Ad Alba (CN), nella serata estiva del 18 giugno 2026, si è tenuta la premiazione, dopo la proiezione, dei cortometraggi selezionati dal Giobia Fest. Fra il pubblico c’era anche Nabila Farid, regista di Ho come l’impressione di aver sbagliato tutto, che abbiamo intervistato insieme agli altri registi: Tommaso Caperdoni, Mirko Ciardi, Giulio Malandrino e Giuliana Simonetti. Il loro corto ha vinto la menzione della giuria.
Nabila, com’è andata la serata al Giobia Fest?
Un’accoglienza incredibile! Erano tutti super entusiasti della mia presenza e di quella della regista svedese che è venuta direttamente da Copenaghen. Sono stati tutti super carini. La sala all’aperto era strapiena, c’erano un sacco di persone che sono state a vedere tutti e nove i corti. Tutti i corti sono stati veramente belli e mi ha fatto piacere che anche il plauso del pubblico fosse abbastanza alto per il nostro, nonostante ci fossero corti fatti molto bene, con una produzione dietro. Ho pensato: siamo con gente che ci sa fare davvero. Bellissimo. Una bella realtà. Mi ha fatto veramente piacere essere stata presente.
Che bello! Dunque, raccontateci: in che contesto nasce il vostro cortometraggio?
Mirko: Il corto è nato nel contesto di un corso di regia fatto alle Manifatture Digitali Cinema di Prato. Eravamo una quindicina di persone in totale, divisi in tre gruppi da cinque e ognuno doveva tirare fuori un cortometraggio, partendo da zero.
Tommaso: Per me è stato molto rinfrescante, avendo una produzione qui ad Arezzo, è un lavoro che faccio a tempo pieno e sentivo molto questa esigenza di voler prendere una camera, andare e fare con degli amici, cioè proprio con leggerezza, anche con poca programmazione, un po’ improvvisando. Mi mancava quella dimensione di gioco che uno ha quando inizia. Far venire fuori l’approccio punk, fare qualcosa di “distruttivo”, di molto iconoclasta, che fosse l’anti-sceneggiatura per me che sono uno sceneggiatore che scrivo sempre le scalette, gli schemi, eccetera. Ho detto dai, facciamolo.

Com’è nata l’idea di “Ho come l’impressione di aver sbagliato tutto”?
Mirko: L’idea di base è nata da Tommaso. Una sorta di canovaccio: due ragazze che hanno fatto un corso di cinema e stanno cercando storie a giro per Pistoia; location scelta per una ragione di convenienza anche logistica. Siamo partiti con questa idea così primigenia e piano piano abbiamo creato una piccola ossatura, ma, alla fine, molto di quello che si vede nel cortometraggio è stato frutto del caso e della ricerca pura. Noi che, in tre giorni, abbiamo girato in lungo e in largo per Pistoia cercando storie.
Nel corto c’è tanto monologo e tanto dialogo: l’avete scritto prima o è nato lì per lì durante le riprese?
Tommaso: Lo schiaffo all’insegnante e quel monologhetto che fa Nabila di sfogo sul sistema del cinema, dei corsi, eccetera. Quelle erano le uniche due cose preparate, tutto il resto era solo un’intenzione. Praticamente la scrittura è stata fatta in montaggio. Per esempio, quando abbiamo girato la scena che è in apertura, non sapevamo dove l’avremmo messa.
Nabila: Sì, la parte che abbiamo scritto un po’ di più è quella del monologo che interpreto io, che è quella dove sputiamo un po’ su tutto: un mix di frustrazione di punk. Per il resto, invece, ci sono arrivate un po’ delle frasi, come quella del panino, che abbiamo buttato giù mentre eravamo sulla scena io e Giuliana. Abbiamo avuto un po’ di spunti da cui poi abbiamo un po’ improvvisato noi.

La scena che mi ha che mi è piaciuta di più è proprio quella dello schiaffo: nasce da una vostra vera frustrazione?
Giuliana: In realtà, sono molti schiaffi, perché l’abbiamo girata molte volte. Non riuscivo a non ridere e si vedeva che non era credibile. Tra l’altro quella scena avevamo, inizialmente, l’idea di girarla con altre persone in classe che ci guardassero ma non è stato possibile e quindi abbiamo cambiato tutto mentre la facevamo e però è venuta, nonostante tutto, abbastanza bene.
Nabila: È da quella scena che ci è venuto in mente il corto: tutto è partito da lì. Eravamo a pranzo ed eravamo totalmente presi dall’idea di cosa dovessimo creare. Ne avevamo varie. E a una certa Tommaso fa: picchiamo Federico Bondi. E da Federico Bondi è venuta fuori l’idea del corto, bellissima! Soprattutto perché lui ha accettato e ha detto: va bene, però solo se me le date davvero. Sì, lui era veramente entusiasta!

Così lui è diventato tutti professori che avremmo voluto picchiare. Ma, ditemi, visto che è stato dato tanto spazio all’improvvisazione, raccontateci qualche aneddoto a proposito che vi ha divertito o vi ha spaventato durante le riprese.
Giulio: Volevamo raccontare l’esplosione delle emozioni che provano i giovani nei confronti del fare cinema, della situazione che va sempre solo a peggiorare e che sembra non avere via d’uscita. Un aneddoto bello è quando sia Giuliana che Nabi dovevano fare delle interviste a persone, chiedere storie che poi volevamo raccontare e quindi andavamo in giro. C’era chi ci ha raccontato di essere stato in prigione, c’è chi diceva di aver viaggiato per mezzo mondo. Cioè, a un certo punto non sapevamo nemmeno noi che cosa volevamo raccontare, perché c’era talmente tanto materiale che ci siamo detti o ci facciamo un documentario o iniziamo a focalizzarci su quello che vogliamo raccontare. È stata una cosa molto particolare e interessante.
Qual è stata la più grande difficoltà nel girarlo? Come avete superato gli ostacoli?
Mirko: La difficoltà più grande l’abbiamo avuta con l’audio, però, tutto sommato, con un po’ di ingegno e un po’ di spirito punk siamo sempre riusciti a trovare una quadra e francamente penso sia stata la cosa più bella. Anche proprio la lavorazione in sé, cioè cinque sconosciuti che si sono ritrovati per caso a fare un corso di regia e che però molto istintivamente si sono trovati bene dal lato umano e l’affiatamento che alla fine c’è stato fra noi si è riflettuto alla fine nel prodotto finale.
Avete deciso di firmarlo come cinque registi, cioè non c’è uno in particolare, ma tutti insieme. Per via del del corso doveva essere così o l’avete scelto voi?
Mirko: Doveva chiaramente essere così perché comunque è nato nell’ambito di un corso e quindi i nomi dovevano comunque comparire tutti. Alla fine penso che avremmo preso a prescindere questa decisione perché appunto credo si sia creata tra noi una sorta di tacito accordo che i meriti e i demeriti sono divisi tra tutti e cinque. Abbiamo fatto tutto tutti e cinque, quindi ha senso che siamo cinque registi e non solo uno che ha preso le redini, diciamo.

Ci sono dei registi ai quali vi siete ispirati?
Mirko: Ispirati non lo so, sicuramente siamo stati influenzati da alcuni autori come Pasolini, Michael Haneke, Elio Petri, Marco Ferreri. Siamo riusciti ad amalgamare le varie influenze che comunque sia abbiamo, vuoi per preferenze, vuoi per background. Siamo persone con influenze molto diverse, però alla fine siamo riusciti a convertire tutto in un qualcosa di univoco.
Con quale materiale avete girato?
Giulio: Abbiamo girato con la camera Sony di Tommaso e la mia Sony Alpha 7 IV e infatti c’è stato questo piccolo problema che non so se si è notato ma hanno due colorazioni diverse. Abbiamo usato la color per cercare di integrarle e siamo riusciti in qualche modo ad amalgamare il tutto. Non so se il bianco e nero sia stata la migliore soluzione, però sicuramente ha aiutato.
Giuliana: Abbiamo girato anche con delle minuscole handycam, che nel corto usiamo noi.
Per il futuro avete prospettive o progetti in cui lavorerete ancora insieme? O progetti per il futuro in generale?
Nabila: Allora diciamo che noi veniamo da cinque mondi un po’ diversi, io spero di poter rilavorare tutti insieme nonostante appunto i vari impegni in tutti, perché appunto si è creata una bella sinergia e sicuramente si potrebbero creare altre cose belle.
Giuliana: Abbiamo delle idee che ci piacciono e che vogliamo fare insieme visto che abbiamo funzionato, nonostante siamo molto diversi e, appunto, avevamo pensato di partecipare a qualcosa, però, in definitiva, non abbiamo ancora nulla.
Mirko: Sì, anche per me la speranza è condivisa: spero di fare ancora qualcosa assieme, anche perché, ripeto, non è facile, nel mondo del lavoro, ma anche in questo del cinema, trovare persone con cui ti trovi bene prima di tutto umanamente con cui ci sia una convergenza di idee anche diverse, ma che arrivano tutte allo stesso punto.
Giulio: Per quanto riguarda il team, già il fatto di essere qui penso sia una motivazione che ci spinge a rimanere in contatto. Magari non sarà ora, magari non sarà tra tre mesi o un anno ma c’è sempre la possibilità di realizzare qualcosa insieme.
Tommaso: Questo corto mi ha ridato la voglia di fare tante cose senza troppe pretese. Proprio una voglia che ho da quando avevo fatto il corto e sto cercando di applicare nel prossimo anno, infatti penso che girerò qualcosa sempre con lo stesso approccio sia con gli altri quattro ragazzi, quindi sì: assolutamente c’è l’intenzione di fare qualcosa insieme, ma anche con altri. In generale, penso che fare queste esperienze serva proprio anche alle singole persone per ritrovare un po’ il motivo per cui lo fai, perché sennò se ti guardi intorno spesso è un po’ desolante.
Un’ultima domanda: cosa vi ha portato a candidarvi al Giobia Fest?
Tommaso: Ho curato io la parte dei festival, semplicemente ho voluto trovare quei festival che almeno a distanza, mi sembrava, potessero avere la stessa filosofia: festival comunque giovani, gestiti da nostri coetanei e che avessero un approccio molto di provincia. Perché ovviamente era un corto che a certi festival non lo prenderebbero mai, quindi era tanto inutile mandarlo, perché purtroppo molti festival non riescono ad andare oltre la forma, e ovviamente in nostro corto ha una forma limitata. Però penso abbia un grande cuore, quindi ho cercato dei festival con un grande grande cuore e il Giobia Fest mi è sembrato questo.






