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L’eterno ritorno del detective che mai visse e mai morirà. 

C’è una nave che attraversa i secoli senza mai smettere di essere se stessa, e allo stesso tempo, senza avere più neanche un pezzo della sua struttura originale.

A raccontarne la storia è lo storico greco Plutarco nelle Vite parallele.
Gli ateniesi, narra, conservarono per generazioni la trireme sulla quale il mitico eroe Teseo era salpato dopo aver sconfitto il Minotauro. Il tempo però non risparmia neppure le navi degli eroi: il legno marcisce, le assi iniziano a cedere. Così, poco alla volta, ogni componente dell’imbarcazione venne sostituito con uno nuovo, fino al giorno in cui della nave originaria non rimase più nulla, se non la forma.

Eppure, per gli ateniesi, quella continuava a essere la nave di Teseo. Da qui scaturisce uno dei più celebri quesiti della filosofia occidentale: il paradosso della nave di Teseo. Se ogni parte di un oggetto viene sostituita nel tempo, possiamo ancora dire che quell’oggetto è lo stesso di prima? Oppure ciò che vediamo non è altro che una perfetta imitazione dell’originale? La domanda, apparentemente semplice, apre in realtà una vertigine metafisica. Che cosa definisce l’identità di qualcosa? La materia di cui è fatta oppure la sua forma, la sua struttura, la continuità della sua storia? In altre parole: quando qualcosa cambia, fino a che punto può cambiare restando comunque se stessa?

Questa nave ha avuto tanti nomi nel corso dei secoli, metafora concreta del complesso equilibrio tra identità e cambiamento. Uno di quei nomi è sicuramente Sherlock Holmes. Il detective più famoso di tutti i tempi, nato dalla penna di Arthur Conan Doyle nel 1887 con il romanzo A Study in Scarlet e consacrato al grande pubblico nel 1891 sulle pagine dello The Strand Magazine, è una delle icone culturali più rappresentate e reinterpretate nella storia della cultura globale. 

Holmes detiene infatti ufficialmente il Guinness World Record come personaggio letterario più rappresentato nella storia del cinema e della televisione, e non solo: graphic novel, adattamenti teatrali, drammi radiofonici, pubblicità, e ovviamente pastiches letterari, sono altre forme in cui il detective di Baker Street ha trovato spazio nel panorama culturale, da fine Ottocento fino a oggi. Infinite variazioni, di gradi e sfumature diverse, su un tema centrale al cui cuore vi sono delle imprescindibili caratteristiche che garantiscono la canonicità e l’immortalità al detective di Baker Street: sempre cangiante, eppure sempre riconoscibile. Come la nave del paradosso plutarchiano, anche per il personaggio creato da Conan Doyle ogni parte è stata modificata, rielaborata, trasformata in base alle esigenze creative di turno, ma il paradigma sherlockiano è rimasto comunque alla base, come un archetipo sempre identificabile. 

Censire queste infinite variazioni sarebbe davvero un’impresa titanica, e forse, non tutte meritano di essere ricordate. L’ultima, in ordine cronologico, che sta facendo parlare di sé, è la serie Young Sherlock, uscita un mese fa sulla piattaforma Amazon Prime Video

Questa freschissima versione, ideata da Matthew Parkhill e sviluppata da Peter Harness e Guy Ritchie, prende spunto da una serie di romanzi per ragazzi di Andrew Lane, otto pastiches dedicati all’adolescenza di Sherlock Holmes dal grande successo, guadagnandosi addirittura l’autorizzazione dall’Arthur Conan Doyle Esate, a sigillo di autenticità. Nel corso delle otto puntate si assiste alla formazione di un giovane Sherlock Holmes, appena diciannovenne, che si approccia alla vita universitaria in maniera ben poco ordinaria. 

Il protagonista è ancora un “work in progress”, come viene esplicitamente definito nella serie, e, in quanto tale, non mostra tutti quei segni particolari che rendono subito riconoscibile al grande pubblico la figura del detective londinese adulto. Il giovane Sherlock assorbe come una spugna dai personaggi che lo accompagnano in questo percorso, nozioni, capacità, lessico che lo caratterizzeranno poi nella sua vita (letteraria) futura di cui tutti siamo a conoscenza: spirito di osservazione e ingegno fuori dal comune, già in suo possesso, vengono arricchiti dal duttile trasformismo, dal relativismo morale e dalle tecniche di autodifesa apprese dal compagno Moriarty; così come le abilità da stratega e l’arte della fuga dall’affascinante principessa Shou’an, contraltare femminile che sposa al fascino androgino e misterioso della canonica ‘Donna’, Irene Adler, la scaltrezza e la spietatezza del mitico Fu Manchu, altra icona dell’immaginario collettivo britannico a creato nel 1913 da Sax Rohmer e incarnazione, per quanto fortemente stereotipata e razzista,del cosiddetto “pericolo giallo”, spauracchio per altri eroi british come l’investigatore Poirot e James Bond. 

Uno dei maggiori punti di forza della serie è l’intensa omosocialità che lega due personaggi al centro della vicenda: questa volta, però, declinata non nella tradizionale coppia Holmes-Watson a cui siamo stati abituati dal Canone, ma dall’inaspettato duo Holmes-Moriarty, noto ai più come la geniale nemesi del detective. Ma ci troviamo molti anni prima che il rapporto tra i due si trasformi in antagonismo e che li veda ai lati opposti della legge: qui sono sodali animati da una comunanza di spirito e attitudini. Per quanto si possa avvertire una certa mancanza affettiva del buon dottor Watson, il giovane James Moriarty, interpretato dall’ottimo Dónal Finn, si rivela un prezioso co-protagonista, che ricorda moltissimo, sia fisicamente che nello stile interpretativo, il grande Colin Blakely, interprete di un indimenticabile Watson nel capolavoro di Billy Wilder The Private Life of Sherlock Holmes (1970).  La chimica tra lui e Hero Finnies Tiffin, interprete del giovane Sherlock, è innegabile e funge da collante all’intera serie; a stonare un po’ è forse l’oggettiva bellezza di quest’ultimo, la cui armonia dei tratti da beniamino del romance qual è stato, smussa le peculiarità del fascino propriamente sherlockiano, fatto di spigoli e idiosincrasie. 

Tra i nomi recuperati dal Canone doyliano compaiono anche Lestrade, qui ancora semplice agente di polizia, ma già con il “volto da furetto” descritto nei racconti, rivelandosi però più sveglio del previsto, e Mycroft Holmes, fratello di Sherlock, giovane funzionario ministeriale, sempre impegnato a tirare fuori dai guai il minore (forse per questo ancora in forma smagliante, rispetto alla stazza raggiunta nei libri.) Simpatica poi la figura dell’ispettore Fidget, incarnazione ironica di tutti i luoghi comuni erroneamente attribuiti allo stereotipo di Sherlock Holmes nel corso della sua longeva esistenza: l’iconico cappello a doppia falda, il deerstalker, il cappotto con la cappa e la pipa ricurva, il tutto accompagnato da qualche chilo di troppo. 

L’attenzione ai dettagli si traduce anche in una serie di piccoli camei che strizzano l’occhio agli appassionati del Canone: aforismi propriamente sherlockiani pronunciati però per bocca di altri personaggi, come l’assioma logico: «Una volta eliminato l’impossibile, ciò che resta, per quanto improbabile, deve essere la verità», celeberrima massima tratta da The Sign of Four, questa volta però detta dal giovane James Moriarty; mentre gli ‘Irregolari’ di Costantinopoli, ragazzini di strada che vedono tutto e conoscono tutti, anticipano chiaramente quelli di Baker Street. Non mancano poi l’uso delle arti marziali, di cui Holmes è uno dei primi esperti nella letteratura occidentale, e la presenza delle api, che accompagneranno poi la ‘pensione’ di Sherlock, nel suo cottage nel Sussex dove, fama est, ancora oggi si sta dedicando all’apicoltura assieme al fedele John; l’abbraccio mortale sul bordo del precipizio assieme al padre-antagonista non può che rimandare a quello del Problema Finale sulle Cascate del Reichenbach nella morsa di Moriarty. 

I fantasmi del passato gravano sul giovane Sherlock: Conan Doyle non aveva dato molte coordinate sul retroterra familiare del suo detective, lasciando essenzialmente carta bianca agli autori a lui successivi di colmare questi vuoti narrativi, intravedendo indizi sparsi tra le righe dei racconti originali, cercando magari in quel passato taciuto da Doyle le risposte a interrogativi nascosti riguardo le misteriose origini di Holmes. 

Il caso della sorella scomparsa, presente nella serie, è stato un leitmotiv ripreso anche dalla coppia Gattis-Moffat nella quarta e ultima (non proprio all’altezza delle altre tre) stagione di un’altra fortunata serie dedicata al detective di Baker Street, ma in chiave contemporanea, Sherlock (2010-2017), con il magnifico Benedict Cumberbatch nei panni del protagonista. 

La scienza che si piega all’industria della morte: un monito già presente nel film Sherlock Holmes: A Game of Shadows (2011), il secondo film diretto da Ritchie dedicato al detective di Baker Street, interpretato dall’eclettico Robert Downey Jr, e per quanto sia stato dichiarato che questa serie non sia in nessun caso un prequel dei due film precedenti, non è di certo un caso se anche il giovane Moriarty sia attirato dalla possibilità di sfruttare il progresso scientifico per fini bellici e di mero profitto, anticipando proprio ciò che farà il suo alter ego di mezza età nel sopracitato lungometraggio. 

La critica al colonialismo e all’imperialismo bellico, la denuncia contro il potere patriarcale che limita l’autonomia delle donne, il biasimo nei confronti delle polverose élite accademiche, sedotte da potere e denaro sono elementi che concorrono a dare una certa profondità a una serie il cui scopo centrale resta comunque l’intrattenimento, garantito da un ritmo serrato e avvincente, tipico della regia di Guy Ritchie, grande maestro dei finali aperti, presupponendo così il ritorno per una seconda stagione (così come aveva fatto quasi quindici anni fa con A Game of Shadows, di cui ahimè si attende ancora un terzo e conclusivo capitolo).

Come cantavano The Kinks nel 1968, «We are the Sherlock Holmes, english-speaking vernacular», concentrando, in quel pronome plurale, una collettività che abbraccia i fan del detective di Baker Street a livello globale da quasi 150 anni: una comunità di appassionati che coinvolge scrittori, artisti, registi o semplici aficionados che continua a rimettere mano ai pezzi di questa ‘nave’ narrativa. 

Cambiano gli autori, cambiano i media, cambiano le epoche, ma il paradosso della nave di Sherlock continua a salpare, sempre diversa, sempre uguale.♦︎