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L’intera notte 
il dolore mi ha colpito 
con un’ascia, 
ma il sonno 
è passato lavando come un’acqua scura
pietre insanguinate. 
Oggi sono di nuovo vivo. 
Di nuovo, 
ti sollevo, 
vita, 
sulle mie spalle.

Pablo Neruda, Ode alla vita

La fenice è l’uccello mitico destinato a morire e rinascere ogni volta dalle proprie ceneri. Attraversa la tradizione classica da Ovidio a Dante. Nelle Metamorfosi è figura di rigenerazione, mentre nell’Inferno dantesco assume le sembianze dell’uomo peccatore, condannato a vivere e morire in eterno. 

È una metafora che sembra valere anche per la storia del Medio Oriente contemporaneo. Dal Novecento a oggi, il continente sembra essere condannato a una sequenza che si ripete: guerre, distruzione, povertà, odi e orrori. E che non riesce a tradursi in una stabilità duratura, come se ogni tentativo di rinascita restasse incompiuto.

I confini non sono mai semplicemente linee. Come osserva James Crawford, somigliano piuttosto a onde che si spostano, avanzano, arretrano e, nei momenti di crisi, finiscono per travolgere ciò che dovrebbero delimitare. Tra Israele e Palestina, queste linee si sono trasformate in nodi stratificati nel tempo, difficili da sciogliere proprio perché affondano in una storia lunga e irrisolta. 

A questa dimensione politica si affianca quella esistenziale espressa dal termine arabo sumud, che significa «fermezza», «risolutezza»: una fermezza che non è solo resistenza, ma allude a un senso di legame profondo con la terra, alla capacità di sopportazione. 

Il muro che attraversa la Cisgiordania non si esaurisce nella sua materialità — cemento, reticolati, dispositivi di controllo — ma introduce una distanza che si deposita nelle pratiche quotidiane, nello spazio in cui si muovono le persone, e ne condiziona i tempi.

«Nessuno ha mai dubitato del fatto che verità e politica siano in rapporti piuttosto cattivi». L’osservazione con cui Hannah Arendt apre la sua tesi in Verità e politica richiama una consapevolezza antica nella pratica politica: la menzogna è sempre stata considerata uno strumento legittimo, talvolta necessario. 

L’antico adagio latino fiat iustitia et pereat mundus — sia fatta giustizia anche se il mondo può perire — è rimasto a lungo poco più che una formula paradossale. Kant ne chiarisce invece il significato in termini meno retorici: la giustizia deve prevalere, anche se questo dovesse comportare la scomparsa dei malvagi. 

Se si concepisce l’azione politica nei termini machiavelliani della logica per cui il fine giustifica i mezzi, la menzogna può essere impiegata per stabilire o salvaguardare le connessioni attraverso cui si articola la ricerca della verità, come già indicava Hobbes. 

Dal momento che sono spesso utilizzate come sostituti di mezzi più violenti, le menzogne tendono a essere percepite come strumenti relativamente innocui all’interno del campo politico. Quando il fine coincide con la sopravvivenza dello Stato, la menzogna può così configurarsi come un mezzo funzionale, talvolta preferibile al ricorso diretto alla violenza.

Tutti i governi si fondano sull’opinione (doxa). Senza il sostegno di chi la condivide, osserva James Madison, anche il più autocratico tra sovrani e tiranni non potrebbe né salire al potere né conservarlo.

All’inizio del Novecento, i principali stati dell’area islamica presentano assetti divergenti: l’Arabia Saudita si configura come un sistema rigidamente ancorato all’ortodossia religiosa, mentre Turchia e Iran attraversano processi di rapida modernizzazione che incidono sulla fedeltà all’Islam e, nel caso iraniano, anche sulla piena autonomia economica.

Da questa tensione prendono forma due soluzioni: da un lato movimenti nazionalisti a carattere antioccidentale, dall’altro un radicalismo islamico che individua nel jihad il proprio strumento d’azione in vista della costituzione di uno stato integralmente islamico. 

In questo quadro, il riferimento al jihad si colloca entro un orizzonte semantico stratificato, come ricorda il Corano: «Dio non ha obbligato i musulmani al jihad né come strumento di aggressione né come veicolo dei loro desideri personali, bensì per proteggere la proclamazione dell’Islam… Se i nemici di Dio preferiscono la pace, anche tu preferiscila e confida in Dio» – (Corano 8:16).

In Palestina, la dichiarazione Balfour del 1917 e il successivo mandato britannico si accompagnano a una ripresa intensa dell’emigrazione ebraica, sostenuta anche dalle persecuzioni in Europa, che porta alla formazione di una rete articolata di insediamenti dotati di strutture di autogoverno.

Dopo la Prima guerra mondiale, Siria, Libano, Transgiordania, Palestina e Iraq vengono posti sotto il controllo di Gran Bretagna e Francia. In questo spazio ridefinito dalle potenze europee, tra le due guerre prende forma un movimento nazionale arabo orientato all’indipendenza, che tuttavia si traduce, una volta raggiunta, in assetti politici instabili. Già nel 1945 la nascita della Lega degli Stati Arabi segnala la volontà di coordinare queste nuove realtà, anche in funzione dell’opposizione alla creazione di uno stato ebraico in Palestina.

Il tentativo britannico di mantenere rapporti con la popolazione araba porta a limitare l’immigrazione ebraica dall’Europa, mentre il movimento sionista reagisce radicalizzando le proprie posizioni.

La società arabo-palestinese, pur segnata da arretratezza economica e da una struttura frammentata, sviluppa sin dagli anni Venti un’opposizione rivolta tanto contro l’amministrazione britannica quanto contro l’immigrazione e la colonizzazione ebraica. Al suo interno si distinguono una componente nazionalista, centrata sulla rivendicazione della terra, e una componente religiosa, che mobilita il richiamo all’Islam anche in chiave antagonista nei confronti di ebrei e cristiani.

L’autodisciplina e il puritanesimo religioso vengono assunti come presupposti etici per la formazione di gruppi armati, mentre il riferimento al jihad si lega alla disponibilità al sacrificio, fino alla figura dello shahīd, martire per la fede. Sulla base di questi presupposti, tra il 1936 e il 1938, scoppia una rivolta estesa, che viene repressa dalle forze britanniche. 

Le premesse per uno sviluppo drammatico della situazione ci sono tutte. L’amministrazione britannica, caratterizzata da una gestione contraddittoria, contribuisce ad esasperare la tensione tra comunità ebraica e popolazione arabo-palestinese. Entrambe le comunità si sono dotate di gruppi paramilitari.

Nel 1947 il Regno Unito rinuncia al mandato e la questione passa alle Nazioni Unite, che propongono la creazione di due stati distinti. L’approvazione del piano è seguita quasi subito da scontri, e il 14 maggio 1948 il leader sionista David Ben-Gurion proclama la nascita dello stato di Israele e apre una guerra con i paesi arabi che si conclude nel 1949 con una vittoria israeliana e un’estensione del controllo territoriale oltre i limiti previsti.

È in questo passaggio che la questione palestinese assume una forma destinata a durare: la condizione dei profughi e l’impossibilità di costruire uno stato-nazione proprio diventano elementi di pretesto per continui tentativi di attacco a Israele. Mentre l’identità stessa dei palestinesi estremisti si ristruttura intrecciando lessico nazionalista e riferimenti islamici. Come osserva Lapidus, termini religiosi come Jihad, Shahid, Mujahid entrano nel linguaggio politico e contribuiscono a esprimere e mobilitare la lotta politica.

Lo sguardo sul presente

Spostando lo sguardo, ma non le coordinate del problema, il lavoro di Cecilia Sala in I figli dell’odio si colloca dentro questo stesso campo di tensioni, dove identità, religione e politica continuano a ridefinirsi reciprocamente.

Quando Cecilia Sala arriva a Hebron, nell’estate del 2023, incontra due adolescenti che sfilano con uno striscione in mano e non hanno mai conosciuto davvero un coetaneo palestinese. Sullo striscione hanno scritto: «No alla mescolanza religiosa, perché poi spariscono gli ebrei». 

I matrimoni misti sono rari tra gli ebrei di Israele. Solo il 7% di loro è sposato o convive con un partner non ebreo. Intorno a questo dato, per una parte della società israeliana, è cresciuta una forma di ossessione identitaria che trasforma la demografia in incubo identitario e il matrimonio in minaccia politica. 

La voce più ossessiva è quella di Lehava, acronimo di Prevenzione dell’assimilazione in Terra Santa. Un gruppo con migliaia di iscritti che si oppone a ogni relazione tra ebrei e non ebrei, definito nel 2024 dal Dipartimento di Stato degli Stati Uniti sotto la presidenza di Biden, come la più grande organizzazione estremista violenta in Israele. 

Il libro di Sala torna più volte a Kiryat Arba, l’insediamento dove vivono le due ragazzine con lo striscione. È una piccola capitale della radicalizzazione israeliana, incastonata accanto al centro palestinese di Hebron. Qui abita anche Itamar Ben Gvir, ministro della Sicurezza nazionale del governo di Benjamin Netanyahu, vicino di casa delle due ragazze.

Ben Gvir è il leader del partito ultranazionalista Otzma Yehudit, ovvero «Potere ebraico», che sostiene politiche razziste e anti-arabe. Ha precedenti penali per incitamento al razzismo e sostegno al terrorismo. Nel 2023 è stato nominato ministro di fiducia dal primo ministro Benjamin Netanyahu, che lo ha incaricato della polizia militarizzata di Israele che opera nella Gerusalemme Est occupata e in Cisgiordania.

Secondo quanto riportato da un articolo della BBC nel 2023 Ben Gvir è stato condannato dall’Autorità Palestinese «con la massima fermezza per le dichiarazioni razziste e odiose del ministro fascista israeliano Itamar Ben Gvir, che non fanno altro che confermare il regime di apartheid israeliano basato sulla supremazia ebraica e sul terrore razziale contro il popolo palestinese».

A Hebron vivono centinaia di coloni israeliani che, sulla base della legge marziale imposta da Israele dopo il 1967 e delle risoluzioni internazionali pensate per questa regione, non dovrebbero trovarsi lì. Quelle stesse norme nascono con l’obiettivo di ridurre il conflitto e garantire a israeliani e palestinesi la possibilità di autodeterminarsi.

Questa sovrapposizione tra chi sulla carta dovrebbe garantire la sicurezza e chi esercita la forza è diventata più chiara dopo il 7 ottobre 2023, quando i soldati professionisti sono stati schierati in massa nella striscia di Gaza e i coloni della Cisgiordania hanno indossato la divisa per presidiare la zona occupata.

Una coppia di coloni, lei con la testa avvolta in un fazzoletto rosso e lui, Aaron, in canotta con un fucile appeso al petto, risponde a Cecilia Sala che a Gaza non ci sono innocenti, che Israele si fa troppi scrupoli, che dovrebbe fare come gli americani dopo Pearl Harbor. Intende le bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki. Lo dice senza considerare che una bomba nucleare tattica su Gaza ammazzerebbe anche gli israeliani, in un territorio che Israele e Palestina condividono e che in totale è grande quanto la Toscana.

Per capire perché Hebron sia diventata un laboratorio della radicalizzazione bisogna tornare al 1967. La Cisgiordania è allora sotto la Giordania e la Striscia di Gaza sotto l’Egitto. In sei giorni Israele sconfigge Giordania, Egitto e Siria, conquista le alture del Golan, il Sinai, Gaza e la Cisgiordania. Il mondo resta sorpreso, Israele ancora di più. Il 1967 viene vissuto come l’anno del riscatto, la fine della paura. Ma è anche l’inizio dell’occupazione e dell’espansione degli insediamenti che oggi fanno di Hebron uno dei punti più esplosivi del conflitto.

La fenice, tuttavia, resta sullo sfondo senza offrire consolazioni e continua a ripresentarsi in forme diverse. Come una storia che fatica a interrompersi. ♦︎