VOTO ⭐⭐⭐⭐⭐

A ripensarci in seguito, non può che essere andata così: nella confusione dello scalo Budai deve aver sbagliato uscita, è salito su un volo diretto altrove e per qualche motivo l’equivoco è sfuggito anche al personale dell’aeroporto. 

Comincia così Epepe (Adelphi, pp. 216, prezzo di copertina 18 euro), un romanzo straniante, prodigioso, sicuramente quello più celebre nella produzione dello scrittore ungherese Ferenc Karinthy. 

Epepe. La recensione

È la storia di un uomo, Budai, che per errore si ritrova in una città di cui non comprende la lingua. Strana disavventura, ma non inverosimile. Mettiamo il caso che per motivi di lavoro siamo spesso costretti a prendere l’aereo. Un giorno, ingannati dall’abitudine o più semplicemente per distrazione, sbagliamo uscita e saliamo su un volo che non è il nostro. A bordo la stanchezza prende il sopravvento e ci assopiamo ancor prima del decollo, per risvegliarci solo quando l’aereo è ormai atterrato. Fuori dall’aeroporto saliamo sul pullman: fa freddo, il vento soffia impetuoso, siamo ancora un po’ insonnoliti e invano scrutiamo l’oscurità alla ricerca di un edifico o un paesaggio che ci sembri familiare.

Più tardi arriviamo a una fermata, il pullman si svuota completamente. Deve trattarsi del capolinea, perché l’autista fa cenno anche a noi di scendere. Bene, pensiamo, eccoci arrivati. Ma capiamo subito che c’è qualcosa di strano. Che il portiere dell’hotel parla in un modo bizzarro, e non è il solo. Che non siamo a Helsinki – dove eravamo diretti – ma in una megalopoli tentacolare, circondati da grattacieli altissimi e spintonati a destra e sinistra da una folla oceanica che invade le strade. E quello che all’inizio ci sembra un semplice disguido «sfuggito anche al personale di bordo», presto si rivelerà per ciò che è realmente: un incubo. Un incubo minaccioso e soffocante.

Potrebbe capitare a chiunque di ritrovarsi in una città straniera e non essere in grado di parlare la lingua locale, ma il protagonista scelto da Karinthy non è una persona qualsiasi. Budai è un linguista, uno dei più eminenti nel suo campo, conosce decine di idiomi e parla fluentemente tutte le lingue europee. Eppure questi strani caratteri, che potrebbero ricordare l’antico alfabeto sumero, Budai giura di non averli mai visti in tutta la sua vita. E nel parlato è anche peggio. Le persone si esprimono in maniera incomprensibile, «una sequenza di suoni chioccianti e apparentemente inarticolati» che il povero professore, «addestrato a cogliere le varianti e le sfumature più sottili» non è in grado di decifrare.

Illustrazione di Matteo Galasso

Nella prefazione a cura di Emanuel Carrère (alcuni consigliano di leggerla solo alla fine: non preoccupatevi, fatelo subito, non contiene spoiler!), l’autore francese scrive: «ci sentiamo tutti a disagio quando i personaggi di un romanzo si comportano come degli idioti, pensiamo che al loro posto faremmo meglio, ma non possiamo pensare niente del genere riguardo a Budai: sfidato sul suo terreno, ha più strumenti ed è più abile della stragrande maggioranza di noi, il che non gli impedisce di incorrere in un fallimento dopo l’altro». Proprio così. Budai, dotato di incredibili capacità analitiche, è senz’altro l’individuo più ad adatto ad affrontare un simile problema. Ciò nonostante, quando pensa di aver finalmente capito qualcosa, semplicemente, fallisce. Ancora, ancora e ancora. E noi lo seguiremo, sempre più frustrato, mentre tenta di sopravvivere in un mondo caotico, dove il confine tra realtà e fantasia è quanto mai sbiadito.

Dunque, che cos’è Epepe? Un romanzo straordinario, angosciante, ipnotico. Una potente riflessione sul tema dell’incomunicabilità. E sulle sue estreme conseguenze. Ma è anche il nome di una donna bellissima, Epepe, l’unica che sembra comprendere il dramma di Budai. Il quale «non è nemmeno sicuro si chiami Epepe – né Bebe, né Diedie, né Etietie…».

In ultima analisi, credo che la vera forza di questo libro risieda nella prosa densissima, serrata, capace di tenere il lettore incollato alle pagine. Prosa che, è bene sottolineare, si presta perfettamente al contenuto. Insomma, leggetelo. Leggete Epepe di Ferenc Karinthy.

L’autore

Ferenc Karinthy (Budapest, 2 giugno 1921 – Budapest, 29 febbraio 1992) è stato uno scrittore, giornalista, linguista e drammaturgo ungherese. In Italia sono stati pubblicati due suoi romanzi, Epepe e Tempi Felici, entrambi per la casa editrice Adelphi.

Gabriele Olivo
Sono nato a Torino nel 1997. Dopo il liceo scientifico e una laurea in ingegneria aerospaziale ho deciso di misurarmi col mondo della narrazione e del giornalismo. Attualmente frequento la Scuola Holden e scrivo di scienza, cambiamenti climatici e narrativa per alcune riviste. “Dobbiamo essere soli e abbandonati da tutti, se vogliamo dare l’avvio a un lavoro intellettuale.” Thomas Bernhard

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