Con gli occhi chiusi era più facile.
Disse che avrebbe fatto effetto, era questione di minuti.
Nel corridoio del piano terra dell’Ospedale Maggiore, quella giornata di luglio, c’erano sette persone. Dagli stralci di conversazione che mi ero ritrovata ad ascoltare, nessuno aveva programmato di essere lì. Di domenica per di più, aveva detto qualcuno. Forse a dirlo era stato il signore che si premeva il braccio in grembo, o, forse, il ragazzino che, a un certo punto, mi chiese «Ci mettono tanto di solito?», come se fossi un’habitué della domenica in quel corridoio verdastro, senza curve e senza finestre. Eccetto il gracidio di alcuni passi sul linoleum, e il sibilo delle luci a neon, nessun altro rumore infrangeva quel silenzio appiccicoso.
Alcuni degli infermieri che di tanto in tanto passavano si assicuravano con una sola occhiata che fossimo ancora seduti, con i nostri braccialettini di carta attaccati al polso. I dottori, invece, camminavano lentamente e seguitavano a sbadigliare senza degnarci di uno sguardo. Ero stata una delle prime ad accedere a una stanza secondaria, dove mi avevano fatta stendere su una barella, prima di appiccicarmi elettrodi e cavi; portarmi al piano superiore a fare una tac; rifarmi scendere per iniettarmi un farmaco.
Adesso, dietro il buio delle palpebre si stava meglio. Potevo evitare di vedere l’ago piantato nella pelle come uno stuzzicadente in un’oliva: la constatazione di quanto fosse facile farsi del male.
Il buio mi ha sempre fatto paura. Da piccola lasciavo una luce da notte sotto al letto, per far andare via i mostri; e anche adesso, quando mi capitava di rientrare a casa la sera tardi, la torcia del telefono guidava i miei passi nel vialetto dove parcheggiavo la bici. Il nero uccide tutti i colori, per questo mi spaventava. Adesso però il nero era necessario: chiudere gli occhi serviva a ingannare il mio cervello: tu non sei qui da sola, non sei in questo corridoio di ospedale, con una flebo al braccio, una domenica pomeriggio di un giorno d’estate.
Presto, infatti, nel nero irruppe un colore, che si trasformò in una forma: un prato.
«Da quanto tempo si sente così?»
Quando aprii gli occhi, per un attimo fui confusa. Puntavano sul pavimento in linoleum: mi accorsi che era della stessa tonalità di verde del prato che stavo immaginando.
«Intendo la vista. Da quanto è sfocata?», insistette il dottore.
Ripensai al prato: un campetto da calcio con l’erba verde acceso, tagliata fine, i capannelli di ventenni sparsi qua e là, il palco in fondo. Era tardo pomeriggio e il concerto stava per iniziare. Delle ragazze bevevano la birra, ridevano. Dovevamo essere noi. Avevamo appena chiesto a qualcuno di scattarci una foto. Era l’ultima esposizione prima di cambiare rullino. Paola era in centro, Lucia ed io l’abbracciavamo, le borse di tela sulla spalla e i bicchieri in mano. Lo sconosciuto non fece in tempo a contare 3, 2, 1 che la signora dei panini ci finì addosso: «Scusatemi tanto, care», mormorò, e ritornò al chioschetto poco distante. Il ragazzo, che indossava dei pantaloni verdi con grandi tasche e aveva un foulard con la scritta stop genocide legato al passante, si guardò intorno. «Non ho manco messo a fuoco», ci disse, le dita ancora sulla ghiera del diaframma.
Una volta cominciato il concerto eravamo finite sottopalco. Da quella prospettiva, tutto ciò che avveniva dietro le quinte era visibile: il buio e la luce, il silenzio e le voci, i corpi sudati, ogni gesto era intensificato. Tra i cambi di scenografie rudimentali che allestivano le scene, ci eravamo trovate a tirar su una grandissima sfera di cartapesta: un sole che conteneva tutti i colori, pitturati con le dita e mescolati assieme. Forse è l’ultima cosa che ricordo distintamente.
Eravamo tornati in centro a Bologna, avevamo preso un kebab. Poi avevo salutato tutti e mi ero avviata all’ostello. Quella mattina avevo fatto colazione con una ragazza francese che avevo conosciuto nella hall. Si doveva chiamare Hélène, viveva in Svizzera. Aveva lavorato in Australia per un po’, poi si era innamorata («I know, it’s such a cliché», aveva commentato), e aveva aperto un bar con la sua ragazza.
«Perché sei qui?», le chiesi. Hélène sorrise.
Disse che non aveva funzionato, che aveva mollato tutto e si era presa del tempo per pensare. Erano due mesi che viaggiava senza fermarsi e, in fondo aveva capito che le persone, dovunque, vogliono le stesse cose: «To be loved, to be understood, to be seen». Hélène mi guardò un’ultima volta. Aveva dei profondissimi occhi verdi. «And what about you, why you’re here?»
Io ripensai al buco nel petto, nero, più nero del buio e più pesante dello zaino che in quell’ultimo anno mi portavo sempre dietro.
Dopo colazione facemmo la strada fino in Stazione Centrale assieme. Ci salutammo con un abbraccio. Sapevo che non ci saremmo viste mai più.
Accadde poco dopo.
Stavo cercando gli orari dei treni sul tabellone, quando mi accorsi di non riuscirci. Mi ero spinta gli occhiali sul naso e avevo provato ad avvicinarmi, convinta che la distanza, il viavai di persone e le poche ore di sonno mi avessero giocato un brutto scherzo. Ma non era cambiato: il tabellone era diventato una striscia indistinta di macchie nere e arancioni. In quel momento qualcosa mi urtò il fianco. Abbassai lo sguardo: non riuscivo a capire se quella cosa fosse un bambino o un ammasso di colori scomposti che si muoveva tenendo la mano di un adulto. Cercai una panchina libera, ma non trovandola mi ero accostata a un angolo vicino all’ingresso centrale, avevo buttato lo zaino a terra. Mi ero strofinata gli occhi, sperando che passasse e intanto avevo portato le mani davanti al viso, le avevo girate da entrambi i lati, ma mi ero preoccupata ancora di più. Tutto ciò che entrava nel mio campo visivo era diventato a macchie, le mani erano macchie color pelle e gli anelli sulle dita non erano altro che luccichii.
Mi guardai il resto del corpo, ciò che restava dei miei piedi nelle Birkenstock, delle mie gambe nei jeans, dell’ombelico che sbucava dalla maglietta. I contorni delle cose erano spariti e tutto era mescolato. I colori stavano schizzando da ogni parte e si confondevano ai frammenti di marmo del pavimento alla veneziana, nello stesso modo in cui i miei pensieri avevano preso a roteare velocissimi e irrefrenabili.
Avevo spesso avuto la parvenza, durante quell’ultimo anno, che sarebbe successo: che prima o poi, in tutto questo girovagare, mi sarei spaccata, e che la frase di T.S. Eliott all’ingresso del Circolo dei Lettori era sbagliata: «E alla fine di tutto il nostro andare ritorneremo al punto di partenza per conoscerlo per la prima volta».
Mi appoggiai al muro. Osservai il mio riflesso sulle ampie vetrate della sala d’attesa della stazione: era completamente fuori fuoco. Sembravo Robin Williams in quel vecchio film di Woody Allen, ma non ricordavo come andasse a finire.
Qualunque cosa mi stesse succedendo, tuttavia, una cosa era certa: avevo perso i miei colori ed ero rimescolata a quelli degli altri. Quando era capitato? Forse quando avevo preso il treno due giorni prima con uno strano groviglio sullo stomaco? O forse il pomeriggio precedente camminando per la città, da sola, quando a un certo punto mi ero fermata: non c’erano vetrine, bancarelle o librerie che potessero giustificare quella sosta, non c’erano persone. Semplicemente, mi ero accorta che non sapevo più dove stavo andando.
Nella stazione, intanto, il cuore aveva preso a correre all’impazzata anche se ero in piedi, ferma, con la schiena contro un muro, mentre attorno a me le persone si muovevano veloci, erano diventate come le pennellate fugaci e multicolore sulla sfera di cartapesta della sera prima – un sole di colori che roteava accecandomi. Tra quei colori rivedevo l’anno passato, i cortei, i volti delle persone che avevo incontrato, le feste, il tragitto in macchina fino a quel festival nella campagna toscana, gli anziani seduti assieme sulla metro a Milano, i baci che avevo dato, le stringhe delle scarpe che mi ero fermata ad allacciare, l’amico che mi aveva detto mentre diluviava: «È un’età di passaggio, la nostra», l’ultimo esame all’università, le serate in piazza con gli amici, l’ultima volta che avevo dormito abbracciata a qualcuno, le due lineette sulla barra del test…
Nella mezz’ora del tragitto fino all’ospedale il mondo aveva smesso di assomigliare ai coriandoli sul pavimento fuori dalla biblioteca. I piedi, le gambe, l’ombelico: avevo ripreso gradualmente a vedere. Era subentrato, in compenso, un forte mal di testa. E mentre la città sfrecciava nella finestra della vettura, nella mia mente continuava a comparire una frase, scritta come su un vecchio ritaglio di diario. Non ricordavo da dove venisse.
«Ho portato la faccenda
fino alla mia disperazione
e tanto più stupidamente l’ho esposta,
tanto meglio per me».
Il dottore aveva il viso contratto, e teneva gli occhi bassi sui fogli che stava compilando.
«È successo stamattina, mentre tentavo di tornare a casa», mi sentii rispondere. «Ma adesso, eccetto l’emicrania, va meglio».
Mi disse che dovevamo aspettare i risultati delle analisi e che ci sarebbe stato da attendere. Mi sistemò in un angolo del corridoio, mentre l’infermiere spostava dopo di me il grosso zaino che mi portavo dietro con un poster arrotolato, la borraccia e il moschettone con le chiavi di casa. Ero sola.
In quell’anno non avrei mai pensato che il mio corpo potesse tradirmi, neanche nei momenti in cui avevo dimenticato di averlo. Sembrava una tappa obbligata della giovinezza: sfidare il tempo e dimostrargli che no, in fondo, il suo scorrere così inesorabile non faceva così paura, che la giovinezza non sarebbe passata. Che le ore delle giornate potevano piegarsi ai desideri più dissoluti, contorcersi in ore infinite, contrarsi o dilatarsi a seconda delle stagioni, a seconda degli amori. E invece ora eccomi lì, inerme e in attesa, seduta sulla barella di quel corridoio di cui non vedevo la fine. Cosa sarebbe successo dopo l’università? Dove avrei vissuto? Chi avrei lasciato indietro? Ciò che stavo sperimentando in quel corridoio, non era poi tanto diverso da ciò che sembrava essere diventata la mia vita: una lunga attesa del dopo.
E se nelle analisi ci fosse stato qualcosa che non andava? Se il mio tempo fosse finito? Mi pulii gli occhiali sulla stoffa della maglietta. Provai a riprendere il respiro. Ripensai alle interminabili nottate insonni, ai lunghissimi viaggi in treno, al prato fuori dalla casa di A., dove colsi un fiore che lasciai appassire in un libro, che non tolsi nemmeno quando riconsegnai in biblioteca. Pensai che il mio corpo, un giorno, proprio come quel fiore, sarebbe seccato.
In quel momento, presi il telefono dalla tasca posteriore dei jeans. Le mani, mi accorsi, tremavano. Cercai il suo nome nella rubrica e, senza pensarci due volte, premetti il tasto.
Rispose, stranamente, dopo due squilli.
«Pronto?»
Il timbro della sua voce mi riportò indietro di due anni. Era di nuovo autunno, e in quei giorni c’era sempre vento. Mi aveva lasciato un biglietto dentro a un libro. Per un attimo mi sembrò ancora di essere con lui in un cinema. Ma era passato così tanto tempo ormai, e io ero in un corridoio d’ospedale e lui chissà da dove mi stava rispondendo.
Biascicai qualche frase di circostanza che giustificasse quel gesto. Poi iniziai a sputare a raffica frasi che spesso mancavano di un nesso logico, che lui ascoltò lo stesso.
L’autunno che c’eravamo conosciuti, avevo iniziato da poco preso a fare cose da sola, come andare al cinema. «Non l’avevi mai fatto prima?», mi aveva chiesto una di quelle prime sere, prima di spegnere una sigaretta dentro un bicchiere. Ripensare a lui da quel corridoio d’ospedale in quel pomeriggio caldo e afoso in cui poteva essere dovunque nel mondo ma non con me, mi procurò una strana sensazione. Di lui non mi restavano altro che ricordi eppure certe sue frasi erano ancora così vivide dentro di me, e lo sarebbero sempre state. Ed era vero: la nostra personalità non è altro che uno strano miscuglio di pezzettini, assomiglia ai pavimenti sotto ai portici di Bologna, in cui è facile perdersi. Io mi ero persa più volte e lui lo sapeva.
All’inizio, di lui tutto mi respingeva e attraeva. Aveva una tale presa sulle cose, una tale intensità. Aveva il potere, con una frase, di mettere a soqquadro ogni mia convinzione. Mi ero rimescolata ai suoi colori, e stargli accanto mi aveva resa fatta di tempesta. E forse diventare grandi stava tutto in questo: farsi imprestare i colori dagli altri, ma poi ritrovare i propri.
Anche adesso parlandogli e cercando sollievo da quella situazione, mi accorsi che in passato non era accaduto nulla di diverso: con lui avevo disimparato quasi tutto ciò che pensavo di sapere sui rapporti umani. Credere alle sue parole era stato l’atto di ingenuità più grande che potessi compiere. Smentirle aveva significato crescere. In qualche modo, però, mi aveva convinta che di sentimenti così, feroci e assoluti, dovesse essere fatta la giovinezza.
Col telefono premuto contro la guancia, ora, in quel corridoio d’ospedale, gli chiesi come stesse, cosa avesse fatto dall’ultima volta che l’avevo visto. Rispose con il suo solito distacco. Accennò a lei. Gli dissi che ero felice per loro, anche se l’idea che dormissero assieme ogni notte mi aprì un buco nel petto nello stesso punto in cui aveva detto di sentirlo lui, due anni prima. Eravamo in cucina, potevo vederlo in piedi davanti al citofono. Stava scrivendo la tesi, ricordavo bene quei giorni e la sua irrequietezza.
Con lui, in fondo, avevo già condiviso un corridoio d’attesa: quello del difficile spazio tra la fine dell’università e l’inizio della vita adulta. Ma l’attesa è sempre così, per quanto interminabile, passa più in fretta di quanto non ce ne si accorga. Sapevo che lui, quel ragazzo che non avrei rivisto mai più, era parte del mosaico di frammenti di questi anni: una sera di metà ottobre, la metro a Roma, le sigarette, il camcorder tra le sue mani, un sentimento lacerante che non si era mai compiuto veramente.
«Perché hai chiamato proprio me?», mi chiese a un tratto.
«Perché ho paura», dissi. E forse l’avevo chiamato solo per questo. A volte serve avere qualcuno a cui dire di avere paura.
«Pensa a tutti i momenti in cui hai pensato che non ce l’avresti fatta», disse lui, «poi ce l’hai sempre fatta, no?»
Che idiozia, pensai, mentre continuavo a dondolare nervosa i piedi giù dalla barella, lo sguardo fisso sul linoleum verde: era davvero simile a quello del prato.
Finalmente lo riconobbi. Era lo stesso verde sì, ma anche di un altro giorno, di un altro posto. Un colore di me che lui non aveva conosciuto mai. Lo stesso del pavimento del consultorio il giorno dell’aborto. Era successo così tanto tempo prima e lui non ne aveva mai saputo niente. Rivedevo nella mia mente la sera di quel giorno: avevo preso dal freezer una vaschetta di gelato al pistacchio, avevo acceso la tv, avevo iniziato ad affondare il cucchiaio. Lui probabilmente è con lei, avevo pensato: sì, è con lei. Avevo osservato i solchi che aveva lasciato: vallate di un verde pennarello come in un disegno per bambini. Avevo scavato per altre tre volte, fino a che sul fondo della vaschetta non era rimasto più nulla.
«Già» sussurrai, «poi ce l’ho fatta».
Il dottore mi posò una mano una spalla. Mi disse che erano arrivati i risultati degli esami.
Salutai A. per sempre e riattaccai. ♦︎





