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Tutti abbiamo provato la tentazione di fermarsi sul luogo di un incidente. Di fronte a un uragano, un terremoto, un bombardamento… osserviamo, attratti come falene dalla luce, le rovine mostruose di quegli eventi, le case dilaniate che rappresentano la vita distrutta delle persone che le abitavano e il sangue rappreso, scuro sul cemento, per poi distogliere lo sguardo, come se quelle visioni disturbanti non le avessero ricercate. Nei libri, nei videogiochi, nella cinematografia come in qualsiasi altra forma di intrattenimento e di vita è inevitabile frasi trasportare dal “richiamo del vuoto”, dalla ricerca del brutto, della disperazione. Lo stesso discorso è applicabile all’arte visiva e all’arte performativa. L’orrore è per l’umano un’esperienza necessaria e, più importante, catartica. Due artiste contemporanee in particolare permettono ai propri spettatori di sperimentare questa esperienza in maniera impattante per i pubblici contemporanei. Un orrore umano, intimo, coinvolgente e travolgente traspira nelle opere geniali dell’americana Lee Miller e della più conosciuta Marina Abramović.

Carne e guerra come motori di arte e conoscenza

I corpi malati e denutriti dei soldati inglesi e americani in Europa, dei prigionieri ebrei e politici dei campi di sterminio tedeschi diventano, nell’opera di Lee Miller, elementi estetici ed estetizzanti, rivelatori di una realtà che al grande pubblico era rimasta sfortunatamente sconosciuta per gran parte del conflitto. Nelle sue opere  l’inquadratura non viene relegata a elemento puramente tecnico dell’opera fotografica, ma diventa parte integrante del racconto, attivamente parte della narrazione artistica della vicenda che lo scatto ritrae.

Per comprendere come è necessario affidarsi all’opera di due pensatori del suo tempo: Freud e Šklovskij. Lo psicanalista, personaggio primo di riferimento per il movimento surrealista al quale Miller si avvicina per una parte della sua carriera, aveva infatti teorizzato il concetto di perturbante: una disturbante vicinanza, mentre Šklovskij aveva parlato di «defamiliarizzazione»: un’immagine che, anche se familiare, viene resa nuova e inquietante dal modo in cui viene rappresentata. 

Unendo questi due concetti nella sua opera, Miller riesce a rendere un corpo debole, ferito e perfino privo di vita un elemento seducente e disturbante allo stesso tempo, attirando il suo pubblico verso un’immagine di straordinaria importanza per comprendere, anche empaticamente, gli orrori della Seconda guerra mondiale. 

Anche prima della guerra, però, Miller aveva utilizzato l’orrore per lanciare un messaggio, questa volta in relazione al corpo femminile nello specifico. Il petto nudo di un uomo nella società contemporanea non rappresenta nulla di sessuale, anzi non rappresenta assolutamente nulla, mentre il seno scoperto di una donna è immediatamente un richiamo sessuale. 

Nel 1930 è lo stesso, per questo Miller prende nuovamente una parte del corpo malata, un seno asportato a causa di un tumore, e la sistema meticolosamente su una tavola imbandita. L’artista vuole sfidare l’osservatore a trovare ancora una volta quel pezzo di carne appetibile solo per il fatto di esistere, anche in quelle condizioni. Il contrasto evidente tra la scena di vita quotidiana che ci viene presentata, il momento del pasto casalingo, e il dolore della malattia insieme alla visione della carne dilaniata, permettono ancora una volta di usare lo schifo e la paura come principio di una riflessione più importante.

Immaginiamo ora di trovarci in una galleria d’arte di Napoli, anni dopo. Su un tavolo un gruppo di oggetti molto diversi tra loro: una piuma, un coltello e una rosa. Al centro una donna che dichiara di assumersi tutte le responsabilità di ciò che le verrà fatto con questi oggetti, e un invito al pubblico: fate di me, del mio corpo, quello che volete. La performance Rhythm 0 durerà sei ore, durante le quali alla serba Marina Abramović verrà fatto il solletico, tagliati i capelli, e puntata una pistola alla gola. La perdita del controllo, il richiamo alla violenza impunita e alla crudeltà sono alcuni degli elementi che ritraggono l’animo umano nella sua sfaccettatura più spaventosa.

Anche la guerra entra nella vita, e quindi nell’opera, di questa artista. In Balcan Baroque il gesto ripetitivo, estenuante e soprattutto macabro della donna che pulisce, instancabile, un mucchio di ossa di bovino ricoperte di sangue costringe contemporaneamente a guardare questa scena e a scappare, disgustati e confusi, e quindi ad interrogarsi sulla Guerra dei Balcani. La reiterazione, il circolo senza fine, l’idea di una tortura eterna e ripetitiva sono strumenti narrativi, e rivelatori di una verità necessaria, potenti nelle mani di una donna pragmatica come Abramović, che ragiona: «I had come to believe that art must be disturbing, art must ask questions, art must predict the future».

Museum of Modern Art, New York, 9 March – 31 May 2010. 2010
Marina Abramović, The Artist is Present, 2010, Museum of Modern Art, New York, 9 March – 31 May 2010. Andrew Russeth via Flickr

Intimità e trauma, catarsi personale e insegnamento sociale

Lo strazio è una componente delle relazioni amorose volentieri taciuta dai racconti e dalla cultura popolare. La necessità di esporsi alla possibilità di essere feriti e abbandonati, la morbosità delle relazioni co-dipendenti, il peso della cultura patriarcale nei rapporti eterosessuali, sono temi cruciali per la comprensione delle interazioni umane in senso romantico, esperienze anche comuni.

Man Ray, celebre fotografo e compagno di Miller per un periodo, non poteva accettare che lei non fosse solo la sua musa. “Preferisco fare una foto che essere una foto” diceva, e così i due lottavano tanto nel privato del loro rapporto quanto nelle loro opere: innumerevoli sono i casi in cui i due si usavano l’un l’altra come soggetti per ferirsi in maniera catartica nelle loro fotografie. Allo stesso modo, nella storica Rest Energy, Ulay tiene fermo un arco mentre la Abramović lo tende puntando la freccia verso il proprio cuore, dimostrando di voler lasciare la propria vita nelle mani del compagno in un gesto di estrema fiducia, elemento che accompagnerà la storia amorosa e professionale dei due artisti. 

Entrambe le artiste ci consentono di entrare in intima connessione con loro, e di analizzare il rapporto con il proprio Io e con gli altri attraverso le lenti della morbosità. L’arte diventa personalmente, per le stesse artiste, una valvola di sfogo, uno strumento tramite il quale sopportare il peso di un sentimento travolgente come quello amoroso, soprattutto quando disfunzionale, permettendo al mondo di entrare tramite questo spiraglio, questo scorcio, nella propria intimità, vulnerabilità necessaria per vivere in società. Le due costringono non solo a osservare ma a osservarsi. Guardare ed essere guardati dall’orrore di quello che rappresentano, della verità e di sé stessi in un gioco continuo di rimandi che mette in discussione la concezione stessa dell’arte che viene tradizionalmente solo guardata appesa ad un muro.

Introspezione obbligata e verità più grandi possono passare attraverso i sentimenti e, più importante, attraverso l’esperienza diretta del brutto, del macabro, del doloroso e dell’orrido: ma solo se si trovano i canali giusti per veicolarla, questa esperienza, come hanno saputo fare Lee Miller e Marina Abramović. ♦︎