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Uno scenario nel quale la maggior parte di noi si sarà trovata è il seguente: abbiamo viaggiato, magari anche preso un aereo, per raggiungere un certo Paese e per visitarlo. Una volta arrivati tra le varie attività culturali alle quali vogliamo dedicarci abbiamo inserito una visita a un museo particolarmente importante, magari non sappiamo che tipo di opere potremo osservare, ma sappiamo che ce ne sono di importanti. Entrati nella struttura museale, però, veniamo travolti da una calca immensa di visitatori che, come noi, sono stanchi e stressati per via delle code infinite e della scarsità di luoghi comodi o di sedute nelle sale. Vorremmo soffermarci su qualche lavoro, osservare un quadro o magari ascoltare un’opera d’arte sonora, passeggiare con calma e scambiarci opinioni con i nostri accompagnatori, ma ci sembra impossibile. Tutto si muove troppo velocemente, non ci sono gli spazi o gli stimoli giusti per la calma che richiederebbe quel tipo di esperienza, e quindi, come spesso capita, rinunciamo e terminiamo la visita in fretta e furia, magari scattando qualche foto a opere d’arte che non siamo riusciti ad ammirare per il tempo richiesto per goderle, magari appena 50 secondi a persona, il tempo concesso ai visitatori del Musée du Louvre davanti alla Monna Lisa di Leonardo da Vinci. Non a caso in museologia si parla di museum fatigue

Si può pensare quindi che la scelta del museo parigino, già discussa dal 2024 con la presentazione del progetto di ristrutturazione Grand Louvre, di creare una nuova sala espositiva unicamente dedicata al capolavoro italiano, sia una valida soluzione al problema. Non ci sono ancora certezze su come questo nuovo ambiente dovrebbe funzionare, ma viene da pensare che con questo sistema non si avrebbe più limite di tempo. 

Quindi problema risolto, giusto?

Già Adorno nel suo saggio estetico criticava quello che chiamava godimento culinario dell’arte, un’esperienza dell’arte superficiale e riduttiva, che non richieda uno sforzo allo spettatore e nella quale l’opera venga facilmente “consumata”, una soddisfazione immediatamente accessibile “obbligata” dal sistema dell’industria culturale.  

Per poter apprezzare i lavori artistici è necessario pazientare, attendere. La fruizione estetica di un’opera non può essere immediata se si vuole viverla nella sua interezza e dare la giusta importanza alla dimensione dell’Arte. L’importanza di una buona e completa esperienza museale non è da sottovalutare, basti pensare alla firma del protocollo d’intesa tra i Ministeri della Salute e della Cultura sottoscritto quest’anno che ha integrato arte e cultura nei percorsi legati alla salute, e ai significativi progetti dell’ASL TO3 in merito proprio alle visite museali. 

Il sapere attendere un qualcosa di indefinito, senza la promessa che questo arrivi e con la certezza che non ci sarà alcuna soddisfazione materiale a “dare un senso” al tempo così trascorso, è una buonissima pratica di osservazione delle opere, oltre che essere un concetto intrinsecamente anti-capitalistico. L’amore per la conoscenza in sé o per la pura esperienza estetica o emotiva dell’arte, il volersi prendere il tempo per ragionare e magari elaborare un concetto o un giudizio che può scaturire sull’arte e/o dall’arte, non possono essere incoraggiati creando uno specchio per le allodole da turisti. 

Foto di Gaia D’Addio, National Gallery, Londra

Estraendo l’opera dal confronto con le altre nella sala, creando una lacuna in un percorso creato con una logica storiografica e un progetto critico-curatoriale preciso e sensato, per metterla in una sala alla quale si accederebbe da un ingresso dedicato perdendo quindi la piena esperienza dell’istituzione museale e della sua architettura, non si può dire un processo in favore dell’esperienza positiva dell’opera. Togliendo la possibilità al visitatore di farsi sorprendere da una collezione museale immensa e di grande qualità che non conosceva, esplorando le sale prima e dopo questo capolavoro, non può che creare un’esperienza gastronomica dell’arte (Adorno). Un percorso di questo tipo non ci insegna ad aspettare, a osservare, a collegare storicamente e criticamente una cosa e l’altra. 

Inoltre, la mitizzazione della Gioconda, sulla quale esiste una ricca letteratura, non consente, per il pubblico generico, la comprensione storico-artistica e critica reale di quest’opera, facendo perdere di valore sia l’artefatto in sé che il resto della collezione e dell’esperienza. Creare la possibilità per questa audience di saltare quindi tutto il resto dell’immenso patrimonio parigino non può che peggiorare questa condizione. 

Il museo, come luogo educativo, dovrebbe farsi carico anche di questa eventualità.

Cosa si può fare? 

Idealmente, per questo come per altri grandi musei, sarebbe auspicabile scaglionare le entrate permettendo l’ingresso a meno visitatori alla volta, per quanto sia una soluzione difficile in una società capitalistica orientata verso il profitto. Il progetto di ristrutturazione del Louvre prevede anche la costruzione di luoghi di consumo all’interno del museo. Un lavoro preventivo, quindi, può essere fatto. 

Per quanto l’educazione estetica e artistica sarebbe utile, come dimostrato, in ogni ambito, dal punto di vista museale sarebbe auspicabile la creazione di programmi educativi e di progetti laboratoriali che possano sensibilizzare sull’importanza delle buone pratiche per godere di un’opera, come appunto l’attesa, la capacità di pensare e collegare criticamente ciò che si vede e che si legge e lavorando di pari passo, ovviamente, sull’accessibilità fisica e culturale dei propri percorsi perché siano il meno ostici possibili per ogni tipo di pubblico. Sarebbe buona pratica a questo proposito aumentare le sedute nelle sale e gli strumenti di mediazione museale come le riproduzioni in codice braille o tridimensionali delle opere, e munirsi di spazi di decompressione, come presenti ad esempio allo Stedelijk di Amsterdam. 

La formazione del personale a questo proposito è estremamente importante perché un’accoglienza maleducata o la scarsa conoscenza della realtà nella quale si lavora (e dei reali bisogni dei diversi pubblici di quest’ultima), possono essere la causa dell’allontanamento da queste pratiche culturali. Perché l’esperienza nei musei abbia un senso coerente con la caratterizzazione di questi luoghi attribuitagli dalla definizione dell’ICOM, è necessario che cambi il focus dell’esperienza museale. Gli unici paradigmi a guidare le riforme e le ristrutturazioni museali non devono essere le opportunità di profitto, ma le persone; non l’accessibilità, ma l’effettiva fruibilità. Se esistono dei fondi per cambiare le cose, è in questa direzione che devono essere spesi. Il patrimonio storico-artistico esiste in funzione del fatto che esista un pubblico umano a fruirne.