Il regista vincitore del Giobia Fest 2026 è Jozef Gjura con Un piede nella fossa, un cortometraggio sull’inibizione di fronte alla morte, ispirato alla storia vera di Gennaro Guaragna.
Jozef Gjura è un attore e regista di origini albanesi, classe 1994, diplomato come attore alla Scuola del Teatro Stabile di Torino, che si è prestato ad un’intervista con NoSignal per raccontarci il suo progetto vincente nel dettaglio.
Ecco l’intervista completa.
Da dove è nata l’idea del cortometraggio?
È nata durante gli anni dell’Accademia a Torino, insieme a Elvira Scorza che è la co-sceneggiatrice. Era la storia di Giuseppe, a cui abbiamo dedicato il film; un signore che aveva veramente un problema di cancrena al piede e che si rifiutava di farselo amputare. Alla fine hanno fatto qualcosa di simile ad un funerale, perché non volevano buttare un “pezzo” del loro padre. Abbiamo scoperto che effettivamente nei cimiteri ci sono delle zone dove puoi inumare la parte del corpo distaccata. È una storia macabra, una dark comedy riesumata dagli anni dell’accademia.
Due anni fa, nel 2024 abbiamo vinto il fondo del nuovo IMAIE e da lì si è concretizzata l’idea. La parte più tecnica l’ho preparata con Paolo Bertino che ha fatto tutta la direzione della fotografia. Insieme abbiamo lavorato nei giorni di prova con gli attori nella casa di Giuseppe. L’ospedale invece è a Torino e ci hanno concesso un giorno di riprese. Infatti quella è stata la giornata più complicata, perché io interpreto il medico.
La casa in cui avete girato era quella di Giuseppe?
No, quella era una cascina che ho trovato a Vercelli, la città in cui sono cresciuto. Inizialmente volevo girare tutto lì, anche perché questa è la storia di una provincia un po’ bruciata dal sole, perché Giuseppe è meridionale. In realtà, nel corto è tutto ambientato all’interno, tranne la scena del cimitero, che abbiamo girato a Torino, al Cimitero Parco. Alla fine è diventato tutto piemontese.

Riguardo alla scena del funerale, mi ha colpito molto il fatto che fossero presenti solo Giuseppe e la badante.
Sì, perché mi sembrava ancora più triste il fatto che Giuseppe volesse fare questo funerale per riunire la famiglia, quindi per avere vicino i suoi figli. Infatti, quando bevono il caffè e gli chiedono: «Papà, cosa vuoi fare di questo piede?», lui risponde che vuole farne il funerale. In realtà, è semplicemente una scusa per averli vicini. Tuttavia la situazione diventa talmente assurda che i figli preferiscono andare a lavoro che accompagnare il padre al funerale del suo piede.


Hai usato riferimenti cinematografici? Alcuni sembrano più evidenti, altri forse meno.
Sì, prima di fare questo film mi sono guardato Lanthimos, anche perché è balcanico come me. Per me Lanthimos è un riferimento, insieme a quell’ironia cruda di Kusturica. Sono due registi di area balcanica e mediterranea, uno greco e l’altro bosniaco; io sono albanese, quindi in qualche modo sono nato nel mezzo. Per me rappresentano una forma di commedia nera, di tragicommedia, che sento molto vicina e che secondo me appartiene anche ai popoli mediterranei. È una sensibilità che ritrovo anche nei calabresi. I calabresi, culturalmente, sono più vicini agli albanesi di quanto si possa pensare. Quindi sì, quei due registi sono stati un po’ i miei riferimenti.
Quindi più la parte balcanica e mediterranea, come dicevi, rispetto al grottesco della commedia all’italiana.
Sì, anche se è un peccato che oggi non si faccia quasi più quella commedia. La commedia italiana è cambiata tantissimo dagli anni Cinquanta a oggi. Per me, ad esempio, uno dei film più belli è Il marchese del Grillo. Secondo me la “commedia italiana” si è persa e ha finito per avere un’accezione negativa oggi. Per quanto riguarda, invece, la costruzione visiva del corto, la simmetria, i colori vivaci e l’atmosfera frontale, credo che dipenda dalla nostra formazione teatrale.
Sia io sia Elvira veniamo dal teatro, abbiamo studiato allo Stabile di Torino. Sento che il teatro ha ancora un quid in più. Credo che questa sensibilità sia poi entrata anche nel modo in cui abbiamo pensato le inquadrature, fisse e composte. Antonioni, per esempio, è uno dei registi che amo di più ed è stato il regista che mi ha fatto innamorare del cinema.
Con Paolo, il direttore della fotografia, ci siamo trovati subito su questa visione: inquadrature fisse, pochi carrelli. Cercavamo qualcosa di più statico, vicino a un certo cinema degli anni Sessanta, quella dimensione ci interessava molto. I primi piani sono estranianti e ravvicinati, anche per fare in modo che l’immagine si distorca. La macchina da presa è vicina al volto del dottore proprio per renderlo ancora più grottesco.


Allora, secondo te, quindi il film parla più della morte o della rimozione della morte?
È una dark comedy, quindi, secondo me sì, parla della morte, dell’ultimo stadio delle nostre vite: la vecchiaia. È qualcosa che, da giovani, ci spaventa molto. Credo che la morte sia ancora un grande tabù nella nostra società, perché abbiamo paura sia di morire sia di invecchiare. Il corto affronta la morte in modo ironico, riesce a entrare nell’intimo delle persone quasi senza che se ne accorgano, e alla fine lascia più di quanto sembri. Io la considero una tragicommedia, perché sono nato in Albania e credo che noi abbiamo un forte senso della tragicommedia nell’affrontare i momenti bui e faticosi.

È qualcosa che ho vissuto anche al funerale di mia nonna. Quando siamo rimasti tra di noi abbiamo cominciato a ricordare alcune storie e a ridere talmente tanto che i vicini avrebbero potuto pensare chissà cosa. Credo che sia stato anche un modo bello per accompagnare l’anima del morto in un momento importante, quello del passaggio. Ricordo che nostra nonna, con il suo funerale, ci ha fatto anche un grande dono. Noi siamo sette cugini e ormai viviamo in punti diversi del mondo. Quella sera, invece, ci siamo ritrovati improvvisamente tutti a Novara. Il giorno dopo saremmo partiti da Malpensa per andare in Albania. È stato come se nostra nonna ci avesse fatto un ultimo regalo.

La commedia balcanica, anche quella dei registi che citavi prima, veniva guardata in Albania? Faceva parte della cultura popolare?
Sì, anche se l’Albania ha una storia molto particolare. Ha vissuto quarant’anni di comunismo e quel tipo di cinema, in quegli anni, non lo potevi vedere. C’era molta censura e quindi c’era un distacco fortissimo. Per i miei genitori, per chi ha vissuto quel periodo, era illegale avere contatti con l’Occidente. Se ascoltavi Mina o Celentano, rischiavi davvero di finire in prigione.
Qual è, quindi, il messaggio principale che volevi trasmettere al pubblico? E secondo te come è stato recepito o se è stato recepito come volevi tu?
Sicuramente c’è il tema della solitudine nell’atteggiamento del protagonista che, pur essendo sordo, prende la vita con leggerezza e riesce perfino a giocare con quello che gli accade. Uno dei messaggi è proprio questo: riuscire a mettere un po’ di ironia anche nelle situazioni tragiche della propria vita.
Qual è la scena più importante o le scene più importanti?
Secondo me, la scena più importante è quella con il dottore, perché lì emerge davvero il rapporto di opposizione tra il protagonista e il suo antagonista. Il medico rappresenta l’opposto di Giuseppe. È colui che gli dice che quel piede va tagliato, mentre Giuseppe sembra non avere più paura neanche della morte. Alla fine, probabilmente muore, chi lo sa.


Il dottore è l’antagonista, perché evidenzia la stranezza medica della situazione. Anche la figlia è sorpresa dal fatto che il padre sia ancora vivo. Si può leggere una sorta di chiasmo tra il dottore e la figlia, il padre, il figlio e la badante?
La figlia maggiore è colei che finisce per portarsi addosso il peso dei genitori che invecchiano. È un peso che Elvira conosceva anche personalmente, perché avendo genitori sordi ha dovuto diventare adulta già da bambina. Nel film, infatti, è la figlia femmina la prima ad arrivare, ed è lei a chiamare il dottore, è lei ad accompagnare il padre alla visita. Il fratello, invece, se n’è andato nella grande città, ha fatto la sua carriera, ha costruito la sua vita, e solo alla fine scopre che il padre aveva il diabete. Il rapporto tra genitori e figli, a un certo punto, si ribalta.

Il corto apre anche un tema generazionale, legato al futuro dei nostri genitori e al modo in cui dovremo prendercene cura. Ci sono delle critiche sociali o politiche che hai voluto inserire, anche solo in modo sottile?
Sì, in realtà una critica politica c’è, anche se resta lieve. Riguarda il sistema sanitario nazionale, che sta andando sempre più a rotoli. Nella mia idea c’era questo ospedale vuoto, dove loro aspettano senza che ci sia nessuno. È una critica sottile, che ritorna anche quando l’infermiera scopre che sono esenti perché hanno un reddito basso. Mi interessava di più che fosse una sfumatura, se non la cogli, il film funziona comunque. La critica sociale, invece, riguarda soprattutto la famiglia: il padre diventa quasi un bambino da accudire. E allora quel funerale, per quanto per Giuseppe sia importante, agli occhi degli altri diventa un’assurdità.

Hai prospettive e progetti per il prossimo futuro?
Per il futuro mi piacerebbe sviluppare una trilogia sulla morte, sempre con questa visione tragicomica, raccontando storie diverse ma legate dallo stesso fattore comune.
Sempre come regista? Perché ho visto che negli altri cortometraggi e nei tuoi lavori hai fatto soprattutto l’attore, sia a teatro sia al cinema.
Sì, la mia esperienza è soprattutto attoriale, sia al cinema sia a teatro. Tra i film che ho fatto c’è Sul più bello e Il Gattopardo, la serie per Netflix. In questo momento sto sviluppando con Elvira uno spettacolo teatrale. Quest’estate andremo in Albania, perché abbiamo vinto un bando che ci permetterà di fare le prove lì e alcune anteprime in Italia. Il tema sarà l’immigrazione e la memoria familiare.





