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La vita è una messa in scena (con amore per i film). Quarto episodio

Negli Stati Uniti, a Minneapolis, è stata uccisa una poetessa. Un agente dell’ICE le ha sparato tre volte al petto. E l’ultimo film di Paul Thomas Anderson descriverebbe alla perfezione questo clima di violenza metodica di cui si sta macchiando l’Immigration and Customs Enforcement, l’agenzia federale Usa che si occupa di far applicare le leggi sull’immigrazione. Però, è morta una poetessa. Non che la sua morte debba creare più indignazione di altre morti. Il fatto che a morire sia stata una poetessa mi ha convinto che ci fosse un altro film per raccontare la vicenda di Renee Nicole Good. Perché dove siamo adesso, anche grazie alle testimonianze dei social network, lo possiamo vedere tutti i giorni. Lo riconosciamo. Iniziamo anche a sussurrarcelo al bar: il nostro mondo è davvero in pericolo. Ma già nella seconda metà degli Anni Novanta c’era chi aveva saputo leggere e interpretare i segnali di un ordine, che, se mai era esistito reggendosi su delle proprie regole, stava già cominciando a disfarsi. Nel 1999, usciva Ghost Dog di Jim Jarmusch. Un film che solo all’apparenza è un fusion tra vicende da gangster e filosofie da samurai. 

Le mie regole

I rose from an era of terror where it was legal
to tote guns, get red and bust a nigga head

The man, Masta Kill, Superb

In Ghost Dog, Jim Jarmusch mette in scena una mafia ridicola, che guarda cartoni animati e non ha più granché potere. Se c’erano regole o norme, stanno cadendo tutte una dopo l’altra. «Intorno a noi stanno cambiando molte cose. È diventato tutto un casino ormai». I personaggi sono degli immigrati e vivono una New York volutamente invisibile, fatta più di vuoti che di dettagli che la rendano riconoscibile. Anche il protagonista, Ghost Dog, potrebbe essere un immigrato. Non è chiaro. Di certo è un emarginato al servizio di quella mafia ridicola. Lui però non è ridicolo. Tutt’altro. E non è nemmeno come loro, perché ha delle regole ferree. Si affida alla Hagakure, il libro segreto dei samurai. Mentre il mondo attorno scivola nel grottesco e nell’inconsistenza, lui cerca una forma, una disciplina spirituale. «È male quando una convinzione diventa duplice. Non si deve cercare altrove se si è scelta la regola del Samurai. Questo vale per ogni cosa che viene chiamata regola. Chi si attiene a tale principio dovrebbe essere in grado di prestare orecchio a tante regole diverse, essendo tuttavia sempre più in armonia con la propria». 

Partendo da questo assunto, Ghost dog si è costruito una certa reputazione tra i mafiosi. Lui ha il proprio codice da seguire, ma porta sempre a termine i loro lavori con maestria. Il fatto di avere delle regole lo salva dal nichilismo che il mondo intorno a lui sta subendo. Il nome che ha scelto, quasi fosse un rapper, lo descrive appieno: è una presenza invisibile nel mondo, ma come un cane rimane fedele al padrone, e soprattutto al proprio Codice. Ridurre Ghost Dog a un gangster movie con filosofie e influenze orientali significa non apprezzare la poesia di cui si nutre il cinema di Jim Jarmusch.

I miei versi

Rhymes be the proof while I’m drinkin’ 90 proof
Huh, vodka, no OJ, no straw

Bring the Pain, Method Man

Quando non lavora come sicario, Ghost Dog legge libri, ascolta l’hip-hop, alleva i suoi piccioni viaggiatori e poi medita. Questo è il grande tackle di Jarmusch al gangster movie. Come già aveva fatto e come poi farà ancora con altre pellicole, il regista lavora sul genere dall’interno, richiamando il codice (scene, situazioni, personaggi, inquadrature) del genere stesso, salvo poi tradirlo, ironizzarlo, e infine, ma non per importanza, poeticizzarlo.

Ci sono delle recensioni su Internet che lamentano esserci più tensione per il volo in cielo di uno stormo di uccelli che per le scene d’azione. È una tensione poetica. L’operazione è quella di elevare un’atmosfera. La solitudine di un singolo uomo, come Ghost Dog, diventa la lente d’ingrandimento con cui leggere tutto il reale. Non è un caso che il sicario abbia un legame speciale con gli animali. Non è un caso nemmeno che abbia un unico rapporto amicale con una persona che non parla la sua lingua. Non si capiscono a parole, ma si riconoscono perché condividono lo status di emarginati, di immigrati, di non americani.

Mentre la mafia si sgretola e l’America ‘ufficiale’ è quasi totalmente assente dallo schermo, Ghost Dog costruisce un suo codice di vita, legato certo a quello dei Samurai, ma che poi è soprattutto un modo per orientarsi per strada con delle regole, con il rispetto e la cura per ciò che è piccolo e fragile. Ecco perché è anche un codice poetico, fatto di versi antichi di un antico ordine che rivive in lui modernizzato. Un ποιεῖν (poièin), che è la radice stessa della parola «poesia», ma il cui significato originale è fisico e concreto. Significa prima di tutto «fare». Che sia un piccione viaggiatore, un gelato offerto a una bambina afroamericana o un libro scambiato al parco, ogni gesto è un atto di resistenza contro la direzione verso cui la realtà si sta orientando. Il protagonista di Jarmusch è un poeta non perché scriva versi, ma perché costruisce la sua esistenza, ne affronta il dolore, sceglie i suoi simboli. Perché cura i suoi piccioni, perché affila la sua lama, perché non tradisce le sue parole.

I miei timori

Strange eyes keep on watching me
I see those strange eyes keep on watching me

Strange eyes, Blue Raspberry

Il nostro contatto con la realtà, invece, è diventato quasi impercettibile. Oggi viviamo immersi in quella che alcuni filosofi definiscono come «società palliativa»: un sistema che cerca di eliminare il dolore. C’è tuttavia un paradosso tragico. Se evitiamo la sofferenza, finiamo per smarrire il senso stesso della realtà. Senza l’urto della resistenza, il mondo si trasforma in una proiezione sfuocata, svuotata di profondità. Quando anestetizziamo il dolore, anestetizziamo anche l’empatia. E senza empatia, la poesia non può esistere. 

L’individuo moderno, nel tentativo di proteggersi da ogni disagio, finisce per vivere in una bolla dove l’altro, il ‘fantasma’, non è più un essere umano con cui confrontarsi, ma un’interferenza da rimuovere. Questo è il mondo che sta sorgendo davanti agli occhi di Ghost Dog e che per noi ormai è ciò con cui confrontarsi ogni giorno.

Ghost Dog, al contrario dell’individuo moderno, però, sceglie il dolore del Codice. Lo dice subito all’inizio del film. La sua non è una vita comoda. È una vita di ascesi, di disciplina e di costante consapevolezza della morte. Lui non cerca l’anestesia. La sua solitudine è un posizionamento politico e spirituale, maturato dall’assenza di una comunità in cui riconoscersi e lottare. Forse guarda con ammirazione ai rapper che improvvisano insieme canzoni sulla strada o agli uccelli che volano insieme in uno stormo nel cielo. Perché almeno loro si possono riunire sotto qualcosa. Ghost Dog è l’ultimo baluardo di un ordine che non esiste più, un ordine che è tornato nel vuoto. Questo passaggio fondamentale nel film rappresenta il vertice della meditazione zen del protagonista: «I nostri corpi ricevono la vita dal mezzo del nulla. Esistere dove non c’è nulla è il significato della frase: La forma è vuoto. Che ogni cosa provenga dal nulla è il significato della frase: Il vuoto è forma. Non si dovrebbe pensare che queste siano due cose distinte».

Le mie battaglie

Music makes me lose control
This is not just rock ‘n’ roll
Hip hop digs right to the soul

Fast shadow, Wu tang Clan Method Man, Ol’ Dirty Bastard, RZA, U-God & Masta Killa

Il cuore dell’opera, in fondo, batte in questo spazio: è esistenzialista e usa il gangster movie per smascherare l’artificio delle barriere. Ci sussurra che i muri che costruiamo, tra culture, tra regolari e irregolari sono solo proiezioni mentali, costrutti sociali che crollano davanti alla consapevolezza che tutto viene dal vuoto e al vuoto fa ritorno. Ed è proprio qui che il film diventa politico. Se le barriere sono finzioni, allora la violenza che le tutela è un crimine contro la natura stessa delle cose. La vera tragedia della modernità è la perdita dell’istante, l’istante che Ghost Dog trascorre a prendersi cura dei piccioni, a riflettere sulla morte, a leggere libri su una panchina. L’istante in cui nasce la poesia. In questa società che allontana il dolore, il tempo non è più un flusso di esperienze, ma un deserto di distrazioni e godimenti. Ed è qui, in questa zona d’ombra tra il vuoto e l’esistenza, che si gioca la partita decisiva.

Oggi è sempre più difficile trovare qualcuno che viva seguendo un codice come fa Ghost Dog, con assoluta fedeltà e disciplina. Ci lasciamo piegare dai confort, scendiamo a patti, deleghiamo, siamo stanchi ancora prima di aver provato a combattere. Adattamento e omologazione coincidono: è la nostra strategia di sopravvivenza. Diventiamo mimetici, trasparenti, spesso privi di una nostra sostanza etica. Somigliamo al camaleonte di cui scriveva Alejandro Jodorowsky: «Tutto triste, il camaleonte si rese conto che per conoscere il suo vero colore, doveva posarsi sul vuoto».

La morte di Renee Nicole Good dovrebbe metterci di fronte a un vuoto. Poco importa se a separarci dall’America c’è un oceano. La sua vicenda riguarda ciascuno di noi. Primo, perché Renee Nicole Good era una poetessa. Secondo, perché Renee Nicole Good ha scelto. Si è ribellata. Anche nei suoi ultimi istanti è stata fedele alla poesia con cui ha vissuto un’intera vita. Non ha voluto fermarsi a un posto di blocco, a una prepotenza. Ha preferito scegliere la propria comunità, i propri valori. Il dolore del Codice. Ha offerto una resistenza contro un mondo che non le andava più bene.

C’era chi scriveva che i primi popoli furono popoli di poeti. 

E quelli futuri?

Viva Renee Nicole Good, Viva il Cinema! ♦︎


La vita è una messa in scena (con amore per i film) è una rubrica che racconta le relazioni odierne attraverso film iconici. Le illustrazioni sono di Gianni Pucci.