Se i «ragazzini» di Morante scrivessero canzoni
Quando nel 1968 esce Il mondo salvato dai ragazzini, un sottotitolo profetico campeggia sulla copertina Einaudi della prima edizione: «La tragedia della coscienza e il mondo attuale». Elsa Morante scrive questo libro nel corso degli anni Sessanta, mentre viaggia negli Stati Uniti, entra in contatto con la controcultura beat, conosce Allen Ginsberg e sperimenta l’assunzione di psichedelici che influenzano anche la scrittura della commedia contenuta nella raccolta. Ne nasce un canzoniere, un’opera che racchiude più generi: dalla poesia tradizionale alle favolette morali, dalla scrittura teatrale fino, naturalmente, alla canzone.
Non è un dettaglio secondario. Proprio in quegli anni, infatti, la canzone italiana conquista uno spazio sempre più centrale, smettendo di essere soltanto una forma poetica o di intrattenimento per diventare uno dei linguaggi privilegiati con cui raccontare il mondo e le sue trasformazioni. Anche nella raccolta di Morante la canzone ha un posto particolare: in una delle canzoni popolari la scrittrice contrappone i Felici Pochi agli Infelici Molti: da una parte coloro che riescono a sottrarsi alle logiche oppressive della società, dall’altra la massa intrappolata nei suoi meccanismi. Per Morante, infatti, i «ragazzini» non sono solo le ragazze e i ragazzi della rivoluzione: sono i giovani di ogni epoca, coloro che conservano ancora l’innocenza, e vivono al di fuori della Storia e dei condizionamenti del potere: «Chi sa quel che vi aspetta alla prossima stazione? / Date retta a questa mia povera canzone».
Morante considera quindi i «ragazzini» una vera e propria forza, anche politica, grazie al loro sguardo sul mondo, e alla loro capacità di immaginare che il mondo possa essere diverso. È forse per questo che i «ragazzini» di Morante oggi probabilmente scriverebbero canzoni. O forse lo hanno sempre fatto.

Già in una delle sue prime attestazioni, tra le pagine di un articolo del Corriere d’Informazione del 1-2 ottobre del 1960, il termine cantautore definiva tali coloro che scrivevano «testi mica stupidi, canzoni in cui cuore non faccia rima con amore». «Le canzoni sono sempre ridicole / scusate lo so», canta Giorgio Poi in Uomini contro insetti. Eppure proprio nella loro apparente fragilità riescono a cucire insieme pezzi di mondo e a dire verità che altrimenti resterebbero inesprimibili. Forse è anche per questo che senza canzoni ci sentiremmo più soli, più disorientati. Non sorprende allora che secondo uno studio in Italia si ascolti sempre più musica, con oltre venti ore settimanali di ascolto e lo streaming ormai come principale modalità di fruizione. Anche in un presente dominato dalla velocità e dalla frammentazione, continuiamo a cercare nelle canzoni un modo per nominare ciò che ci accade.
La tradizione della musica d’autore, naturalmente, si è trasformata. Negli ultimi dieci anni una nuova generazione di artisti ha rinnovato profondamente il linguaggio della musica italiana, contaminando il cantautorato con sonorità nuove, sperimentazioni elettroniche e nuovi registri espressivi. Oggi, a distanza di quasi sessant’anni dagli sconvolgimenti di quel Maggio francese in cui uscì il libello di Morante, una nuova generazione di cantautori ha rivoluzionato la musica indipendente. Impossibile non pensare alle note del ritornello di Paracetamolo di Calcutta, o al bridge di Manzarek dei Canova: queste sono solo alcune delle canzoni nate nel corso degli ultimi dieci anni attorno alle etichette indipendenti, che hanno dato vita a un profondo rinnovamento di testi, sonorità e immaginari, facendo ciò che alla musica riesce meglio: dare forma a un mondo nuovo. Un mondo in cui permane il desiderio che qualcosa, persino un oroscopo, prometta che le cose andranno bene: «Sono uscito stasera ma non ho letto l’oroscopo»; «La borsa cade e cade l’occhio sull’oroscopo / il bello è che dice che andrà tutto a posto». Se dare un nome alle cose è il primo modo per appropriarsi della realtà, non stupisce che siano proprio le canzoni d’autore ad accogliere le parole del presente: da «WhatsApp» alle «note vocali», dalle «foto profilo» a «Internet». Immaginare un mondo diverso significa, innanzitutto, inventare una lingua capace di descriverlo. È ciò che accade nei testi per L’Officina della Camomilla di Francesco De Leo, che definisce la propria scrittura come un continuo «delirare, errare», un flusso di immagini sospese tra visionarietà, ironia e sbandamento generazionale. Da qui nascono figure originalissime come Agata Brioche, la «adolescente-lavatrice / sulla passeggiata mare» che «ha dei cavi in tasca», o immagini sognanti e apparentemente sconnesse che ritornano come ossessioni in cui un’immagine si scioglie sull’altra («I ragni sul soffitto sono agili comete viola / Tigri electro funk, e buonanotte fiorellino / Nei tuoi cardigan nuvolosi di miliardi di corse e neve»), fino ad arrivare a tragiche conclusioni come quelle di Squatter: «La gioventù degli altri mi affligge, mi basta la mia». La creatività linguistica emerge anche nei testi di Marco Castello, dove l’influsso del dialetto plasma spesso il lessico e crea un’immaginario sognante: in un verso di Villaggio, («Ascoltiamo i tuoni al telefono cadere sui puzzolini»), il termine gergale restituisce una quotidianità precisa, forse ancora più autentica, che considera tutti i lati della contemporaneità («Scusa se ho insistito troppo spesso / Per farmi mandare i nudes / Spammando meme / Giuro proverò a non farlo più»). Prevalgono relazioni intermittenti, precarie, raccontate spesso attraverso un’ironia che ne acuisce la vulnerabilità, come nei testi di Mobrici «Stiamo insieme dopo mezzanotte / che poi ci viene l’ansia di esser coppie»; «Ci siamo lasciati per otto volte / ci siamo messi insieme altrettante». Eppure questo non significa che le relazioni non meritino di essere vissute, come ironizzano i Management nel brano intitolato Il vento: «E andrà a finire male, succede quasi sempre / A quelli che amano la vita disperatamente».

Ma la canzone indie è arrivata a intrecciarsi anche a una riflessione amara su una società che impone modelli di successo standardizzati e relazioni sempre più disumanizzati, come in Istruzioni, in cui Giuse The Lizia condensa con efficace sarcasmo le pressioni della società performativa: «Studia, lavora e comprati la macchina / Mezza caramella per ballare sotto cassa / E poi giura, dimentica, lavati la faccia / Tratta le persone come se fossero plastica». È in questi versi che prende forma il ritratto di una generazione spinta dentro una sequenza quasi automatica di obiettivi, consumi e comportamenti automatici. Persino i sentimenti sembrano contaminati dall’ansia di prestazione: «Ti prego / non innamorarti mai di me […] perché so già che ti deluderò». Ma è tuttavia anche per la Gen Z questo pur sempre Il dolce ricordo della nostra disperata gioventù, «un singulto della triste e bella età», come recita il titolo dell’album dell’artista faccianuvola. Ma sono affrontate anche tematiche legate agli stereotipi della nostra contemporaneità, nel brano Decostruire della cantautrice Anna Castiglia: «Decostruire è una parola elegante Che mi autorizza a togliere le mutande Tutte le volte che mi pare, anche se sono tante». Attraverso un registro provocatorio mette in discussione certe semplificazioni sul discorso femminista, mostrando come parole apparentemente progressiste possano talvolta trasformarsi in formule vuote.
Anche loro sono, in fondo, i «ragazzini» di oggi. Ripensando a quel detto secondo cui la gioventù, in mano ai giovani, sia sprecata, forse il compito di ogni generazione è proprio di dimostrare il contrario. Nei cantautori contemporanei riaffiora quella condizione che Morante attribuiva ai suoi «ragazzini»: la capacità di non smettere di pensare che il mondo possa essere diverso. Una capacità che, forse, può ancora salvare. È la condizione di chi può ancora, per dirla con Guccini, «avere tutto per possibilità»: «perché a vent’anni è tutto ancora intero / perché a vent’anni è tutto chi lo sa». ♦︎






