Se penso che il Natale è fondamentalmente il festeggiamento del compleanno di Gesù io vorrei
abbracciarlo. Badate bene che il mio non sarebbe affatto un abbraccio felice, figuriamoci, non
sono portato per certe brutte cose. Sarebbe invece un abbraccio compassionevole (aggettivo
forse poco azzeccato), pieno di quel calore necessario all’abbracciato quando, preso dallo
sconforto, non vede più una via d’uscita. Questo perché io, i compleanni, non li sopporto.
Nella mia vita a sapere la data del mio compleanno sono rimasti in pochi, e a quei pochi ho fatto
giurare di non farne parola con nessuno, tanto meno con me che per evadere da domande
curiose su età e data di nascita ogni anno ne invento una diversa: tanto chi vuoi che se la ricordi?
Non sono mica Gesù, io.
Eppure guardandomi intorno io vedo che le altre persone non aspettano altro.
C’è chi per festeggiare il proprio compleanno si organizza settimane prima raccogliendo invitati,
ristoranti e persone che non sente dall’anno prima ma che magari si fa un viaggio anche lungo
apposta per esserci: sono loro i veri Re Magi, forse le uniche persone che solo per questo
meriterebbero la mia fiducia e la mia stima. Se fondassero un partito di persone che fa lunghi
viaggi per raggiungere le feste di compleanno io lo voterei immediatamente.
Insomma, se fossi Gesù avrei pagato Woody Allen per mettermi in croce ben prima dei trentatré
anni, e questo perché se a Natale dovessi mai incontrare Gesù io gli farei le condoglianze.
Perché se già non sopporto quei due messaggi di cui, ahimè. non posso fare a meno quel
maledetto giorno, figuriamoci sopportare una festa tanto grande in tutto il mondo in mio onore.
Potrei morire. In un certo senso lo pretenderei.
Tutto ciò perché avendo sprecato la mia giovinezza a pensare a come far fruttare il momento di
massimo splendore di un essere umano (quello dei vent’anni) quest’ultimo mi è scivolato via non
lasciandomi neanche il tempo di capire che se avessi messo in pratica la metà delle idee che ho
avuto in questi dieci anni di fertilità sul web, probabilmente, almeno un paio di cose che mi
avrebbero permesso di fare della mia creatività un mestiere le avrei anche azzeccate, visto che poi
le hanno fatte altri.
Poco male: almeno adesso ho cominciato ed ho un valido motivo per non avere tempo di
festeggiare i compleanni.
Tuttavia, questo decennio, è servito a confermarmi (volevo esserne sicuro) che io non sono un
protagonista. Sono un ascoltatore. Sono quello che per tutta la serata sembra starsi annoiando da
morire perché non parla, e invece si sta divertendo più di tutti perché, osservandovi, rimane
stupefatto nel vedere quanto varia può essere l’umanità. Sono quello che mentre parli sta in
silenzio non perché pensa ad altro ma perché ti ascolta cercando di capire come funzioni un altro
essere umano, ed è per questo che io odio il mio compleanno: perché se a passare dalla parte di
chi parla non lo scelgo io, mi trovo tremendamente a disagio.
Ma se nella puntata di Ciao Darwin tra chi ama il proprio compleanno e chi no sarei probabilmente
insieme a Feltri e a pochi altri, in quella tra chi ama l’atmosfera del Natale e chi no sarei in ben più
ampia compagnia. Questi tremila caratteri scarsi vi basteranno a capire in quale schieramento
sarei, credo.
Bene.
Perché nel mio osservare queste festività ho finalmente dato un’immagine al motivo per cui ogni
anno io viva queste due settimane alla stregua di un lutto nazionale; e se state pensando alle
spese folli che ci si sobbarca per l’organizzazione del Capodanno (ecco, forse quello lo odio più
del mio compleanno) vi sbagliate.
Avete appena finito di bere il caffé.
Il pranzo era molto buono, sicuramente meglio di quello che avreste dovuto cucinare voi.
Lo zio dorme sul divano, vostro padre non ne può già più di vostra nonna, ma tutto ciò, anche se
non lo volete ammettere, è bellissimo.
Avete in una sola stanza tutto ciò che potete avere qualora voleste identificare ciò da cui
provenite: i vizi, le facce, le espressioni, le frasi e i modi di dire. Nessuno vorrebbe davvero essere
lì, ma il fatto che ci siate è magico. Non sarà patinato, ma è vero.
E mentre la suoneria di un ennesimo messaggio di auguri sveglia in un sussulto vostro zio,
quest’ultimo lo legge, risponde e si rimette il telefono in tasca.
Poi si guarda attorno, raccoglie lo sguardo della sua piccola famiglia e fa la fatidica domanda:
“allora? che facciamo?”
La domanda è retorica.
Quel modo di porre la domanda indica solo una cosa: è tutto finito.
Vostro zio diventa capostipite di tutti gli altri che, rendendosi conto del buio che sta per giungere,
si accodano alle risposte di chi dice “dai, andiamo”.
Il discorso in atto non era neanche finito, ed anche lo fosse stato, sarebbe bello continuare a
vedere gli effetti sortiti su ognuna di quelle persone che ora ha la giacca addosso e vi saluta con
due baci.
Cinque minuti, forse meno.
Le stoviglie che hanno risuonato nella stanza fino a pochissimi istanti prima sono solo natura
morta che attende di poter essere riutilizzata per l’ennesima pastasciutta post lavoro, alla fine di
una giornata estenuante.
Quella casa in cui si stava stretti, in un istante è vuota; ed ognuno di voi tornerà ad essere degli
individui che sanno di avere dei legami familiari vicendevoli, ma che tutto sommato porteranno
avanti una vita quasi solitaria nell’attesa di poterne raccontare i risvolti più esilaranti l’anno
prossimo.
È uno sbalzo emotivo la partecipazione ad una festa; e sia in terapia, sia nello yoga, mi è sempre
stato insegnato a diffidare dagli sbalzi. Va da sé che se non festeggio mai il mio compleanno, in
fondo, è per salvarci tutti. ♦︎





