualcosa di migliore? ♦︎





