Le gallerie sono luoghi emblematici per i profani del mondo dell’arte, ma anche per chi le frequenta. Dopo aver superato la soggezione iniziale, ispirata quasi sempre dall’ignoto, frequentare un luogo simile significa stabilire un rapporto intimo e confidenziale con l’arte. Anche se non a tutti sono chiare le specificità del mestiere del gallerista, l’immagine pop che ne abbiamo è di un personaggio particolare immerso in un ambiente eccentrico e forse non è del tutto falso: a volte, gli stereotipi hanno un fondo di verità, come ci racconta la stravagante Galleria Cristiani, specializzata in design contemporaneo.


Torino ospita un luogo frizzante e in continuo movimento che accoglie da qualche decennio personalità di ogni tipo: dalle giovani leve delle accademie d’arte ai loro stessi docenti e direttori, come l’artista Franko B, che ha portato la sua arte dalla Tate Modern di Londra a Porta Palazzo, attirato probabilmente da questo gentile signore borghese, ben vestito, spaventosamente colto e animato di una vitalità disarmante. Quando gli abbiamo chiesto degli inizi della sua carriera, Giancarlo Cristiani ci ha raccontato dei suoi esordi come rigattiere: nel 1975 cercava mobili antichi nelle cantine per portarli al Balon, storico mercato delle pulci torinese. Non si è formato nelle Accademie, non ha frequentato corsi di specializzazione; ha costruito la propria expertise mettendo le mani in pasta, lavorando, leggendo e soprattutto dialogando con chiunque, sempre interessato a trarre insegnamento dagli altri. Appassionato di quelle che in Italia vengono chiamate arti decorative, capisce essere il mercato del design del mobile contemporaneo ad attirarlo di più: «Mi dà la soddisfazione più grande, è il più vicino alla nostra sensibilità», afferma, anche se agli inizi della sua carriera l’interesse per il Novecento era misero: ancora si attribuiva valore a un mobile in ragione della sua antichità. Cristiani sarà, infatti, tra i primi coraggiosi a cimentarsi nella scrittura e nella promozione di volumi che trattassero della storia del design del secolo scorso, presentati poi al Salone del Libro della capitale sabauda, essendo anche tra i pochi primi espositori della Fiera di Parma. La sua è stata lungimiranza: non esiste oggi una casa di un ricco collezionista sprovvista di un pezzo di design novecentesco.



Ma quel che ha reso la sua carriera e il suo personaggio straordinari e degni di nota, è stata la sua capacità di creare un sistema di libero pensiero e di contatto umano anche in un milieu che premia solo e sempre il capitalista sconsiderato, freddo e calcolatore. Dai maggiori direttori di istituzioni museali e artistiche ai commercianti di mercato, da luminari intellettuali a studenti sprovveduti, Giancarlo Cristiani accoglie, e ha sempre accolto, tutti nei suoi spazi e nei suoi progetti. In cinquantuno anni di professione il clima deve essere cambiato e gli abbiamo chiesto come. Il gallerista ci ha descritto un quadro molto complesso. Innanzitutto, dal punto di vista commerciale: «A partire circa dagli anni Duemila, con la grande digitalizzazione il ruolo del commerciante di design è sempre meno quello del mediatore, perché oggi ogni atelier d’artista ha un proprio sito internet, motivo per cui un possibile acquirente sceglie l’approccio diretto al fautore dell’opera piuttosto che la colta intermediazione di un professionista delle vendite. Questa è una delle sfide più grandi per le gallerie: devono aggiornarsi, servono i giovani».
In secondo luogo, ha parlato di un interessante cambio del paradigma conoscitivo: se prima a far da padrone era la cultura, oggi lo è la mera informazione. Ci spieghiamo meglio tramite un dialogo con la stagista della galleria, Maddalena Milanesio: potendo fare qualsiasi tipo di ricerca immediatamente, la pratica di ricordare delle informazioni, potendo quindi fare l’operazione critica di collegarle con le altre di cui siamo in possesso, sta cadendo in disuso. Questo fenomeno, insieme a quello della cultura del possesso in Italia, allontana i giovani da questi ambienti che dovrebbero invece, secondo Cristiani, nutrirsi di nuovi stimoli.



Ma che cosa si intende per “cultura del possesso” in Italia?
Il professionista ci ha spiegato come, rispetto ad esempio alla Francia, le gallerie italiane non abbiano prezzi in mostra. Nell’Hexagone è normale entrare in questi luoghi unicamente per conoscenza, anche commerciale, per scoprire qualcosa di nuovo usufruendo dell’assistenza del professionista del settore, mentre nello Stivale è considerato scortese, quasi imbarazzante, entrare in un luogo di vendita senza acquistare nulla, perché non conta la conoscenza di un oggetto ma, appunto, il fatto di possederlo e di poterlo mostrare: «Se entri senza comprare nulla, ti guardano male». Per questo, da quando le case di rappresentanza sono notevolmente diminuite di numero, perché i giovani si spostano più facilmente e stanno di meno in casa, il mercato del collezionismo “casalingo” è diminuito in favore di quello della gioielleria: un bene che ci si può portare in giro e far vedere. Secondo Milanesio, tuttavia, ci sono anche altre ragioni dietro al cambio di interesse dei giovani acquirenti, come la notevole diminuzione del potere d’acquisto e il cambio di gusto nei meno anziani, abituati a luci e movimento, scarsamente allenati invece alla contemplazione. «Siamo più attratti da un oggetto tridimensionale e immediato, magari lucente o in movimento, piuttosto che da una tela dipinta, magari da un monocromo», sottolinea la ragazza. Per un esercizio commerciale come una galleria d’arte, legata per natura alle logiche del mercato, è necessario uno sforzo consapevole perché questa non diventi un luogo di banalizzazione delle opere e delle idee, perché non si trattino i giovani come interlocutori di seconda categoria per il solo fatto di essere “più piccoli” e “più poveri” delle generazioni precedenti.
Concedendoci ancora qualche riga, riportiamo un esempio, fatto dai due intervistati, particolarmente interessante: da quanto è comparso nei contenuti social di Chiara Ferragni lo specchio di design Ultra Fragola (1970, di Ettore Sottsass), la richiesta è notevolmente aumentata da parte dei giovani acquirenti, ma d’altra parte diminuita tra gli acquirenti più anziani e “colti”. Questa vicenda, come tutta la conversazione tra questi due professionisti di generazioni diverse, può lasciarci un interessante spunto di riflessione: quanto si può parlare di vera cultura se questa rimane elitaria e influenzabile dalla presenza o meno di nuovi interessi come quelli veicolati dai media? E ancora: come possiamo pretendere di proteggere l’arte (e che questa ci protegga) se non siamo disposti a cambiare le regole del gioco che ci ha portati a essere il popolo che non comunica, ma è disposto a comprare o meno un pezzo d’arte secondo quello che qualche esperto di comunicazione ha scelto di far vedere in qualche storia Instagram? ♦︎
Testo e fotografie di Gaia D’Addio





