Fuori dalla finestra suonano i rintocchi delle campane: sono le quattro del pomeriggio e la luce penetra ancora intensa dalle ampie finestre del mio ufficio.

Osservo la polvere sospesa nell’aria mescolarsi al vapore della tazza di caffè fumante.

«…e mi raccomando, se ha intenzione di intraprendere una carriera in questo settore e di lavorare con questo giornale mi aspetto da lei un articolo degno di nota per la prossima uscita!»

Queste sono le uniche, concise parole che rimbombano nel mio cervello e mi provocano un fastidioso mal di testa da due settimane a questa parte.

Ormai da tempo ho «perso la magia della penna» secondo il redattore, il quale, esperto in materia, sostiene anche che io debba «risalire alla radice del mio blocco» per «riscoprire il talento che vive latente dentro di me».

Eppure, per quanto io abbia cercato dentro e fuori di me, non sono giunta ad alcun risultato. A nulla è servito buttarsi a capofitto in letture e generi nuovi, inutile è stato abbandonarsi a quella fantasia che tanto mi aveva portato lontano e nemmeno quelle curiose incongruenze del mondo reale che tanto mi affascinavano hanno risvegliato in me nuove idee.

Così, perduta l’ispirazione, mi ritrovo seduta qui, in questo ufficio, a smarrire lo sguardo nelle volute di fumo che salgono, sempre più sottili, dalla mia tazza. Decine di testate di giornale appese alle pareti mi osservano con sguardo inquisitorio, ma la mia coscienza a stento se ne cura e la mia mente spazia lontano per tornare a quando la scrittura divenne parte di me.

Ero ancora una bambina quando la nonna mi aveva portato a sedere sulla panchina in legno davanti a quel laghetto per contare le paperelle.  La prima volta ne avevo contate sette, e così la seconda, la terza, e tutte quelle successive.

Poi la nonna si ammalò e dopo poco non ci fu più nessuno che mi potesse accompagnare al parco.

Così un giorno decisi di tornarci da sola: mi sedetti sulla solita panchina, davanti al solito laghetto, con un quaderno in mano a contare ancora una volta le sette paperelle. Quel giorno l’ispirazione venne da sé e negli anni seguenti non mi lasciò mai, nemmeno quando le verifiche e le interrogazioni sembravano togliermi il respiro o quando i compiti scolastici si trasformarono in numerosi, e decisamente più complessi, esami universitari. Non mi abbandonò nemmeno quando fui lasciata via post-it dal figlio del gelataio che aveva la sua cremeria in via del Corso: quella volta gli feci recapitare una lettera densa di improperi e lacrime versate e giurai di non mettere mai più piede alla cremeria. 

Il caffè si è freddato, la luce filtra più stanca e spenta dalle finestre dietro di me. Annoiata da queste quattro pareti raccolgo la giacca, me la butto addosso ed esco. Fuori dalla mia stanza si respira una vibrante sensazione di attesa: alla postazione vicina al calorifero scorgo Basciani, maglione rosso e alberello sulla scrivania, in fermento per l’imminente Natale; accanto alla finestra che dà sul giardino vedo Linda, intenta a cercare su Google possibili luoghi per la luna di miele che da molti anni attende – insieme a una tanto sognata proposta di matrimonio. Poco più in là De Vito, con la pagina del conto bancario aperta, aspetta speranzoso il suo stipendio mensile con il luccichio della quattordicesima negli occhi.

Tutte queste attese si accalcano nella mia mente una sopra l’altra e mi schiacciano, mi opprimono lasciandomi senza fiato.

Perché io, io cosa sto aspettando?  Ero una bambina con mille sogni nel cassetto e ho sempre vissuto nella convinzione di dover attendere qualcosa – o qualcuno – eppure percepisco che la mia è una ricerca personale e profondamente interiore.

Finalmente sono fuori. Inspiro e butto fuori l’aria autunnale che pizzica il naso e mi fa lacrimare gli occhi.

Posso fare un ultimo tentativo ma per riuscirci devo sistemare i conti con il passato.

Seduta sulla panchina di legno assaporo dopo tanti anni il gelato della cremeria in via del Corso. Davanti a me una lingua di cemento apre lo spazio a una pista di skateboard. Il laghetto non c’è più e nemmeno le paperelle, scivolate via con i tempi ormai trascorsi.

Allora chiudo gli occhi e riesco di nuovo a vederli. Sorrido. Non aspetterò più.

Impugno la penna e la mia mano inizia a muoversi sul foglio, finalmente.

Ispirazione: ritorno al passato

Illustrazione di Alessandro Tamietto

Gaia Valesano
Dicono di me che sono introversa e di poche parole, la verità è che solo con carta e penna il mio groviglio di pensieri sembra districarsi. Ciò che leggerete qui saranno quindi gli schizzi di un disegno più ampio, un tentativo costante di scovare nei racconti che scrivo la mia stessa storia e di plasmare, al contempo, le storie degli altri.

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