L’occhio è, per così dire, l’evoluzione biologica di una lacrima. Quelle gocce di mare purissimo che segnavano il volto di Luciano sembravano sul punto di condensarsi per formare i primi occhi dei bimbi. Aveva pianto in silenzio per lunghe ore, riguardando i vecchi filmati girati con la cinepresa Super 8 ormai quindici anni prima. Quel giorno, il 26 luglio 1984, i suoi ricordi sovrapposti si erano accartocciati in torbidi pensieri impossibili da soffocare. Il passato era riemerso con violenza, assieme alla pesante leggerezza del vuoto stesa sulla sua vita. Vuoto che fino a quel momento era riuscito a occultare benissimo.
Le immagini scorrevano senza sosta: erano ricordi di vacanza. Si vedevano camere d’albergo, scorci di piazze e monumenti visitati con la moglie prima che il cancro se la portasse via. Di tanto in tanto, volti di passanti ormai scomparsi sorridevano all’obiettivo. Erano i primi anni Settanta, Luciano aveva una cinquantina d’anni e pensava ancora di poter vedere tutto. Erano gli anni dei viaggi di lui e di lei. Prima a Cuba e in Messico, poi da Bangkok a Singapore. Eppure sia lui che lei non apparivano mai nelle riprese. Stava male al pensiero di non aver girato neppure un’immagine di Anna Maria nel fiore del loro matrimonio, ma era impossibile: da qualche parte loro due dovevano pur esserci, apparire.
Immagini disturbate da un intenso parassita
Sbobinò così metri e metri di pellicola, quattro ore e mezza di materiale in totale, e i volti di lui e di lei sullo schermo non erano comparsi. Doveva essersi perso qualcosa, pensò Luciano, così decise di ripercorrere tutta quell’immensa mole di memorie. L’emozione pian piano venne a scemare e le lacrime si asciugarono in secche rughe salate sulla sua faccia. Alla seconda revisione il destino della giovane coppia non era cambiato. L’uomo non poté fare altro che chiedersi il perché di quella mancanza e soprattutto cosa avesse davvero filmato. Qual era il senso segreto di quelle immagini?
Una ripresa tremolante passava in rassegna innumerevoli facce; dalla velocità con cui si andava da una persona all’altra non si aveva neanche il tempo di godersi un volto. Luciano capiva che la sua intenzione non fosse quella di ritrarre le persone, ma di far intuire quanto fosse ampia quella marea di gente. Tutto però restava nell’alveo aleatorio della potenzialità, perché l’inquadratura non si allargava mai per mostrare quell’insieme di persone. Confusi movimenti di camera tracciavano perimetri di edifici giganteschi o cercavano di circoscrivere enormi statue, senza mai riuscire a mostrare qualcosa nella sua totalità. Quei lunghi minuti di film si riducevano così a una continua perifrasi attorno a un’immagine che evitava sempre di rivelarsi.
I filmati coprivano un arco di cinque anni, dal 1967 al 1972, gli anni più felici del matrimonio con Anna Maria. Luciano era mortificato davanti alla constatazione di aver perso tutto quel tempo a fabbricare con la cinepresa ricordi di qualità così scadente. Quelle immagini erano, in sintesi, un bersaglio mancato. Ciò lo irritava soprattutto perché lui era stato un bravo cecchino durante molte azioni partigiane e di obiettivi ne aveva centrati parecchi.
Ricordava ancora le lunghe ore di appostamento con la guancia appoggiata al calcio del fucile e il respiro condensato in piccole gocce d’acqua sull’otturatore. Quando la pupilla restava incollata al mirino per troppo tempo, l’occhio si intorpidiva, rendendogli impossibile mettere a fuoco le cose. Sembrava di fissare continuamente una luce da una finestra. Anche se vedeva ciò che aveva davanti coi contorni sdoppiati, aveva sempre un obiettivo ben distinguibile: le camicie nere. Forse erano proprio i fascisti il bersaglio mancato di quei filmati, soggetti infami che gli avrebbero consentito di diventare un bravo cineamatore.
Un racconto partigiano
Era paradossale, ma alla fine della guerra Luciano si era sentito perso, alienato. Si ricordava di aver avuto la sensazione che tutti avessero già dimenticato tutto. Ricordava il primo carnevale di pace. I suoi compagni erano ipnotizzati dai fuochi d’artificio e dalle fosforescenti girelle di fuoco, che illuminavano gli archi del ponte per sfrecciare sino alla sommità del cielo. La trattoria di Via Po era zeppa di gente allegra che mangiava frittelle di farina bianca cotte nell’olio di oliva.
Erano le prime frittelle di pace e la trattoria era piena di partigiani. Nessuno che si ricordasse già più delle stalle elevate a rifugio nazista o delle esecuzioni sotto i vecchi portici. Nessuno che si ricordasse già più delle ossa rastrellate e ammucchiate, delle porzioni di cranio e dei pezzi di mascella e mandibola, delle unghie strappate e delle strisce di sangue sul cemento dei muri.
Si sentiva come attraversato da un deserto. Era un deserto nel deserto. Forse detestava che tutto fosse tornato alla normalità. Luciano non era più un uomo in lotta contro il male, non era più un coraggioso difensore della libertà, ma un semplice meccanico senza la licenza elementare. Dall’armistizio fino alla pensione avrebbe trottato di condominio in condominio, di hotel in hotel, con la modesta mansione di riparare gli ascensori.
Per molti anni, prima di conoscere la sua futura moglie, Luciano, tornato a casa dal lavoro, si stendeva sul letto e guardava le macchie di umido del soffitto fino ad addormentarsi. A fissarle per un po’, le macchie si trasformavano. Quella grande nell’angolo diventava una pozza di olio motore che si allargava sul pavimento freddo di una fabbrica. Due fondi di occhi verde palude seguivano l’espansione della chiazza. Non si trattava dei globi oculari di Luciano, ma delle occhiaie sofferenti di un ragazzino intento a ricopiare un quadro di Miró. Lo scheletro del torace era minuto. Le costole friabili come un intreccio di vimini trattenuto da un alito di pelle.
Il bimbo era in uno stanzone con gli altri figli degli operai. Qui le urla dei genitori scioperanti risuonavano come un’eco elettrica che faceva vibrare le pareti di cemento. Le truppe fasciste stavano accerchiando l’intero perimetro dell’edificio. I soldati assetati di gloria cercavano, con le palpebre socchiuse, i bambini da mitragliare. Le dita dei massacratori si posavano placidamente sul grilletto.
C’era un silenzio alto, profondo, da patibolo. Il giorno, per un istante, si fermò sul binario morto del tempo, per reinserirsi nel flusso della cronologia solo con il suono metallico dei proiettili e la visione del cielo spezzato dalle fiammate dei fucili. Il piccolo artista fu ridotto a un manichino esangue. Gli occhi grandi, poco profondi, quasi si erano scollati dal cavo della tenera orbita. La copia di Miró era imbevuta nella pozza nera, mentre il rosso sgargiante del disegno sbiadiva alla luce del sole.
Dopo l’incubo, il bersaglio mancato
Gli unici momenti in cui l’incubo lo aveva lasciato in pace erano i periodi di viaggio, sperso con Anna Maria tra innumerevoli stanze d’albergo. A quel tempo aveva l’impressione che la guerra fosse finita da pochissimo, anche se erano passati più di vent’anni da quando aveva riposto dentro un baule gli abiti da gappista. Cosa lo aveva spinto a concentrarsi a tal punto sulle folle, sui monumenti e quelle camere usa e getta, tanto da impedirgli di ritrarre sua moglie anche solo per un secondo?
Dopo un po’ di tempo passato a rimuginare, Luciano giunse alla conclusione di non essere mai riuscito a godersi la pace. In quegli anni pensava sempre che il male sarebbe riaffiorato da un momento all’altro: l’unica cosa da fare era cercare di vedere il mondo il più in fretta possibile, prima che tutto degenerasse nuovamente in un conflitto. Ma aveva desiderato davvero tutti quei viaggi? Quell’essere continuamente sballottato da un aereo all’altro e da una casa all’altra?
Anche durante la guerra c’era stato un momento in cui aveva cambiato abitazione di continuo. In quattro mesi era stato capace di cambiare diciassette appartamenti. Prima di entrare nei GAP, aveva iniziato come staffetta e cercava di tenere i collegamenti tra le Squadre di azione patriottica di Torino e i partigiani in montagna. Aiutava a preparare tutti i piani che riguardavano il campo di aviazione di Airasca, conduceva lì i compagni a rifornirsi di armi. Trascorreva le giornate bloccato in camerette che amava e detestava. Usciva solo al tramonto, mescolato alla folla anonima degli operai che rincasavano. Sapeva che i fascisti lo cercavano.
Avevano messo una taglia di cinquantamila lire sulla sua testa: allora erano tante. Così, in attesa di nuovi ordini, diventava il carceriere di sé stesso. Si concedeva giornalmente un’ora d’aria. Non era libero, ma aveva uno scopo; negli anni Settanta invece passeggiava senza meta, camminava solo per sentirsi in mezzo alla gente, per scuotersi di dosso la solitudine che conduceva alla pazzia, e filmava tutto per immortalare chissà che cosa. Forse si era trattato del disperato tentativo di trovare un obiettivo che lo riportasse a quello stato di allerta, all’adrenalina causata dal dover prendere decisioni estreme. Dato che ogni scelta fatta dopo la guerra, per Luciano, era stata di ordinaria amministrazione.♦︎





