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Come la Natura libera dall’isolamento umano.

Nel 1973, Franklin J. Schaffner realizza un’opera di resistenza alla deumanizzazione di massa di coloro i quali venivano riconosciuti da nascenti governi totalitari, come la Germania nazista del 1933, di origine “nemica” per lo Stato.  Prima di essere un film con Steve McQueen e Dustin Hoffman e, più recentemente, un remake diretto da Michael Noer nel 2017, Papillon è il romanzo che narra l’incarcerazione di Henri Charrière, condannato all’ergastolo per un omicidio che non ha commesso, e della sua successiva fuga dalla colonia penale dell’Isola del Diavolo, nella Guyana francese, tra il 1931 e il 1945. 

Si tratta di una dettagliata cronaca scritta e pubblicata da Charrière in Francia nel 1969, Papillon è il titolo omonimo del film che ne è tratto e il nomignolo del protagonista, legato al tatuaggio di una farfalla inciso sul suo petto. Henri viene arrestato il 26 ottobre del 1931; non è un uomo onesto, in effetti è un criminale, ma non è un assassino, almeno così sostiene lui. In aula urla la sua innocenza a gran voce, ma viene condannato a scontare la sua pena, l’ergastolo, nelle famigerate e temibili prigioni della Guyana Francese.

Dopo soli 40 giorni dal suo arrivo nel carcere di Saint Laurent du Maroni, tenta per la prima volta l’evasione. È a 120 km dalla costa, in mezzo all’oceano. La colonia penale è composta in totale da 4 isole: Saint Laurent, San Giuseppe, Isola Reale e Isola del Diavolo, dove nel 1895 fu recluso anche il famoso Alfred Dreyfus. Papillon è il soprannome di Henri Charriére (Steve McQueen), parigino condannato all’ergastolo per omicidio, da scontare ai lavori forzati nella colonia penale caraibica della Guyana Francese. Durante il viaggio conosce il falsario Louis Dega (Dustin Hoffman) e si offre di fargli da guardia del corpo durante la prigionia e in seguito, proprio per difenderlo da una guardia, finisce in isolamento. Dega riesce allora a fare arrivare del cocco di nascosto a Papillon, ma le guardie scoprono i resti della noce e intensificano il regime di restrizione, almeno finché non si fosse deciso a rivelare il nome del benefattore. Papillon non cede al ricatto, riesce a sopravvivere agli strazianti mesi di solitudine e digiuno e a riunirsi con Dega, il cui legame si è fortificato nel tempo per complicità e alleanza.

Il contrasto tra l’insopportabile sofferenza della prigionia e l’irraggiungibile desiderio di libertà scaturisce una necessità di evasione immaginaria nel detenuto in isolamento. Una fuga temporaneamente illusoria che però permette a Papillon di evadere la realtà carceraria, attraverso quella metamorfosi simboleggiata dalla farfalla sul suo petto, emblema di leggerezza e libertà della vita. È proprio l’apparente spensieratezza dei carcerati nella scena in cui vengono incaricati di catturare delle esotiche farfalle blu che rappresenta il leitmotiv con cui Schaffner sfuma la correlazione simbolica tra le farfalle reali e il suo tatuaggio, e con cui Papillon coglie l’occasione per corrompere una guardia, ottenere una barca e realizzare il suo piano di fuga.

Durante l’isolamento, tuttavia, l’unica via di salvezza è il rifugio all’interno della propria mente, dove neanche le forze autoritarie possono raggiungerlo attraverso la coercizione fisica e qualche briciola di pane e acqua. L’evasione dall’Ineluttabile Pesantezza del Vivere avviene attraverso l’amara constatazione che l’unica forma di libertà concessa è l’Insostenibile Leggerezza dell’Essere insita nella farfalla tatuata sul petto. Non solo nella condizione d’oppressione disperata e all pervading che è toccata in sorte agli sventurati nel carcere di Saint Laurent du Maroni, ma di una condizione umana comune anche a noi, pur infinitamente più fortunati.

Il romanzo di Milan Kundera e il film di Schaffner ci ricordano come, nella vita, tutto quello che scegliamo e apprezziamo come leggero non tarda a rivelare il proprio peso insostenibile, nel momento in cui viene a mancare o ci viene sottratto con forza punitiva. Solo la mobilità dell’intelligenza e la fluttuazione dell’immaginazione riescono a concedere salvezza e sfuggire alla condanna, verso in un altro universo, quello dell’evasione.

L’umorismo nero di Schaffner si fa sentire proprio nel lungo periodo di isolamento a cui viene sottoposto Papillon, in particolare c’è una scena con uno scarafaggio nella sua cella, che non può non ricordare l’allegoria con il romanzo di Kafka. Invertendo il rapporto tra l’uomo e lo scarafaggio, non mi sorprenderei se avendone l’occasione Papillon preferirebbe la metamorfosi in un sudicio scarafaggio, piuttosto che essere rinchiuso in cella ed essere trattato in modo disumano da altri esseri umani.

Pensando alla cupa ironia che caratterizzava gli War Poets della Prima guerra mondiale, la celebre poesia di Isaac Rosenberg del 1916 Break of Day in the Trenches offre una descrizione dell’alba nel bel mezzo della trincea, che crea un silenzio inquietante, presto interrotto dall’apparizione di un ratto. Il ratto, dallo sguardo intrinsecamente sardonico (o cinico e beffardo), osserva con indifferenza l’inferno del campo di battaglia e, nel farlo, beffeggia il soldato di trincea e sottolinea la follia dell’umanità.

Il carcere come allegoria del totalitarismo

La vicenda di Henri Charrière riecheggia infatti il celebre caso Dreyfus, altro episodio che si ricollega alla pratica dei colonialismi penali del XIX e XX secolo, ma il riferimento più immediato è alla stagione dei totalitarismi, con i loro campi di prigionia e i loro sistemi concentrazionari.
In questa prospettiva, Papillon si colloca accanto ad altre opere che, attraverso una lente goffmaniana, hanno criticato l’istituzione totale in quanto ibrido sociale che manipola i bisogni umani per mezzo dell’organizzazione burocratica di intere masse di persone.
Il carcere coloniale, e in particolare la famigerata Isola del Diavolo, diventa in questo senso una potente allegoria dei dispositivi di annientamento dei grandi totalitarismi novecenteschi, dove l’individuo è «costretto all’apolidicità» che, come asserisce Hannah Arendt, «è il fenomeno di massa più moderno, e gli apolidi sono il gruppo umano più caratteristico della storia contemporanea».

Il film si inserisce in un più ampio contesto storico e culturale come vademecum per le future pellicole sulla prigionia. Sorveglianza, esercizio, manovre, annotazioni, file e posti, classificazioni, esami, registrazioni. Tutto un sistema per assoggettare i corpi, per dominare le molteplicità umane e manipolare le loro forze, si era sviluppato nel corso dei secoli classici negli ospedali, nell’esercito, nelle scuole, nei collegi, nelle fabbriche: la disciplina.

Il Panopticon è il carcere ideale che riprende questa composizione, progettato nel 1791 da Jeremy Bentham, il padre dell’utilitarismo. Foucault si sofferma su questo progetto in Sorvegliare e punire, come forma ideale di potere disciplinare. Il carcere voluto da Bentham è costituito da una torre centrale, in cui risiede la guardia, circondata da una costruzione circolare, dove sono disposte le celle dei prigionieri, illuminate dall’esterno. Le celle sono disposte a cerchio, con due finestre per ognuna: l’una rivolta verso l’esterno, per prendere luce, l’altra verso l’interno. I carcerati possono così essere osservati 24 ore su 24 senza mai poter scorgere il loro osservatore; sicché, se anche questi non è nella torre di guardia, essi si sentono sotto costante controllo e assumono di conseguenza comportamenti disciplinati. L’ordine e la disciplina sono dunque garantiti dalla particolare disposizione degli spazi, dalla stessa architettura del Panopticon.

La disciplina si assicura così una presa sulla meccanica complessiva del corpo, sulla varietà dei suoi gesti e movimenti. Cambia anche l’oggetto del controllo, che non è più semplicemente la condotta, ma diventa l’economia e l’efficacia dei movimenti, la loro organizzazione interna, la forza dei corpi, il dispiegamento della loro energia. 

Per quanto riguarda la modalità, le discipline contemporanee, dice Foucault, esercitano una coercizione ininterrotta e costante che si esercita attraverso una rigida suddivisione dei tempi, degli spazi, dei movimenti. 

Questa volontà riformatrice nasceva insomma dall’esigenza di un più stretto controllo del corpo sociale: «punire meno per punire meglio». Dunque, non disperdere l’energia dell’azione penale, non eccedere nella forza (prima concentrata violentemente in un unico punto, come sul corpo del suppliziato) per meglio distribuirla. Assistiamo infatti, con questo nuovo sistema, a quella che potremmo chiamare una razionalizzazione della pena. La pena si fa più economica, più efficace, più mirata, più diffusa, esercitando un potere– dice Foucault – insieme totalizzante e individualizzante. Da qui la formula omnes et singulatim: il potere della polizia si rivolge a tutti (omnes) e a ciascuno preso singolarmente (singulatim). È totalizzante, globale, ma nello stesso tempo individualizzante, capace cioè di declinarsi localmente applicandosi a ogni singolo individuo, garantendo un controllo quotidiano, regolare, insieme mirato e diffuso su tutto il territorio.

La potenza del film risiede dunque nella sua capacità di smascherare queste istituzioni, che si rivelano complici del potere repressivo. 

L’episodio del convento e della suora che denuncia il protagonista tratta di una denuncia dell’ipocrisia religiosa e della sua collusione con i meccanismi statali, tema che attraversa l’intera modernità da Voltaire a Marx fino a Sartre, e che trova qui una potente traduzione cinematografica. Così come la descrive Goffman, anche Schaffner considera l’istituzione totale una forma di controllo, per mezzo del quale il significato simbolico degli eventi all’interno dell’istituzione appare come una forma di “colonizzazione penale”, con la duplice funzione di punizione ed esclusione sociale. Le pratiche di isolamento, di tortura psicologica, di spettacolarizzazione della morte, come l’iniziale sequenza della ghigliottina, si configurano come strumenti di un potere sadico, interessato soltanto al mantenimento della disciplina.

Non è casuale che a firmare il film sia lo stesso regista che pochi anni prima aveva diretto Il pianeta delle scimmie (1968). Nei due film, pur così diversi per genere e ambientazione, si riflette sulla resistenza dell’individuo di fronte a un potere e ad un ambiente selettivo che vuole negarne la dignità.

Metanarrazioni a confronto

Tra le narrazioni che hanno come protagonisti personaggi isolati nella natura, Papillon appartiene a un filone particolare che affonda le sue origini nelle tradizioni mitologiche che circondano l’eroe greco antico Filottete. La caratteristica distintiva di questo filone è il danno psicologico derivante dalla mancanza di un interlocutore. Gli elementi chiave della situazione di Filottete sono ripresi e reinterpretati in Cast Away (2000) di Robert Zemeckis.

Anche Steve McQueen in Papillon interpreta un personaggio che, fisicamente e psicologicamente, ricorda molto il mitologico Filottete e la tragedia di Sofocle. Lui e il suo leggendario arco svolgono un ruolo cruciale nella saga troiana. Durante il viaggio dell’esercito greco verso Troia, Filottete aveva inconsapevolmente violato un santuario sacro e come punizione era stato morso alla caviglia da un serpente velenoso.

Così Odisseo, Agamennone e Menelao, decidono di abbandonare Filottete sull’isola di Lemno. Solo in seguito apprenderanno da una profezia che i Greci non possono conquistare Troia senza la potente arma di Filottete, che era stata un dono dell’eroe morente Eracle. All’inizio del Filottete di Sofocle, è passato quasi un decennio da quando i capi greci hanno abbandonato l’arciere sull’isola. E così il delicato compito di recuperare Filottete e il suo arco spetta a Ulisse e Neottolemo, figlio del recentemente ucciso Achille. 

Il loro compito non è affatto semplice, tuttavia, la strategia di Odisseo di usare la retorica piuttosto che la forza per ingannare Filottete, e convincerlo a tornare con lui e Neottolemo a Troia, dà per scontata una questione importante: cosa succede alla mente di una persona, quando viene privata del contatto umano e lasciata in isolamento?  Dalla caratterizzazione dell’eroe in Filottete di Sofocle deriva la più ampia tradizione letteraria e cinematografica di cui fanno parte Cast Away e Papillon.

Il paradiso selvaggio dell’Altrove

La simbologia che attraversa il film conferisce ulteriore profondità a questa lettura. La farfalla tatuata sul petto di Charrière, che gli vale il soprannome di Papillon, si impone come emblema dell’anima libera imprigionata in una crisalide. Parallelamente, l’oceano che circonda la stessa Isola del Diavolo, dove fu incarcerato il capitano Dreyfus nel 1894, si configura come simbolo ambivalente non solo di barriera naturale invalicabile e ostile all’uomo, ma di promessa di libertà catartica, anche a costo di un finale tragico. Dentro questo scenario, la natura assume il ruolo di volontà stessa di ordine che si manifesta in quelle leggi come principio vivo e operante, forza generatrice di tutte le cose. È quella stessa idea di «ritorno alla natura» che, nella concezione moderna di J.J. Rousseau, evoca la necessità di liberarsi da quanto vi è di artificioso e alienante nelle società urbane e industriali per ritrovare un’esistenza regolata dall’istinto, in armonia con una realtà considerata guida affidabile per la salute fisica e mentale.

In questo senso, la natura si presenta sia come spazio fenomenico da contemplare, ciò che gli antichi definivano imitabile proprio perché portatrice di un ordine intrinseco, sia come controcampo simbolico rispetto alla violenza istituzionale che ingabbia i soggetti. Nella metaforica scena del salto dalla scogliera, non sappiamo se Papillon sopravvive alla potenti onde che rischiano di distruggere la sua piccola zattera, ma sappiamo che in quell’istante è libero.

Sul piano formale, Papillon si distingue per un ritmo lento e cadenzato, che restituisce allo spettatore la percezione del tempo carcerario, un tempo di attesa e logoramento, più che di azione. Le scenografie tropicali, sporche e claustrofobiche, ricreano con realismo l’atmosfera oppressiva della colonia penale, mentre la fotografia alterna con forza i contrasti tra luce e buio: il bagliore accecante della giungla e del mare si contrappone all’oscurità dell’isolamento, in un gioco visivo che riflette la dialettica tra libertà e prigionia. 

Accanto alla materialità aspra della colonia penale, emerge un’altra idea di libertà, più interiore, che riecheggia nella scrittura poetica. Fernando Pessoa canta il desiderio di un mondo puro, libero dalle ipocrisie e dalle violenze del reale, un eden raggiungibile solo attraverso la forza interiore e l’immaginazione: la sua opera Altrove descrive un luogo metafisico dove l’uomo ritrova se stesso e la sua dignità. 

In Papillon (1973) la stessa tensione verso la libertà assume una forma concreta e drammatica. Henri Charrière lotta instancabilmente contro le catene della prigione e di un sistema disumanizzante, così Papillon non attende salvezze esterne, la sua fuga è un atto radicale di autodeterminazione. In entrambi i casi, l’“altrove” è il segno di una resistenza esistenziale. ♦︎


Fonti:

  • Lezioni Americane, Italo Calvino (pagina 11)
  • Nudità e spersonalizzazione: l’interpretazione di Hannah Arendt sull’apolide, Fiammetta Marsiol Lombardo (pagina 365, riferimento)
  • Surveiller et punir. Naissance de la prison, Michel Foucault