Fra tensioni politiche e indignazione emerge una realtà di atrofia culturale denunciata già nel 1968.
Le tensioni politiche iniziarono nel 1991 e le azioni militari più consistenti nel 2014, ma solo nel febbraio del 2022 il mondo ha riportato l’attenzione alle ambizioni territoriali russe sul territorio ucraino. L’economia, l’industria bellica e quella energetica, la classe politica e gli scrupoli etici della società sono rimasti coinvolti e il sistema dell’arte, con tutte le sue istituzioni, non è certo rimasto escluso. Prima della danza, dell’architettura, del teatro, della musica e dell’arte cinematografica, la Biennale d’Arte nasce, nel 1895, come Esposizione Internazionale per aggiornare il mondo sulle novità e creare una comunità artistica forte e informata, arrivando nel 2026 alla sua sessantunesima edizione.
La struttura per padiglioni nazionali arriva poco dopo, con il primo, quello del Belgio, nel 1907. Che fosse per diplomazia culturale, per spirito democratico o per una più facile gestione dei sempre più numerosi artisti e attori coinvolti nella manifestazione, è un dato di fatto che da ben 119 anni l’animo nazionale faccia parte della natura stessa dell’organizzazione della Biennale. Proprio per questo motivo è necessario tener conto degli equilibri geopolitici internazionali e dei fattori etici e politici all’interno delle nazioni coinvolte.
Assume quindi un peso diverso la dimissione degli artisti russi Savchenkov e Sukhareva e del loro curatore, nel 2022, a causa dell’incompatibilità con l’invasione territoriale ai danni dell’Ucraina attuata dal proprio Paese. Alla Biennale successiva lo stato russo aveva prestato il proprio padiglione alla Bolivia e, come di recente è trapelato da un’intervista all’artista Inés Fontenla, che era stata invitata a esporre quell’anno, gli interessi di controllo politico e culturale del padiglione da parte di Mosca avevano prevalso su quelli artistici.
Dopo quattro anni di assenza cerimoniale, però, la Russia sembrava essere tornata nella Serenissima, ovviamente non senza polemiche, tra le quali anche una promessa di azione di protesta da parte del celeberrimo gruppo di attiviste russe, dal 2012 nella lista di organizzazioni estremiste, le Pussy Riot, la quale ha effettivamente avuto luogo, insieme alle FEMEN, il 6 maggio. Poi è nata l’infinita e deprimente diatriba tra il Governo italiano, insieme al Ministro della cultura Alessandro Giuli, che si diceva contro la partecipazione dello Stato russo (ma non a quella dello Stato di Israele), e la Biennale, insieme al proprio presidente Pietrangelo Buttafuoco, la quale rivendicava una sacrosanta indipendenza dal potere politico, in nome dello spirito democratico dell’Istituzione.
In ordine cronologico sono poi arrivate la richiesta ufficiale dell’Ucraina di rimuovere la Russia, il taglio ai 2 milioni di euro stanziati dalla Commissione Europea, una lettera aperta di 22 Paesi e anche di artisti e curatori contro la partecipazione russa e lo schieramento delle istituzioni locali contro il Governo.
Poi un avvenimento senza precedenti: il rifiuto della giuria della Biennale di assegnare alcun premio agli stati accusati di crimini contro l’umanità dalla Corte Penale Internazionale, quindi a Russia e Israele, seguito da una dimissione in blocco di tutta la giuria, con l’ipotesi dell’assegnazione dei Leoni tramite televoto del pubblico.
Un’ispezione del Ministero della Cultura ha però rilevato delle irregolarità, motivo per il quale il padiglione russo sarà visitabile solamente nei tre giorni precedenti l’inaugurazione, dal 6 al 9 maggio, e non sarà quindi visibile dal pubblico generico. Questo solleva una prima grande questione: come spera il presidente Buttafuoco di trovare una democratica motivazione per la quale uno dei padiglioni su suolo italiano, finanziato in parte dai soldi dei contribuenti italiani tramite il Ministero, sia visibile solo dall’élite di giornalisti, galleristi, collezionisti e artisti che già partecipano al sistema? Dato che la democraticità dell’evento era la grande motivazione per cui era necessario che la Russia potesse esporre i propri lavori. .
La giuria della Biennale
Bisogna sottolineare che è giusto che la giuria si sia limitata a escludere dalle premiazioni solo i Paesi formalmente accusati dalla Corte Penale Internazionale. Lo Stato di diritto e la giustizia per come la si deve intendere in un sistema democratico si basano su una serie di principi i quali possono funzionare solo ed esclusivamente se esiste un accordo tra le parti sociali per il quale ci si attiene a determinate regole e principi.
Questo significa che solo i paesi accusati formalmente sono colpevoli? No, questo significa che la democrazia funziona come democrazia perché è complessa e per natura deve accettare le zone grigie, la semplificazione ignorante porta al populismo e il populismo alla dittatura. Allora significa forse che il sistema del diritto internazionale è incontestabile? Anche questo è errato. Nel rispetto delle istituzioni e di coloro che hanno dedicato la vita allo studio della disciplina, è necessario però ricordare che questa deve essere applicata tempestivamente e in maniera severa e, soprattutto, indipendentemente dagli equilibri economici e bellici.
C’è poi la questione del voto del pubblico. Molti artisti hanno rifiutato di partecipare alle premiazioni di quest’anno ed è obiettivo che queste modalità di voto siano state una soluzione di ripiego in questa emergenze alla quale il sistema non era pronto. Indipendentemente da quali regole per il voto la Biennale abbia deciso di applicare e da quale possa essere l’efficacia di un sistema ideato su due piedi, è nuovamente lo spunto di riflessione che ci deve interessare.
I giudici selezionati, per quanto inequivocabilmente più competenti del pubblico generico, non sono tuttavia imparziali: il loro percorso è guidato e segue un certo ordine, e certamente i commentatori odierni non dimostrano la stessa grinta e lo stesso attaccamento ideale che si possono leggere tra le pagine della critica degli Anni Sessanta e Settanta: sembrano timorosi. Detto ciò, non è comunque pensabile che il pubblico di passaggio possa commentare le opere con la complessità che richiedono.
Oltre a questo, però, è arrivato il momento per la Biennale di organizzare dei momenti di ascolto del pubblico, di raccolta di feedback, non come soluzione in extremis ma come parte integrante di un sistema realmente democratico che non espone solo per gli addetti ai lavori e qualche personalità di spicco.
La polemica
Non è una novità che la Biennale sia al centro di polemiche che travalicano il perimetro dell’arte per sconfinare nella politica e nell’etica, ma dobbiamo notare un cambiamento significativo: quando nel 1972 Gino De Dominicis espone a Venezia “Seconda soluzione d’Immortalità (l’Universo è Immobile)”, il mondo si indigna, ne discute e la polizia interrompe l’esposizione, perché nell’angolo della sala il visitatore poteva osservare Paolo Rosa, un ragazzo di Murano con la sindrome di down, esposto come espressione d’immortalità per la sua incapacità di percepire i concetti di Tempo e Morte. Gli esempi sarebbero molti: i papi di Cattelan, i lavori di Ai WeiWei o il sangue di animale di Nitsch. Ciò che importa notare è che tutti gli esempi elencati sono opere d’arte.
Se oggi possiamo indignarci è a causa, o grazie, all’Istituzione della Biennale, al sistema. Il funzionamento stesso della Biennale è invecchiato, specialmente per un mondo in cui anche alle istituzioni culturali si richiede responsabilità e impegno etico e politico e giustamente, perché duemila anni fa durante le Olimpiadi ci si poteva occupare solo dello sport e delle cerimonie perché durante la manifestazione le tregue, i “cessate il fuoco” erano effettivi, motivo per il quale i manifestanti hanno protestato l’8 maggio per richiedere l’esclusione anche dello Stato di Israele dall’evento veneziano.
Un monolito non funziona
La questione russa in Biennale deve aprirci gli occhi ed essere spunto per un ragionamento critico sull’anacronismo e sull’immobilità delle Istituzioni, culturali e politiche, della società occidentale. L’incapacità di cambiare come malattia cronica del sistema della Biennale di Venezia veniva già denunciato dall’illustre Maurizio Calvesi, nel 1968, sull’Espresso Colore in un articolo dal titolo “Una Biennale sottosviluppata”. Come sottolineava il critico già quasi sessant’anni fa, il presidente della Biennale non può pensare che il sistema continui a funzionare, per gli artisti e per il pubblico, solo sulla base del prestigio già ottenuto dall’istituzione.
In un mondo globalizzato nel quale, fortunatamente, i Paesi condividono i propri drammi e le proprie tragedie, e nel quale, sfortunatamente, il patriottismo è stato confuso con il nazionalismo becero e ignorante, un sistema organizzato per padiglioni nazionale è anacronistico, così come è anacronistico un sistema internazionale della giustizia che non agisce e che non smuove le coscienze. Non esistono valori universali dove c’è nazionalismo.
Il problema non è la Biennale d’Arte, il problema è la resistenza al cambiamento, l’ignavia, l’incapacità di aggiornamento dei sistemi che si ritengono troppo importanti e radicati per doversi mettere in discussione. Questo verrà giudicato, spero, in futuro come un atteggiamento antistorico che non ha permesso alla nostra generazione di affidarsi a delle Istituzioni i cui principi fondamentali sembravano, e dovevano, rappresentarci.
Servirebbe slegare la Biennale dagli interessi dei privati, smontare il sistema per padiglioni nazionali, dedicare più tempo alla ricerca degli artisti e delle pratiche artistiche negli studi, nelle Accademie e nelle comunità rurali e culturali. Sarebbe inoltre necessario sviluppare momenti di dibattito pubblico, di incontro e di educazione artistica ed etico-politica attraverso l’arte, non come momenti marginali ma come parti integranti dell’Istituzione, che purtroppo viene ancora vissuta dal grande pubblico come complessa e irraggiungibile. I detrattori e i conservatori la chiameranno utopia e sicuramente è un sogno, ma è necessario per il principio di democraticità reale applicata, non cerimoniale.
La questione russa alla Biennale di Venezia ci pone di fronte a un monolito che non si aggiorna con il proprio tempo e non segue gli interessi reali delle persone che coinvolge, che risulta obsoleto e ingombrante, costretto ad abbandonare ogni speranza di rappresentare realmente la cultura e il sentimento etico o politico del proprio tempo e della propria comunità. Probabilmente è necessario riprendere l’internazionalismo come base culturale sul quale ricostruire, perché si possono aspettare sempre le rivoluzioni perché ci si aggiorni. ♦︎





