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«Ma quindi, questa guerra in Ucraina c’è ancora?» mi chiede mio cugino, sedicenne, con la stessa naturalezza con cui chiederebbe se piove. Non me lo chiede per ignoranza, sia chiaro. Me lo chiede perché per lui quella guerra esiste da quando ne ha memoria. C’è, se ne parla ogni tanto e la vita va avanti lo stesso. Io, che mi ricordo ancora le prime settimane, quando tutti, davvero tutti, giornalisti e presidenti vari compresi, dicevano che sarebbe durata “al massimo qualche mese”. Qualcuno aveva promesso di chiuderla in ventiquattr’ore e io non so bene se ridere o preoccuparmi. E alla fine, ho fatto entrambe le cose, in ordine sparso.

Se ci si ferma a pensare con un minimo di distacco, c’è qualcosa di profondamente ironico nel modo in cui abbiamo attraversato questi anni. Ci avevano detto che era un’eccezione, un’emergenza temporanea, uno strappo nella normalità che si sarebbe presto ricucito. Come la pandemia, no? E invece l’emergenza è rimasta, si è seduta al tavolo, ha tirato fuori la valigia e si è fatta spazio nell’armadio, come un ospite che inizialmente, teso, si scusa per il disturbo e dopo un po’ inizia a chiederti dov’è il sale con disinvoltura.

Abbiamo anche provato a mobilitarci, a mandare aiuti, contribuire in qualcosa. Ma nel frattempo si è aggiunta un’altra guerra, quella mediorientale, con la sua scia di lutti e titoli che scorrono via veloci come tutto il resto nell’indifferenza e nell’indignazione generale per quello che sta succedendo e che noi stiamo guardando con ormai spento interesse, perché ci siamo abituati dopo un po’ di tempo. Abbiamo letto ogni giorno le stesse notizie del giorno precedente e di quello prima ancora. E magari abbiamo anche smesso di informarci, perché non ci aspettavamo alcuna novità, alcuna differenza se non i soliti bombardamenti, se non la solita morte.

E chi ci dice che non ci sarà una terza, una quarta guerra, tutte disseminate qua e là nei prossimi anni, come puntate di una serie che nessuno ha mai chiesto di rinnovare ma che continua per inerzia? Alcune sono più documentate, destano più scalpore di altre, richiamano a sé più risorse e attenzione, ma il senso di base è lo stesso. Lo sgomento è sempre uguale. Anche se poi ci passa.

E se pensate che il disagio venga trasmesso solo dai telegiornali e dalle cose lontane, vi fermo subito: la quotidianità è folle. Provate a cercare una stanza per uno studente in una città universitaria e scoprite che costa quanto un monolocale intero dieci anni fa, con un contratto che spesso esiste solo a parole. Provate a farvi proporre un lavoro “che vale oro” – testuali parole, quasi sempre –, per poi scoprire che l’oro, quello vero, se lo tengono loro e a voi restano gli straordinari non pagati e la crescita professionale come unica valuta di scambio.

Provate a fare due conti su un’auto, non dico nuova, ma anche solo dignitosa: un tempo era il primo simbolo di indipendenza, oggi è diventata un lusso che si guarda dai cataloghi e dai concessionari come si guardano le ville su Instagram. E già che ci siamo, provate a farvi spiegare perché l’oro e l’argento, quelli veri, quelli fisici, sono diventati beni da fortezza, rifugio di chi non si fida più di nient’altro: non è un dettaglio da telegiornale economico, è un termometro perfetto di quanta poca fiducia abbiamo, collettivamente, nel domani.

E poi c’è l’altra cosa, quella che forse fa più rumore di tutte proprio perché molti fingono di non sentirla: l’avanzare, un passo alla volta, elezione dopo elezione, di un’onda politica che pescava un tempo dai libri di storia e che oggi si ripresenta con linguaggi nuovi, più educati, più social-friendly, ma con la stessa sostanza di sempre, con la stessa promessa di ritornare prima o poi.

Dirlo non è complottismo, ma cronaca: le forze nazionaliste e identitarie crescono un po’ ovunque in Europa, e lo fanno proprio cavalcando l’insicurezza economica ed esistenziale che tutti stiamo vivendo. Non è un caso che ormai non riusciamo a guardare avanti e non abbiamo prospettive.

Editoriale N°29 – Prospettive

Messa così, sembra un elenco della spesa delle disgrazie, lo ammetto. E, in effetti, in parte lo è: guerre interminabili, affitti che strozzano, precariato e stipendi umilianti travestiti da opportunità per arrivare dov’è chi ruba quel che ti spetta, progetti che restano un miraggio, metalli preziosi che diventano bunker psicologici più che investimenti, e un vento politico che soffia in una direzione che la storia ci aveva insegnato a temere e a scongiurare. La prospettiva, per usare un eufemismo, non è proprio rosea. Chi dice il contrario, o non guarda bene, o ha qualcosa da vendervi.

Ma qui viene la parte che mi interessa di più, quella che non voglio liquidare con un’alzata di spalle ironica e depressa come ho fatto finora. Se restiamo con gli occhi fissi su tutto questo elenco, tutto insieme, tutto contemporaneamente, il rischio concreto è diventare ciechi per overdose di grigio: non si distingue più cosa è davvero urgente da cosa è semplicemente rumoroso, e si finisce per non fare niente, paralizzati dalla sensazione che tanto è tutto compromesso. Ed è esattamente lì che questo tipo di sconforto diventa comodo per chi ha interesse a mantenerci passivi.

Allora la scelta che provo a fare, giorno per giorno, è quella di restringere il campo visivo. Non per ignorare il quadro generale – sarebbe stupido, oltre che disonesto –, ma per non farmi paralizzare da esso. Concentro gli occhi e le orecchie su quello che riesco davvero a toccare: le persone con cui lavoro, la comunità in cui vivo, le competenze che posso costruire con le mie mani anche quando il mercato del lavoro sembra fatto apposta per scoraggiarmi, le relazioni che reggono anche quando il resto vacilla.

Non è la soluzione al problema, perché nessuno può risolvere il mondo da solo con le proprie forze, né può pretendere di vivere in un luogo dove regna il benessere; è solo l’unico piano su cui, realisticamente, posso ancora incidere oggi, con quello che ho.

Tra qualche anno, quando racconteremo questi anni come si racconta un periodo complicato ma superato, oppure, nella peggiore delle ipotesi, come l’inizio di qualcosa di più serio, vorrei poter dire che non ci siamo limitati a guardare l’elenco delle disgrazie scorrere sullo schermo. Vorrei poter dire che, nel frattempo, abbiamo continuato, abbiamo provato a costruire qualcosa proprio lì, nel piccolo raggio che avevamo intorno.

Perché il grigio, alla lunga, lo sconfiggi solo così: non voltando lo sguardo altrove, ma restringendolo su qualcosa che, quello sì, puoi ancora cambiare. Sotto lo strato di petrolio nero che ci ricopre la testa e a volte ci strozza, c’è un mondo vivo che lotta per respirare e riprendersi il proprio spazio, non sapendo che la macchia è circoscritta al presente.


Illustrazione di Susanna Galfré