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I nuovi Chirone, i mentori dello sport

Al corso di nuoto ho elogiato il mio istruttore per la sua bravura a insegnare la tecnica corretta, a dare i giusti consigli che ti permettono di correggere passo dopo passo gli errori e continuare a crescere.

E lui, a sua volta, ha elogiato il suo istruttore, un vecchio preparatore di quelli che, a detta sua, incontri una volta nella vita se sei fortunato. Quei maestri che sembrano conoscere segreti che tutti gli altri allenatori ignorano. Mentori saggi in grado di insegnarti quel trucco in più che ti permette di rendere maggiormente efficace il tuo sforzo, che ti permette di superare i tuoi avversari anche se non parti come favorito. Come moderni Chirone, il mitologico centauro che, secondo la leggenda, aveva insegnato l’arte del combattimento a numerosi eroi, come Ercole e Achille.

Da amante del calcio, il mio istruttore ha definito il suo vecchio allenatore come un «Sarri del nuoto», ma, in realtà, in tutti gli sport si possono annoverare personaggi di questo calibro. Il problema è che non ce ne rendiamo conto perché solitamente questi mentori, oltre a essere rari, sono molto umili e preferiscono rimanere nell’ombra, lasciando che siano i loro pupilli a brillare sotto i riflettori.

Chirone, l’allenatore degli eroi

Quando si parla di grandi campioni dello sport ci si riferisce, solitamente, agli atleti che gareggiano, ai combattenti che salgono sul ring, ai giocatori che scendono in campo. Molti di loro effettivamente, sono stati, o sono tuttora, dei fuoriclasse, dei veri propri fenomeni capaci di rivoluzionare la stessa disciplina in cui eccellevano, capaci di spingersi oltre il semplice talento.

Ma spesso ci si dimentica che dietro ai campioni c’è sempre un mentore che li ha scoperti, che li ha cresciuti e si è sacrificato a sua volta per seguirli nel loro cammino. Che ha contribuito a trasformare il loro sogno in realtà o che li ha plasmati a partire dalla grezza pietra, come le statue che, per Michelangelo, si celavano già all’interno del blocco di marmo da scolpire.

Ci sono allenatori, poi, che non hanno cresciuto solo un campione, ma un’intera squadra, una generazione. Maestri in grado loro stessi di rivoluzionare e rinnovare lo sport, non limitandosi a imitare gli insegnamenti del passato, ma capaci di aggiungere qualcosa di proprio. E di diventare a loro volta immortali alla pari dei loro campioni.

Non tutti sono rimasti nell’ombra e, anzi, continuano ancora a essere famosi e a far parlare di sé. Tra questi, molti hanno sentito parlare almeno una volta nella vita di Arrigo Sacchi, considerato tutt’oggi uno dei migliori tecnici calcistici al mondo e uno dei primi a portare in Italia concetti come la “difesa a zona” e il “pressing a centrocampo”, oltre che a innovare le tecniche di allenamento. I suoi risultati furono a tal punto rivoluzionari e sbalorditivi da valergli l’appellativo di «Profeta di Fusignano», dal nome del suo paese natale.

E che dire di Josè Mourinho, unico allenatore a potersi fregiare dell’appellativo di «Special One», per i tanti successi ottenuti, primo fra tutti la storica vittoria in Champions League con il Porto. E di Luis Henrique, inventore della strategia della rimessa laterale da calcio di inizio, e ancora, Pep Guardiola, grande fautore della filosofia del «tiki-taka», ma anche figura emblematica di mentore capace di accompagnare nel suo processo di crescita un’intera generazione di calciatori, avendo allenato molti di loro sia nelle giovanili del Barcellona, sia in prima squadra.

Ma di allenatori capaci di fare la differenza, di essere decisivi per la vittoria della squadra al pari dei giocatori, non se ne vedono solo nel calcio. Basti pensare a Julio Velasco, fenomenale allenatore di pallavolo in grado di crescere non una, ma ben due generazioni di campioni, prima con la nazionale italiana maschile e poi con quella femminile.

I ragazzi di Velasco sono stati un team schiacciasassi, una formazione che negli anni Novanta è riuscita a vincere tutto e a bissare, anche, alcuni successi. Trent’anni dopo, il tecnico argentino si ripete con la nazionale femminile, tornando protagonista della pallavolo a livello mondiale. Una nuova sfida che Velasco accetta e vince, riuscendo a portare la squadra al trionfo di tutti i tornei disputati: non si tratta solo di bravura del coach a livello tecnico, ma di saper trasmettere una certa mentalità, di spingere ragazze che avevano già vinto Nations League e Olimpiade a voler migliorare ancora e vincere anche il mondiale.

Non a caso la capacità comunicativa di Velasco è presa a esempio e studiata non solo all’interno del mondo sportivo e i suoi convegni attirano numerosi spettatori bramosi di ascoltare le sue affermazioni, semplici, ma, allo stesso tempo, mai banali e sempre penetranti.

Chiunque sia passato sotto la sua guida lo ricorda, prima di tutto, come un maestro di vita, e ha sempre il ricordo di una frase a effetto dettagli dall’allenatore argentino. Come lui, anche il coach Prandi è stato per molti un vero insegnante, tanto da essere conosciuto con l’appellativo di «Professore». A lui ha detto di ispirarsi l’attuale allenatore della nazionale maschile di pallavolo italiana Fefè De Giorgi, altro mostro sacro nel pantheon degli allenatori più vincenti di sempre.

Nel basket si possono, invece, citare celebrità del calibro di Phil Jackson, soprannominato «Maestro Zen», per aver introdotto meditazione e filosofia Zen all’interno della preparazione atletica dei suoi giocatori. E, si può dire, con ottimi risultati dato che il tecnico è il più vincente di sempre nell’NBA, con 11 anelli ottenuti in carriera. 

Infine, anche nello sport individuale spesso la vittoria dell’atleta è merito di chi lo ha allenato, come nel caso di uno dei ciclisti più forti al momento, Tadej Pogacar. Il suo preparatore, Javier Sola, ha rivoluzionato l’approccio all’allenamento e alla dieta di un corridore che non ha brillato fin da subito, ma che ha subito una drastica trasformazione nel corso della sua carriera, diventando talmente forte da essere oggi considerato un marziano.

L’elenco potrebbe essere molto più lungo, ma è giusto anche ricordare e dare spazio a chi non è così celebre, pur avendo contribuito alla crescita di grandissimi campioni.

Fra questi, vista la recente scomparsa, avvenuta lo scorso 17 luglio, merita sicuramente di essere ricordato Osvaldo Bagnoli, considerato uno dei principali fautori dello scudetto vinto dal Verona Calcio nella stagione 84-85 e rimasto tutt’oggi l’unico conquistato dagli scaligeri.

Bagnoli incarnava appieno la figura dell’allenatore umile, non troppo appariscente, ma che sapeva trasmettere al meglio la sua filosofia di gioco e la sua visione alla squadra.

Spesso questi personaggi rimangono nell’ombra per la maggior parte delle persone, ma vengono ricordati per sempre e portati nel cuore da chi ha avuto la fortuna di conoscerli ed essere loro allievo. E proprio dai racconti dei loro pupilli emerge la qualità e la bravura di certi tecnici, come Zeman, introverso allenatore boemo, o Mazzone, al quale lo stesso Guardiola ha spesso ammesso di ispirarsi.

Proprio di loro due viene dipinto un quadro stupendo da Francesco Totti, lo storico capitano della Roma, che li ha avuti entrambi come allenatori e ai quali deve moltissimo per la sua crescita calcistica. Il giocatore ha affermato, infatti, che la sua evoluzione può essere vista sotto due diversi aspetti: un potenziamento fisico ottenuto grazie agli allenamenti di Mazzone, e l’affinazione della tecnica raggiunta attraverso i consigli di Zeman.

Questi due allenatori, come tanti altri personaggi del loro calibro, non hanno magari vinto molto durante la loro carriera, ma hanno comunque saputo lasciare un ricordo indelebile in chi li ha conosciuti e deve moltissimo a loro per quello che ha appreso.

Spesso sono proprio questi i mentori più importanti nella vita dei ragazzi, figure che non si distinguono per le vittorie collezionate, ma per essere stati in grado di trasmettere valori e filosofie ai giovani che hanno istruito, di far crescere veramente le persone e insegnare loro qualcosa di fondamentale, non solo per la loro carriera sportiva, ma per la vita in generale.

Scrivendo queste righe e pensando alla figura del mentore, il ricordo personale va a un maestro di Brazilian Ju Jitsu che ho avuto la fortuna di incrociare lungo il mio cammino e anche lui purtroppo scomparso prematuramente: Octavio Couto.

Anche lui si distingueva per l’abilità nel comunicare; quando organizzava degli stage di allenamento, lui non li definiva mai lezioni, ma “cliniche”. Non si limitava a insegnare delle tecniche di lotta, ma cercava di far ragionare gli allievi su ciò che stavano facendo, di spiegare i movimenti tramite le leggi della fisica e gli esempi tratti dalla concretezza della realtà quotidiana. Per lui lo sport non era limitato alla mera attività agonistica: i principi che trasmetteva potevano applicarsi anche al di fuori della lotta, nella vita di tutti i giorni.

E pur non essendo mai stato famoso come Mourinho o Velasco, i suoi stage attiravano sempre tantissime persone di tutte le età e tutti, terminata la sua “clinica”, potevano tornare a casa con una conoscenza in più o un semplice aforisma su cui riflettere.

Questo è il vero modello di mentore, la figura che oggi è più che mai necessaria per ispirare e guidare giovani sempre più disorientati da una realtà caotica, contraddittoria e sempre più difficile da comprendere.