Paura della morte?
Molti direbbero di no, quantomeno non nel proprio privato. Neppure ci pensiamo alla morte. Mentre le violenze – quelle lontane, a Gaza, in Ucraina, o qualunque altra cruda scena l’internet ci proponga – si susseguono sui nostri schermi, arrivando a esserci indifferenti, il tema della morte in sé, la morte in quanto tale, la fine dell’esistenza di singole soggettività, passa troppo spesso in sordina. E, intendiamoci, l’ignorare un tema non determina affatto che esso non sia importante. Buttare la polvere sotto il tappetto non la nasconde: come l’elefante mangiato dal boa nel Piccolo Principe, la costringe a emergere sotto una forma diversa, in involucri che, volenti o nolenti, tentano di trasformarla in qualcosa che non è.
Pensiamo, per esempio, al bisogno di tenersi costantemente in forma, che sia in una dimensione fisica o mentale poco importa. E non parlo di un’equilibrata, e più che ragionevole, attenzione per la propria salute, ma della volontà di mantenere un corpo e una mente giovani, di apparire senza rughe, di non mostrare la fatica negli anni che passano. Perché fuggire l’età adulta e i segni, fisici e mentali, che essa porta con sé?
Possiamo trovare evidenze nette nel linguaggio: i bambini sono quasi sempre chiamati con l’appellativo di ragazzi, eppure anche gli adulti – persone di trenta, quaranta o cinquant’anni – sono ancora ragazzi. Così il termine diviene simbolo dell’unione tra la fretta nel crescere, da una parte, e la volontà, dall’altra, di non crescere troppo e di evitare con tutti i mezzi possibili il mutamento in una categoria che, forse, spaventa. E perché dovrebbe spaventare o anche solo far strano chiamare e considerare un trentenne un adulto? Non lo è forse?
Cerchiamo costantemente nuovi stimoli e soluzioni: medicine, integratori, allenamenti, diete, eventi, concerti, conferenze; nulla viene lasciato in balia del tempo. Nulla viene accettato nel suo naturale invecchiamento. Questi sono gli involucri sotto cui nascondiamo la nostra paura, il Colui-che-non-deve-essere-nominato del ventunesimo secolo. L’homo sapiens, paladino del vivere secondo ragione, paradossalmente non sa accettare il cerchio del vivere e del perire degli esseri, processo perfettamente naturale, caposaldo non solo della vita sul nostro pianeta ma anche presupposto del suo evolversi.
La paura della morte possiamo trovarla, quindi, non nel compatire l’essere umano che muore sotto le bombe ma – in una dimensione molto più egoriferita – nella morte di noi stessi, terrorizzati da un tempo che non riusciamo a catturare e che appare sempre, irrimediabilmente, mai abbastanza. Non temiamo la morte che toglie la vita, temiamo la morte che ci priva della possibilità stessa del vivere.
Nella costante corsa da un perfezionamento a un altro, nel tentativo di attanagliarsi con tutte le forze alla giovinezza (e alla sua bellezza, forse più ideale che reale) risiede questa nostra paura di non avere mai abbastanza tempo per realizzare tutte le possibilità che ci si mostrano. Così il correre da uno stimolo all’altro ci illude di poter avere, se non ci fermiamo, tutto ciò che desideriamo; l’esser giovani ci illude che quella fine non ci appartiene e che, se non ci pensiamo, non arriverà mai.
Teniamo discosto l’unico fatto che afferma che, di queste infinite opzioni, potremo realizzarne solo una parte, e nemmeno una parte che decideremo noi ma solo fino a quando – per volere di un dio o del caso – ci sarà concesso. Così la morte si congeda, viene allontana potremmo dire, dal vivere quotidiano.
E più essa, irrimediabilmente, si avvicina, meno sono le persone che con coraggio sanno guardare negli occhi la realtà delle cose. E non parlo solo della propria morte, ma la morte di un parente, di un amico, del cane che ci ha accompagnato per tutta l’infanzia. Semplicemente, avendola a lungo tempo tenuta nascosta al nostro sguardo, non abbiamo strumenti sufficienti per confrontarci con essa. Un po’ come quando, lasciato il manuale in un angolino a prendere polvere, scopriamo che il giorno dell’esame è arrivato; difficilmente lo studio dell’ultimo minuto ci salverà dall’essere impreparati.
Come togliere, dunque, il pesante tappeto sotto cui abbiamo relegato la morte? Quali tentativi – perché di questo si tratta – portare avanti per una quotidianità consapevole? Anziché non guardare, un primo passo sarà sicuramente farlo, ma come? Secondo Marco Aurelio – e in generale seguendo gli esercizi filosofici proposti dalla dottrina stoica, – due esercizi che possiamo fare per un vivere pieno e in equilibrio sono il guardare da molto lontano e il guardare da molto vicino.
In un discorso più ampio di cura di sé in cui si inserisce l’imperatore filosofo, esercitarsi a livello fisico e mentale è fondamentale al fine di vivere in uno stato di equilibrio e di pace. Nel nostro caso, possiamo vedere la morte come ciò che, nel profondo, impedisce proprio questa postura nei confronti della vita.
Imparare ad avere uno sguardo dall’alto sulle cose si concretizza nella possibilità di una prospettiva panottica sul vivere, esercizio che permette, tramite un esercizio costante nel tempo, di rimettere la nostra piccolezza al proprio posto, di considerare l’altro e ciò che ci circonda nell’ordine delle cose. In Pensieri, XII, 24:
«Se tu, improvvisamente librato in cielo, osservassi dall’alto la realtà umana e la sua varietà, la disprezzeresti scorgendo nello stesso tempo quanto sia vasto lo spazio che la avvolge, popolato di esseri aerei ed eterei; e ogniqualvolta ti librassi in alto, vedresti sempre le medesime cose, il loro aspetto sempre uguale, la brevità della loro esistenza. E sono queste cose l’oggetto della vanità umana!».
Tutto è vanità: guardare da lontano ci permette di rimettere al proprio posto tutti quegli elementi con cui occupiamo il nostro vivere e che, a un primo sguardo, paiono così importanti, se non fondamentali. Tutto si riproduce in un perpetuo ciclo. L’ossessione su sé e sulla propria giovinezza, così come la corsa estenuante sul geoide in cui ci troviamo, perdono di significato se riposizionate in una dimensione infinitamente più grande di noi. Una dimensione che, inoltre, non segue le nostre logiche ma il ritmo di una natura in cui vivere e perire avanzano a braccetto, come due vecchie amiche. Ancora, in Pensieri, VIII, 52:
«Chi non sa che c’è un cosmo, non sa dove egli stesso si trovi. E chi non sa per quale scopo il cosmo esista, non sa chi sia egli stesso, né cosa sia il cosmo».

Processo opposto ma di uguale importanza è l’esercizio del guardare da molto vicino, la capacità di sapere andare a fondo, spogliando ciò che vediamo o facciamo al fine di non lasciare che la superficie ci inganni. Ciò ci permette di realizzare cosa si celi dietro al nostro vivere, perché inseguiamo un certo ideale, perché agiamo in una certa direzione, perché facciamo quel che facciamo, ogni singolo giorno. In Pensieri, VI, 13:
«Così bisogna fare per tutta la vita, e, quando le cose ci si presentano troppo persuasive, bisogna denudarle e osservare a fondo la loro pochezza e sopprimere la ricerca per la quale acquisiscono tanta importanza».
Spogliando molte delle nostre abitudini, troveremo la nuda paura di morire.
E come cullare, come vestire e prendersi cura di questa paura, senza pretenderne un’immediata sconfitta? Per Marco Aurelio ciò su cui bisogna concentrarsi non è altro se non ciò in cui ognuno di noi è in questo momento: l’istante presente. Impossibilitati da un reale controllo sul futuro, incapacitati di cambiare il passato, il controllo sulla propria vita può essere esercitato solo nel qui ed ora: «se ti impegni a vivere soltanto ciò che stai vivendo, cioè il presente, potrai vivere in dolce pace col tuo demone» (Pensieri, XII, 3).
Fotografia di Leone Morandini, Val Maira, 2024





