Skip to main content

La vita è una messa in scena (con amore per i film). Secondo episodio

Non so cosa sarebbe la mia vita se non avessi conosciuto Wong Kar-wai. La verità è che questo regista mi ha insegnato cose sull’amore e sulle relazioni che non ero stato in grado di ricavare da solo nella mia esperienza. I suoi film sono il porto sicuro quando voglio avere qualcuno che, come un vecchio maestro, mi racconti delle storie su quanto sia bello, ma anche complesso, semplice e difficile, certamente irripetibile l’incontro tra esseri umani.

Pensiamo a una situazione che ci potrebbe accomunare tutti. Ci piace qualcuno. Cerchiamo di attirare le sue attenzioni, magari all’inizio sembriamo anche riuscirci. Pensiamo di essere ricambiati. C’è una bella atmosfera, una bella intesa quando ci incontriamo con la persona che desideriamo. Ma capita all’improvviso che questa persona si ritragga o che addirittura scompaia. Magari ci risponde che non si sente pronta per una relazione, magari la verità è che ha un piede in un’altra, oppure può capitare che, la sera dopo essere stata bene con voi, abbia avuto un pensiero o abbia fatto un incontro che ha cambiato tutto. La verità è che sono passati oltre trent’anni dal capolavoro di Wong Kar-wai intitolato Hong Kong Express, le relazioni oggi corrono ancora più veloci e, chiamando in causa Bauman, sono più liquide. Eppure, trent’anni fa, come oggi, Wong Kar-wai è lì, tanto attuale quanto poetico, pronto a consolarti per una storia andata male, per un bacio mancato, per quei binari che sembrano potersi incrociare da un momento all’altro, ma che poi proseguono paralleli ciascuno per il proprio percorso. Non so cosa sarebbe la mia vita se Wong Kar-wai non mi avesse insegnato che, in amore, la cosa che conta di più è il tempismo.

Date di scadenza

Che niente dura per sempre nemmeno la musica

Baustelle, Amanda Lear

Hong Kong Express è un film diviso in due episodi. Nel primo, i protagonisti sono un poliziotto e una criminale. Il poliziotto, He Zhiwu, è appena stato lasciato da May, quella che credeva essere la donna della sua vita. Spera ancora che lei possa tornare sui propri passi e ha stabilito un particolare rituale che accompagni l’attesa. Ogni giorno, He Zhiwu va a comprare in un minimarket un barattolo di ananas, frutto amato dalla ragazza. E ciascun barattolo deve avere la stessa data di scadenza, il 1° maggio, un mese esatto dalla rottura. Il mese che He Zhiwu si è dato per aspettare, perché all’inizio pensa che lei tornerà.

La criminale, di cui non conosciamo il nome, ha altri problemi da fronteggiare. Non ha tempo da perdere con le faccende amorose. Le uniche relazioni che le interessano riguardano i suoi loschi affari: deve tentare di trafficare della droga fuori dal paese, ma, dopo essere stata raggirata, il suo obiettivo diventa sopravvivere. I due protagonisti sono binari all’apparenza distanti, paralleli, intangibili. Eppure finiscono per incrociarsi. Perché questo primo episodio di Hong Kong Express racconta tanto delle loro solitudini quanto della loro relazione: di uno sfiorarsi, di un tocco quasi impercettibile ciascuno nella vita dell’altro, che lascia e non lascia un’impronta. «Nell’istante in cui i nostri corpi si sono toccati – dirà He Zhiwu – ho provato un lunghissimo brivido… Cinquantasette ore dopo mi sarei innamorato di quella donna». 

Wong Kar-wai mette in scena una storia dove i suoi personaggi vivono un particolare rapporto con la delusione, con il fallimento, con l’idea di avere una scadenza. Delusa, fallita, con pochissimo tempo rimasto da vivere, così si sente la criminale, incastrata dal complice. Ma con un sentimento simile si trova a fare i conti anche il poliziotto. E come dargli torto? Quando un amore in cui abbiamo investito finisce, quando ci si sente abbandonati, il mondo che avevamo tentato di costruire con un altro cessa all’improvviso di esistere. Si sgretola, nonostante la nostra credenza che sarebbe potuto durare per sempre. E una grande delusione può portarci a maturare una consapevolezza. Vera? Falsa? Tutto ha una data di scadenza.

Solo che all’inizio dell’episodio il poliziotto non ci può credere, per questo è costantemente ad ascoltare la sua segreteria nella speranza di un messaggio di May, per questo ogni giorno corre a comprare quel barattolo. È il vano tentativo di chi non ha ancora accettato la fine dell’amore in cui crede. È un essere goffo, buffo, se guardato da fuori, ma Wong kar-Wai riesce a renderlo anche poetico. Voglio dire, ognuno di noi, avrà avuto il proprio barattolo di ananas. 

O forse no, se pensiamo alla criminale, dobbiamo immaginare che dietro la parrucca bionda e gli occhiali da sole si nasconda un’anima più fredda e calcolatrice. È ciò che le permette di sopravvivere, nonostante le disgrazie. Una persona del genere sembra incapace di amare o innamorarsi. Non ne ha il tempo. Quello che il poliziotto sceglie di trascorrere stando nella memoria della sua relazione passata. Lei sembra quasi non avere scelta, deve stare rigida nel presente. La sua esperienza le insegna che non si può fidare di nessuno e che l’unica scadenza di cui deve importarle è la data della sua morte.

Qua e là

Ma non si può perdere quello che mai, in fondo, si è tenuto
Non si può perdere niente se niente, in fondo, s’è mai avuto

Vinicio Capossela, Camminante

Verrebbe da pensare che il luogo dell’incontro tra il poliziotto e la criminale sia la questura, ma, come spesso capita nelle pellicole di Wong Kar-wai, tutto si consuma all’interno di una tavola calda. Per quasi tre quarti dell’episodio abbiamo visto le loro vite scorrere parallele, tuttavia sentivamo che prima o poi sarebbe successo qualcosa, che si sarebbero trovati faccia a faccia, che sarebbero entrati in relazione. È la grande poesia di questo genere di cinema, che non ha nulla di epico, dove il culmine della storia è un incontro, fatto di piccoli gesti, di silenzi, di battute taglienti, come la risposta che la criminale dà al poliziotto in merito alla sua storia: “In realtà conoscere veramente qualcuno non significa nulla. La gente cambia. A una persona un giorno può piacere l’ananas e il giorno dopo qualcos’altro”. 

È uno dei grandi dilemmi di oggi: la nostra liquidità. Come sottolinea Bauman, oggi è radicata «la convinzione che il cambiamento è l’unica cosa permanente e che l’incertezza è l’unica certezza». Anche il poliziotto si trova ormai vicino alla resa, l’ultimo barattolo di ananas. May non è tornata e forse non c’era sulla terra peggiore persona da incontrare. Quella che sta di là, sul binario opposto. Una persona che non sa innamorarsi perché non è capace di illudersi, di lasciare andare i freni che la inibiscono. È proprio di chi ha troppa paura di essere ferito, di essere tradito. Di chi forse si sente di essere stato già troppo ferito, troppo tradito per creare un rituale condiviso. Due antipodi si sono incontrati alla tavola calda. Perché il poliziotto invece, ammesso il dolore della perdita, non vuole e non rinuncerà ad amare. Anzi, è già pronto a innamorarsi di nuovo. A illudersi accettando che potrebbe essere disilluso ancora. Non c’è una strada più giusta dell’altra, ciascuno attribuisce i propri significati attraverso l’esperienza. Certo, la prospettiva di He Zhiwu è di strappare se stesso dalla solitudine per creare un legame, mentre la criminale continuerà a viaggiare da sola nei sobborghi di Hong Kong. Certo, un buon analista sosterrebbe che le modalità di reazione del poliziotto al trauma siano più sane della controparte, che lei non sia stata in grado di affrontare il passato e di perdonarlo, ma si finirebbe per parlare di ideali. Wong Kar-wai non è avvezzo a delineare grandi teorie psicologiche con il suo cinema. Ciò che gli interessa è raccontare delle relazioni tra esseri umani e della loro relazione con il tempo. Il poliziotto e la criminale hanno avuto nel tempo quella occasione per incontrarsi, binari opposti che si incrociano poche ore per perdersi di nuovo. Ma non si trovavano nello stesso tempo per fare in modo che il loro incontro si prolungasse in un altro e in un altro ancora, fino a trasformarsi in un rituale. Non erano nello stesso tempo, che nella poetica di Kar-wai si può tradurre con mancanza di tempismo. «Love is a matter of time» farà pronunciare in un altro film a un suo personaggio. Non come una questione di attendere che arrivi il momento giusto, ma di farsi trovare pronti quando arriva. Guardando il primo episodio, ci viene il dubbio che quei due, nonostante le diversità, si sarebbero potuti innamorare, ma non c’è stato il giusto tempismo, nessun valzer del ti amo per sempre.

È un finale agrodolce, fatto di una dolcezza trattenuta, di molti «e se», è un culmine che non esplode, dove la poesia sta nel riconoscere che anche un incontro casuale, con una data di scadenza brevissima, può lasciarti un ricordo difficile da cancellare. «Alle sei in punto del primo maggio una donna che non avrei mai più rivisto mi aveva augurato buon compleanno. Era un’incredibile coincidenza, non l’avrei mai dimenticata. Se anche i ricordi sono come un barattolo di ananas, spero che quel barattolo non scada mai. E se proprio deve avere una data di scadenza, spero che sia tra diecimila anni».

California dreamning

If I didn’t tell her I could leave today

The mamas & The Papas, California dremin’

La questione del tempismo è ancora più evidente e dichiarata nel secondo episodio. He Zhiwu racconta di come si sia innamorato di una ragazza che lavora in un chiosco, ma che purtroppo lei è innamorata di un altro. A questo punto, i protagonisti della storia sono stati introdotti. C’è un nuovo agente di polizia, matricola 663, e Faye, la ragazza del chiosco di cibo fast food. Faye è innamorata segretamente di 663, ma a lui sembra non interessare. Il motivo? 663 è a sua volta innamorato di un’altra persona che lavora come hostess. Il quadro generale tracciato da Wong kar-Wai è chiaro, questa storia racconta, forse più di ogni altra, che cosa significhi avere o non avere tempismo in amore. Si parte da una situazione in cui i personaggi sono paralleli, ciascuno su un binario diverso, con l’orologio delle loro vite che non è sincronizzato con gli altri. Entrambi si trovano a vivere un innamoramento non corrisposto. Infatti, passano altre due scene e scopriamo che 663 è già stato lasciato dalla hostess. «È andata via. Voleva cambiare sapore. Non posso darle torto, un cibo diverso tutte le sere, perché non cambiare anche uomo?». Lui ricorda questa relazione come ogni innamorato, era convinto che sarebbe potuta durare per sempre, che sarebbero potuti volare lontano come un aereo con il serbatoio pieno. Così non è stato. 663 sospetta che la hostess si sia già innamorata di un altro, ogni sera si reca al chiosco per bere del caffè freddo e, al consiglio del proprietario di provare nuovi sapori, l’agente risponde che non è facile cambiare, bisogna farlo per gradi. 

È allora che l’intreccio si aggroviglia e i binari potrebbero incrociarsi. La hostess si reca al chiosco pensando di trovare 663, ma lui ha cambiato i turni di riposo. Così è costretta a lasciare una lettera a Faye, la quale non si fa nessuno scrupolo ad aprirla. Al suo interno, ci sono un messaggio e le chiavi dell’appartamento di 663. Fino a qui, l’unica canzone che abbiamo ascoltato ripetersi scena dopo scena è California dreamin’, una ripetizione che risalta ancora di più la circolarità della situazione e le abitudini dei personaggi. Perché, come un innamorato ripete lo stesso gesto comprando il barattolo di ananas, un altro potrebbe voler bere sempre il solito caffè freddo e un’altra ancora potrebbe ascoltare una canzone con la stessa ripetitività. Il fatto, tanto poetico, bello e triste insieme, è che i personaggi si trovano ad ascoltare la stessa canzone al chiosco, ma è come se a ciascuno arrivasse con un ritmo diverso. E non esiste tempismo, se non si è capaci di trovare un ritmo condiviso.

La poetica dello spazio

Did the lines ever intersect one another
At a moment in time?

Nicolás Jaar, Space is only noise if you can see

L’appartamento di 663 è uno degli elementi chiave del film, sia perché diventa la scenografia di buona parte dell’episodio, sia perché viene investita di una propria poetica. L’appartamento è umanizzato, c’è un legame profondo tra il proprietario e lo spazio, come se quest’ultimo rappresentasse la sua intimità: “gli oggetti al suo interno sono diventati tristi” dice 663, mentre si trova a parlare con la saponetta del bagno, metafora dell’amore passato. «Sei così dimagrita, prima eri così grassoccia, perché ti senti triste?», o mentre dialoga con lo straccio bagnato come se stesse parlando a sé stesso: «Non devi piangere, bisogna essere forti, non ci si deve abbattere». Ma 663 ancora non sa che il suo appartamento ha una nuova inquilina. 

Faye, infatti, comincia ad abitarlo nei momenti in cui l’agente si trova a lavoro. Lei si preoccupa di pulire casa, riordinare e persino di abbellirla. Le sequenze di queste scene sono memorabili, come quando si veste da hostess o come quando trova un capello troppo lungo nel letto per appartenere a lei. Non si possono elencare tutte, ma è chiaro come Faye vorrebbe che 663 si accorgesse di lei, che la scoprisse. Lui, invece, non pare accorgersi dei cambiamenti, anche se i pesci continuano ad aumentare nell’acquario, neppure quando ritorna a casa e la trova allagata. 663 è ancora nella memoria dell’amore passato, sta vivendo quel tempo e continua a investire lo spazio con sentimenti malinconici. La casa è allagata, dice, perché ha pianto tantissime lacrime. 

«Quando un uomo piange basta un fazzoletto. Quando a piangere è una casa ti tocca fare un sacco di fatica».

Poi accade qualcosa: 663 vede Faye sul balcone del proprio appartamento e corre per intercettarla. Lei riesce comunque a nascondersi e fuggire. L’incontro è solo rimandato al chiosco. Ma l’agente non cerca spiegazioni, vuole invitare Faye a un appuntamento perché ha capito ciò che fino a quel momento aveva ignorato, la silenziosa presenza di Faye nella sua casa, che in questo film, per la poetica dello spazio adottata, equivale a dire la silenziosa presenza di Faye dentro di lui. Poco prima, 663 era incapace di vedere l’innamoramento che la ragazza prova per lui, né poteva cogliere la potenza della dolcezza, la cura e la sua timidezza. Ora qualcosa è cambiato. Si è accorto di lei. E sembra che possano ascoltare finalmente la stessa canzone allo stesso ritmo. 

Invece, quando siamo con 663 ad aspettare che Faye lo raggiunga ad una tavola calda chiamata California, scopriamo che lei non arriverà mai. Il proprietario del chiosco consegna una lettera all’agente, che decide di non leggere, e gli rivela che la ragazza se n’è andata, è volata in America, in California, quella vera. 663 commenta così la notizia: «Non è che non sia venuta, è solo andata nel posto sbagliato. Quella sera eravamo in una California diversa. Tra noi c’erano quindici ore di differenza di fuso orario. Adesso in California sono le undici del mattino. Chissà se alle otto di sera le verrà in mente che ha un appuntamento con me».

Love is a matter of timing

Now so long, Marianne, it’s time that we began
to laugh and cry and cry and laugh about it all again.

Leonard Cohen, So long, Marianne

Ancora una volta è mancato il tempismo. L’immagine del fuso orario rende bene l’idea: quando per lei è giorno, per lui è sera e viceversa. Quando lei era innamorata, lui non c’era, quando lui era pronto a innamorarsi, lei se n’è andata. 

Love is a matter of timing. Tutta la potenza si esaurisce se non si trova un ritmo condiviso. Se non si arriva a un sincronismo. 

È curioso, ma anche questo articolo ha avuto il suo tempismo: mentre lo stavo finendo, mi sono imbattuto negli studi di Ben Rein, un neuroscienziato il cui pensiero si sposa benissimo con la poetica di Wai. Ben Rein, quando parla di relazioni, usa il termine click. Noi “clicchiamo” con qualcuno e i nostri cervelli cominciano, sostiene, a sincronizzarsi. Ci sono aree della mente che cominciano a seguire lo stesso ritmo. C’è una risposta biologica degli organismi. Non è soltanto una metafora romantica, ma un fenomeno reale. È una forma di risonanza biologica che potrebbe spiegare perché, con alcune persone, tutto sembra naturale, e con altre invece ogni gesto arrivi un istante troppo tardi. E poi perché, a volte, anche quando sembravamo ricambiati, non si è avverato nulla. Forse perché abbiamo confuso l’intesa con la fusione. A volte desideriamo troppo, ci accendiamo in fretta, e finiamo per bruciare ciò che stava solo iniziando a scaldarsi. Ci muoviamo con l’urgenza di chi teme di perdere qualcosa, mentre l’altro procede con la calma di chi vuole semplicemente sentirla nascere. Così l’armonia si spezza: uno arde come un incendio, l’altro è ancora solo un piccolo focolare. Potrebbe spiegare perché a volte si incontrano le persone giuste nel momento sbagliato.

E, come in Hong Kong Express, l’inchiostro delle lettere sbiadisce rapido con la pioggia come una grande promessa d’amore. E la musica del mondo assume un volume così alto che sovrasta la nostra canzone. Bisogna imparare di nuovo ad ascoltarla. Il tempo va avanti e noi siamo obbligati a fare lo stesso. Magari cambiamo subito canzone. È anche vero che a volte possiamo tentare di restare fermi o addirittura di riavvolgere il nastro, possiamo stringere un cuscino, chiudere gli occhi e ricordare o ricordare anche solo comprando un barattolo dell’ananas. Siamo complessi, trent’anni fa come oggi, forse più liquidi. Inseguiamo relazioni che poi si trovano loro stesse a inseguirci. Di certo oggi siamo più liberi o forse solo più disillusi. In ogni caso, i film di Wong Kar-wai sono un ottimo modo per vederci specchiati. Ci mostrano la durezza e la poesia delle nostre solitudini, ci raccontano che siamo noi a scegliere come andare avanti, se con la stessa capacità di illudersi di prima o con la freddezza che si addice alle anime spietate, di quelle che al mito dell’amore non credono più. Ma ci raccontano anche come con la giusta predisposizione, mentre il tempo va avanti, il mondo potrebbe ancora sorprenderci. 

Viva il cinema! ♦︎


La vita è una messa in scena (con amore per i film) è una rubrica che racconta le relazioni odierne attraverso film iconici. Le illustrazioni sono di Gianni Pucci.