La World Cup 2026 affidata agli Stati Uniti è la cronaca di un disastro annunciato.
Sfogliando i vari articoli e post di questi primi giorni di Mondiale – Canada-Messico-USA 2026 – si ha l’impressione che il calcio, quello che si gioca in campo, sia solamente un dettaglio marginale. Si parla sempre meno di gol straordinari e di sistemi di gioco, mentre trovano sempre più spazio le cronache su problemi di sicurezza, visti e stadi semi-vuoti (nonostante la FIFA abbia riportato cifre di affluenza da record).
Il torneo non si gioca sul campo ma sui social, dove circolano le immagini di controlli e perquisizioni umilianti ai calciatori arrivati negli States, dei palleggi del Senegal con rimbalzi irregolari sulle superfici ibride e dei protagonisti – giocatori, arbitri e tifosi – impossibilitati a raggiungere l’evento per problemi burocratici e di travel ban. Fanno eco le dichiarazioni di Rabiot in merito al terreno di gioco, secondo il quale «non si può neppure chiamare campo», si vedono foto di stadi deserti – conseguenza dei 200 mila tagliandi dei gironi invenduti a ridosso dell’evento – mentre il presidente della FIFA Gianni Infantino sbeffeggia l’Italia alimentando, per quanto possibile, la polemica generale.
I dati Cirium evidenziano che l’entusiasmo sbandierato dalla FIFA non trova riscontro nel turismo reale: i voli dall’Europa verso le città ospitanti tra giugno e luglio sono in calo del 3,8% – con un picco del -15,8% verso New York per la finale del 19 luglio – su un trend peraltro già al ribasso dall’anno scorso. I numeri di affluenza potrebbero trovare riscontro in un’enorme quantità di biglietti bloccati dai partner commerciali: un biglietto contabilizzato come venduto non sempre coincide con una persona seduta al suo posto.
C’è chi parla di shock culturale, chi punta il dito contro le istituzioni, chi accusa Trump e gli stati ospitanti. Ma la verità è più scomoda: la World Cup 2026 affidata, di fatto, agli Stati Uniti – che ospitano ben 78 partite su 104 – è la cronaca di un disastro annunciato.

Un primo fallimento: Copa América – USA 2024
Era già tutto previsto fin da quando, due anni fa, gli USA organizzano la Copa América, evento che avrebbe dovuto mostrare le potenzialità degli Stati Uniti nell’ospitare grandi eventi calcistici internazionali in vista del nuovo Mondiale per Club del 2025 e, chiaramente, del Mondiale del 2026. Al contrario, l’edizione americana ha lasciato dietro di sé una lunga scia di polemiche sulla gestione della sicurezza, dei biglietti di ingresso e sulla qualità dei terreni di gioco.
Il match tra Colombia e Uruguay era stato macchiato da forti tensioni nel finale, con scontri che hanno coinvolto addirittura alcuni giocatori, intervenuti per difendere i propri familiari. L’episodio simbolo, però, si è verificato il 14 luglio 2024, in occasione della finale Argentina-Colombia. A Miami, prima del calcio d’inizio, migliaia di aficionados colombiani privi di biglietto hanno raggiunto i varchi d’accesso, mentre famiglie e tifosi in possesso di regolari tagliandi sono rimaste bloccate per ore. L’inizio della partita è stato rinviato di un’ora e venti e la vicenda ha sollevato numerosi interrogativi sulla capacità degli organizzatori di gestire eventi con tifoserie numerose, folkloristiche e appassionate, tipiche del calcio.
L’evento, organizzato dalla CONMEBOL, introduce per la prima volta un forte utilizzo di piattaforme di biglietteria basate su logiche di dynamic pricing con un aumento dei prezzi del 61% rispetto all’edizione del 2016. Per un biglietto della finale il costo dei biglietti partiva da un minimo di 2.000€ (in curva) fino a superare i 5.000€ per la tribuna centrale. La soluzione più esclusiva e costosa in assoluto, la sideline suite, sfiorava i 100.000€ a persona!
Nonostante i rincari, i dati ufficiali di questo primo test evidenziano un’ottima risposta del pubblico, con un riempimento medio degli stadi pari al 78%. Un primo segnale d’allarme, tuttavia, era già arrivato da partite come Ecuador-Venezuela, disputata a Santa Clara in uno stadio da 70.000 posti e seguita da meno di 30.000 spettatori. I prezzi elevati dei biglietti, sommati ai costi del parcheggio e dei trasporti hanno spinto molti tifosi latinoamericani e parte del pubblico locale a rinunciare ai match di minor richiamo.
Un’altra polemica ricorrente durante il torneo ha riguardato i terreni di gioco, aspramente criticati sia da Scaloni, CT dell’Argentina, che dal loco Bielsa. L’allenatore de los celestes uruguagi, in un’iconica intervista, li ha addirittura definiti impresentabili. Diversi stadi utilizzati per la competizione, destinati alla NFL, erano in superficie sintetica. Per ospitare la Copa América sono stati installati alcuni manti erbosi naturali temporanei, ma il risultato – già allora – non aveva convinto molti dei protagonisti.

Un nuovo test: Coppa del Mondo per Club – USA 2025
Se la Copa América aveva destato alcune perplessità, il Mondiale per Club ha tolto ogni dubbio: non tutte le criticità emerse dodici mesi prima, infatti, erano state affrontate e risolte.
Il problema più evidente, questa volta, riguardava gli spalti: nonostante la presenza delle squadre più prestigiose al mondo e una massiccia campagna promozionale internazionale, numerose partite si disputavano davanti a tribune vuote per metà. I dati raccolti da Transfermarkt, questa volta, sono negativi; il torneo registra una vendita media del 53% della capienza disponibile, un risultato ben lontano dalle aspettative. In diversi stadi da oltre 60.000 spettatori ampie porzioni degli spalti rimangono deserte, rendendo lo spettacolo tutt’altro che irresistibile.
Ancora una volta al centro delle critiche finisce la politica dei prezzi. La FIFA insiste sul dynamic pricing, che si rivela inefficace nel riempire gli stadi durante le gare meno attrattive per il pubblico locale. Il risultato è un paradosso evidente: un torneo che sulla carta doveva riunire l’élite del calcio faticava a generare l’atmosfera tipica delle grandi competizioni internazionali.
Parallelamente, il torneo è stato accompagnato da numerose accuse legate alle politiche migratorie statunitensi. In una lettera ufficiale inviata da Human Rights Watch alla FIFA il 1° luglio 2025 – sì, quasi un anno fa! – l’organizzazione per i diritti umani esprimeva preoccupazione per l’impatto di controlli alla frontiera sempre più severi, possibili ritardi nel rilascio dei visti e timori legati alle attività delle autorità per l’immigrazione. Secondo i firmatari, tali fattori rischiavano di limitare la partecipazione di tifosi provenienti dall’estero e di compromettere il carattere inclusivo e globale che il Mondiale per Club avrebbe dovuto garantire. A un anno dall’inizio della Coppa del Mondo, insomma, gli Stati Uniti si erano nuovamente presentati impreparati al secondo appello.
Il mondo dello sport – soprattutto quello del calcio – cambia così velocemente da dimenticare ciò che accade nel giro di poche settimane.
Le polemiche si attenuano e vengono assorbite dal ciclo continuo degli eventi e ciò che sembrava centrale finisce presto nel dimenticatoio. È proprio in queste dinamiche che si inserisce la lettura, frettolosa, del Mondiale e di tutti i problemi che lo stanno caratterizzando.
La gravità di quest’edizione non risiede in errori e intoppi momentanei, ma nell’ostinazione del voler piegare il calcio alle logiche dell’intrattenimento sportivo statunitense. Negli USA lo sport è vissuto come un evento cinematografico: consumi rapidi, show intervallati, ordine assoluto e pubblico inteso strettamente come cliente. Il calcio internazionale, invece, vive di folklore, di aggregazione spontanea e di una passionalità debordante che colora le città e gli spalti. È un fenomeno sociale, prima di essere un business.
Se la Copa América del 2024 era stata il trailer perfetto di questo scontro culturale, il Mondiale per Club 2025 ne ha rappresentato la conferma operativa e il Campionato del mondo 2026 ne è l’epilogo finale: gli scivoloni macroscopici di oggi sono la replica degli errori di ieri.
Per entrare in un mercato occorre prima comprenderne i codici culturali. Non può funzionare se i biglietti vengono venduti come quelli di un concerto pop o di un evento di NFL. Non può funzionare senza lo spettacolo dei numerosi gruppi di tifosi che hanno dovuto rinunciare alla manifestazione. Non si può giocare su campi adattati, con superfici che si asciugano troppo velocemente e con le fibre dell’erba troppo corte.
Non è sfortuna, ma la pretesa di ospitare il gioco più popolare del pianeta senza possederne (o senza volerne davvero comprendere) l’anima.
Illustrazioni di Elisa Porta





