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La vita è una messa in scena (con amore per i film). Terzo episodio

Sono cresciuto al cinema. In un cinema all’aperto a due passi dal mare, oggi parcheggio delle auto di lusso di un imprenditore e palestra per il nipote. L’insegna del cinema, per fortuna, è una delle poche cose che è rimasta. Un font bruttissimo, una scritta blu, il nome leggendario «Arena Paradiso». Forse sono cresciuto al cinema perché la vita ho sempre preferito guardarla piuttosto che viverla. Perché là c’erano i baci che non riuscivo a dare, gli amici che avevo difficoltà ad avere, le paure che non sapevo affrontare. C’erano soprattutto tanti sogni. Vite che non erano la mia. E nonostante questa diversità, riuscivo a immedesimarmi in loro. Capitava anche, qualche volta, che nelle loro storie riconoscessi qualcosa delle mie esperienze, nei casi più fortunati trovavo risposte a domande che continuavano a pormi. Poi, un giorno, mi imbatto in un film in particolare, Nuovo Cinema Paradiso, e il titolo mi lascia perplesso. È più o meno simile al nome del mio cinema e scopro leggendo la trama che il film racconta proprio di un cinema. Ero ancora piccolo e facile alle illusioni. Non c’era nessuna logica nel mio pensiero, ma per un bel po’ di tempo mi sono convinto che Nuovo Cinema Paradiso e Arena Paradiso fossero la stessa cosa; che Tornatore stesse parlando proprio di quel rettangolo di spazio, anche se il mare della Sicilia non è quello della Toscana, anche se non c’era nessun Alfredo nella mia vita. Crescendo, riguardandolo, con la giusta pazienza, ho scoperto che non mi ero troppo sbagliato.

La poetica della provincia ovvero di chi si fa fottere dalla nostalgia

Fall back into place

Beach House, Space Song

Esistono relazioni tra persone che diventano anche relazioni con i luoghi. Esistono relazioni con i luoghi che innescano relazioni con le persone. Accade a Salvatore, il protagonista del film, attratto dalla magia dello schermo, ma anche desideroso di conoscerne la fonte. Il bambino stringe così un legame determinante per la propria vita con Alfredo, un analfabeta e scontroso proiezionista, uno Zorba sui generis interpretato magistralmente da Philippe Noiret. Un uomo del fare, che conosce tanto bene la vita da sembrare di averle rubato tutti i segreti. E Alfredo sa che per Salvatore il pericolo è dietro l’angolo. 

Il pericolo è il luogo dove la loro relazione cresce, dove il bambino stesso sta crescendo. Un piccolo paese della Sicilia, povero, depresso, che sembra trovare gioia solo grazie ai film che vengono proiettati sul grande schermo. 

E, infatti, più Salvatore cresce più si lega al Nuovo Cinema Paradiso, più si lega a quel piccolo e dimenticato paese della Sicilia, più diventa difficile staccarsene. Si innamora di Elena. Poi succede un dramma, un incidente che scatena la cecità di Alfredo. Chi lo sostituirà nel ruolo di proiezionista? Proprio Salvatore, diventato ‘uomo’ del fare (non ha ancora nemmeno diciotto anni) di un piccolo paese che si rallegra grazie alla sua azione dietro le quinte del cinema.

Guardato dal punto di vista di Alfredo, il momento del passaggio del testimone sta per rivelare la sua sconfitta. Perché Alfredo sa che c’è molto di più nel mondo per quel ragazzo di quanto possa trovare in un paese, in una piccola provincia. Nonostante la poesia dei riti quotidiani del luogo, nonostante le relazioni strette lì, Alfredo sa che il ragazzo non deve perdere la curiosità per ciò che accade oltre. Proprio come quando era bambino e desiderava conoscere ciò che accadeva oltre lo schermo e innescava la magia. Non deve cedere la curiosità per la nostalgia. 

C’è una scena chiave per capire il controverso rapporto tra il luogo e il protagonista. Salvatore si è dovuto assentare dal paese per un anno a causa del servizio militare a Roma, ma appena torna, chiede di Elena, cerca sue notizie, anche se lei non si è fatta più sentire. L’amore che il ragazzo prova per lei è metafora della prigione che la nostalgia rischia di diventare, se non si lascia andare le cose nel modo giusto, se non le si perdona, se non si guarda anche oltre. Ed è proprio allora che Alfredo interviene: «Non tornare più, non ci pensare mai a noi, non ti voltare, non scrivere. Non ti fare fottere dalla nostalgia, dimenticaci tutti. Se non resisti e torni indietro, non venirmi a trovare, non ti faccio entrare a casa mia. O’ capisti? Qualunque cosa farai, amala, come amavi la cabina del paradiso quando eri picciriddu».

Ora tu sei più cieco di me

Mentre guardava passare un aeroplano
Gli era venuta un’idea, come un sospetto
Che il mondo potesse cambiare
Fermarsi in una mano

Lucio Dalla, L’altra parte del mondo

Andarsene. Per cominciare a vedere. Perché l’amore rischia sempre la cecità. Perché un vecchio proiezionista, anche se ha perso la vista, può vedere cose, come un antico profeta greco, verità che vanno al di là di ciò che in quel momento crediamo essere il nostro bene. «Ognuno di noi ha una stella da seguire. Vattene. Fin quando ci sei tutti i giorni, ti senti al centro del mondo, ti sembra che non cambia mai niente. Poi parti, un anno, due. E quando torni è cambiato tutto. Si rompe il filo. Non trovi chi volevi trovare. Le tue cose non ci sono più. Bisogna andare via per molto tempo. Per moltissimi anni. Per ritrovare al ritorno la tua gente. La terra unni si nato. Ma ora no, non è possibile. Ora tu sei più cieco di me». 

Alfredo parla a Salvatore, davanti al mare. È profetico. Un piccolo paese, in una piccola provincia, può rivelarsi comodo e peggio può farci sentire al centro del mondo. A volte ci amalgamiamo talmente tanto con esso che non siamo più capaci di riconoscerne i cambiamenti interni. Siamo ciechi perché la nostalgia ci blocca lo sguardo come una fitta nebbia. Ci fermiamo a quell’amore. A quell’angolo di terra. E perdiamo tutto il resto.

Penso alla poesia di Kavafis intitolata Itaca, all’esigenza di abbandonare la patria per poi fare ritorno dopo lungo tempo: «Devi augurarti che la strada sia lunga./ Che i mattini d’estate siano tanti» e poi ancora: «Soprattutto, non affrettare il viaggio/ fa che duri a lungo, per anni». Perché bisogna indugiare, bisogna perdersi, scoprire mercati e spezie esotiche, conoscere vite che non sono la nostra. Bisogna imparare tante cose. Per farlo è importante mantenere viva la curiosità. E la curiosità si allena prendendo consapevolezza che non siamo il centro del mondo. Che il mondo è al centro e noi siamo per la maggior parte del tempo spettatori, osservatori della sua magia. Quello che Alfredo teme per Salvatore è che rinunci al viaggio. Alla possibilità di trovarsi altrove, di riconoscersi in molte altre esperienze,  anche di avere un futuro migliore di quello che gli garantirebbe il lavoro di proiezionista. Salvatore deve sognare oltre lo spazio della provincia, senza farsi fottere dalla nostalgia. Se vuole smetterla di essere preda della cecità, è necessario che se ne vada. Il suo paese non può offrire niente di questo. La magia che trovava nel cinema, che lo ha rapito quando era un picciriddu, deve trasformarsi, diventare la capacità di riconoscere, o forse meglio ritrovare, la stessa magia nel mondo durante il viaggio. Salvatore non può fermarsi al grande schermo del Nuovo Cinema Paradiso.

Punto di morte

Show me the place
I’ve forgotten, I don’t know

Leonard Cohen, Show me the place

Così, dopo molti anni, Salvatore torna nel paese natale. È diventato un regista. Ha compiuto il proprio viaggio, ma al suo ritorno scopre che il Nuovo Cinema Paradiso è stato chiuso e non riaprirà mai più. Kavafis gli direbbe: «E se la trovi povera, non per questo Itaca ti avrà deluso». In effetti, nella scena finale Salvatore si gode quel che resta del suo cinema, con un’ultima proiezione che guarda da solo in sala. Sono i baci che la censura aveva tagliato dalle scene originali e che Alfredo ha ricucito tutte insieme. Una strana forma di testamento. È davvero un Itaca povera quella che ritrova nel tempo della maturità. Era povera anche quando Salvatore era picciriddu, ma almeno c’era un cinema. Adesso? Tutti quei nuovi Salvatori che sono da poco nati e che devono ancora nascere come faranno?

È la stessa domanda che mi pongo quando mi trovo a camminare davanti ai resti della mia Arena Paradiso. Penso alla gioia che provavo quando i miei genitori mi portavano là davanti nelle sere d’estate, o nel giorno della settimana in cui veniva cambiato il cartellone e veniva rivelata la nuova programmazione. 

Penso che sia una gioia andata un po’ perduta.

Secondo i dati ISTAT del 2024, sono comunque cresciute presenze e incassi al cinema. Certo, si parla di un aumento della partecipazione, ma se guardati da un’altra angolazione mostrano come circa sette italiani su dieci non siano andati in sala nemmeno una volta durante l’anno e che siamo ancora lontani dai numeri pre-pandemia; che la fruizione è fortemente polarizzata, dove le grandi città attraggono l’offerta, la provincia soffre di una desertificazione dei luoghi di spettacolo. Registrano anche come si sia persa la fedeltà degli spettatori al cinema. Sta cambiando il nostro modo di relazionarci ai film. Ci sono sempre meno frequentatori abituali e sempre più occasionali, attratti dal titolo in tendenza come Barbie o l’ultimo su un qualche supereroe. E poi c’è un dato terrificante di uno studio dell’Ansa, uno studio più recente, che parla di una drastica riduzione delle sale. Siamo passati da 2700 sale cinematografiche a 1000.

Le più colpite sono ovviamente le piccole, quelle di nicchia, i cinema di quartiere. Sono realtà che stanno scomparendo in favore delle multisale. I dati del Ministero mostrano come, negli ultimi 10 anni, le sale a gestione singola (non multiplex) siano calate drasticamente. A Roma e Milano ce ne sono che resistono grazie a sovvenzioni, ma in provincia la chiusura di una sala storica spesso coincide con la scomparsa totale dell’offerta cinematografica in un raggio di 50 km.

Ed è un serpente che si morde la coda. Calano i cinema, cala l’offerta. Si perde in diversità e si gioca sulla tendenza. Il piccolo cinema di nicchia garantiva la visione di quei dieci, quindici titoli l’anno che una multisala non prevede. Il piccolo cinema aveva dentro di sé soprattutto la poesia. Non era e non è per quelli che sono rimasti (lunga vita!), un luogo fatto solo per il consumo. Può diventare un polo culturale, può creare aggregazione e partecipazione: relazioni. Dietro una multisala molto spesso c’è un imprenditore che diversifica i suoi investimenti, dietro un piccolo cinema c’è sempre qualcuno che svolge quel lavoro perché vive di quello. Della magia di una sala che si spegne e di uno schermo che comincia a brillare.

Un piccolo cinema è la crepa sul muro, la sua particolare insegna, quella locandina introvabile trattata come una reliquia, è la stessa faccia che ti strappa il biglietto e che accende il proiettore.

Tutto questo sta morendo, e nemmeno troppo lentamente.

Titoli di coda

She looks like the real thing
She tastes like the real thing
My fake plastic love

Radiohead, Fake Plastic Trees

Il cinema sta morendo perché sta morendo in noi il desiderio. E non è solo un problema di chi si fa fottere dalla nostalgia. Dobbiamo allargarlo a tutti. Il desiderio sta morendo perché trattiamo le cose della vita solo con consumismo. Nell’ultimo libro edito da Einaudi di Byung Chul Han, La crisi della narrazione. Informazione, politica e vita quotidiana, il filosofo sottolinea come questo vuoto di mura riflette un vuoto più profondo, che non riguarda solo i bilanci, ma la nostra capacità di raccontarci: «Ci troviamo a comprare, vendere, consumare racconti ed emozioni. Le storie vendono. Raccontare storie coincide con il vendere storie. E si perdono due coordinate: il tempo e la comunità narrativa». Siamo entrati in un circolo vizioso che ci ha indolenzito e non sembriamo più capaci di svegliarsi. Non siamo più capaci di trattare un film come un’esperienza culturale, ma per il consumo che ne facciamo. Se il film c’è piaciuto, non abbiamo perso due ore invano sulla poltroncina. Magari ci permette di esprimere per cinque minuti la nostra opinione al bar. Poi il circolo riparte. Che cosa ci ha lasciato davvero la proiezione? Quanto tempo spendiamo a soffermarci sulle immagini che abbiamo visto, sulla visione che qualcun’altro ha provato a proporci? 

Se un film viene vissuto in questo modo, capite bene che non c’è più nessuna differenza tra guardarlo seduti sul divano piuttosto che sulla poltroncina. Ecco che, numeri alla mano, i film sopravviveranno ancora un po’, sulle scialuppe di salvataggio lanciate dalle piattaforme streaming. Saremo servi di un algoritmo che pensa prima di noi ai prodotti che gradiremmo consumare. Non ci troveremo in una comunità narrativa, ma in un immenso centro commerciale.

Di conseguenza, stiamo perdendo quasi del tutto l’esperienza del cinema. Non cogliamo più la differenza tra l’effetto della sala del cinema e quello della sala di casa nostra. Come se guardare un quadro sul telefonino, ci restituisse la stessa esperienza di avere quel quadro davanti ai nostri occhi. Ma poi siamo quelli che davanti al quadro passano un quarto d’ora con il cellulare a scattare la foto giusta per la storia di instagram o che i concerti li guardano filtrati dallo schermo perché vuoi perderti l’occasione di registrare quel momento su una memoria esterna, un filmato che, con grande probabilità, non riguarderai mai?

Allora essere cresciuti com’è cresciuto Salvatore può essere davvero una grande fortuna. Perché la sua Itaca gli ha donato il viaggio. Senza di lei mai si sarebbe messo in cammino. Da picciriddu ha trovato riparo dai dolori della vita in una piccola sala che gli restituiva quella vita come un sogno. Poi è partito, aveva appreso cose che doveva sperimentare altrove. Un sogno da fare a occhi aperti come quelli che faceva in sala. 

Perché non andiamo al cinema solo per un upgrade. Non andiamo al cinema solo per conoscere noi stessi, ma anche per capire come essere noi stessi.

E ora mi tocca chiamare in causa Buster Keaton.

Dopo i titoli di coda

I, I will be king
And you, you will be queen
Though nothing will drive them away
We can beat them, just for one day
We can be heroes, just for one day

David Bowie, Heroes 

Nel film Sherlock Jr. Buster Keaton interpreta anche lui il ruolo di proiezionista. Un proiezionista che sogna di entrare letteralmente all’interno dei film per avere una seconda fortuna, visto che la vita reale ha preso una piega tremenda.

Nella scena che vi propongo, Buster Keaton è appena tornato nella realtà, sono successe delle cose belle, e la ragazza, che prima lo rifiutava, adesso sta correndo da lui in sala. Lui è ancora un po’ frastornato e poi accade la magia. Realtà e sogno sembrano diventati uno lo specchio dell’altro. 

O quasi:

Mi sembra una giusta conclusione all’articolo: anche Nuovo Cinema Paradiso finisce con dei baci. E penso che non sia un caso. Sempre di desiderio stiamo parlando.

Per capire come essere voi stessi, qualunque sia il voi stessi che desiderate essere, il mio consiglio rimane lo stesso: correte in sala!

Viva il cinema! ♦︎


La vita è una messa in scena (con amore per i film) è una rubrica che racconta le relazioni odierne attraverso film iconici. Le illustrazioni sono di Gianni Pucci.