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La nostalgia degli anni Ottanta attraversa l’universo di Stranger Things

Perché oggi, nell’era dello streaming e degli algoritmi, sentiamo così forte il richiamo dell’analogico? Perché una serie come Stranger Things riesce a farci desiderare oggetti, suoni e rituali di un tempo che molti di noi non hanno nemmeno vissuto?

Per rispondere, dobbiamo tornare indietro.

Prima del 3 gennaio 1954, data d’inizio del regolare servizio della radiotelevisione italiana, il signor Mario Rossi si informava attraverso la radio e i quotidiani. L’informazione aveva tempi precisi, ritmi condivisi, una dimensione collettiva. Si ascoltava insieme, si commentava insieme.

Negli anni Sessanta, con industrializzazione, alfabetizzazione e urbanizzazione, l’Italia entra pienamente nella società dei consumi. La televisione diventa un centro simbolico domestico. Nell’immaginario nazionale, uno dei contenitori più iconici è Carosello, trasmesso sul Programma Nazionale (oggi Rai 1) dal 1957 al 1977. Non era solo pubblicità: era narrazione, intrattenimento, ritualità serale.

La struttura era precisa: quattro cortometraggi di un minuto e 45 secondi. Solo negli ultimi secondi compariva il prodotto. La pubblicità si legittimava culturalmente attraverso la storia.

Nel 1974 la televisione è ormai presenza stabile nelle case. Con l’ingresso dei soggetti privati tra il 1975 e il 1979, il monopolio si incrina. Dal 1980 al 1995, il cosiddetto “Mediaevo”, si consolida un sistema pubblico-privato. La legge Mammì del 1990 formalizza il duopolio Rai–Fininvest.

La televisione diventa uno spazio di sperimentazione e competizione. Il pubblico prende parola. Il telecomando introduce la scelta. L’audience non è più solo destinataria, ma parametro decisivo.

Il signor Rossi ora può scegliere: TG5, TG4, Italia 1. L’offerta si moltiplica. Negli Stati Uniti esistono già le all news dal 1980; in Italia arriveranno nel 1999 con Rai News 24, seguita poi dai canali Mediaset e Sky.

La “televisione senza televisione”

Con Internet cambia tutto. La nipote del signor Rossi non aspetta il TG delle 20: apre lo smartphone e scorre notifiche. Le news arrivano dai social. I contenuti mantengono linguaggi televisivi, ma si sganciano dal palinsesto. È quella che possiamo definire “televisione senza televisione”.

Il pubblico interagisce sempre meno con il broadcast tradizionale e sempre più con media personalizzati, flessibili nello spazio e nel tempo. Le routine produttive si adattano a un flusso continuo e accelerato. I criteri di notiziabilità cambiano. Già negli anni Ottanta, Umberto Eco parlava di passaggio dalla Paleotelevisione alla Neotelevisione. La prima educava il pubblico; la seconda, con l’avvento delle TV private, rispondeva ai gusti del mercato.

Oggi l’offerta è così ampia da generare un paradosso: più scelta, meno visione condivisa. Fanno eccezione solo i grandi eventi collettivi: Sanremo, le finali dei Mondiali, l’elezione di un Papa.
L’abbondanza produce sovraccarico informativo, tecnostress, news fatigue. Nasce un bisogno di sintesi. Programmi come Blob o rubriche come “I nuovi mostri” di Striscia la Notizia condensano in pochi minuti il “meglio e il peggio” del flusso quotidiano.

Una volta registrare un programma richiedeva macchine enormi, come gli Ampex, e un montaggio fisico del nastro magnetico. Oggi tutto è digitale: registrazione, ricerca, montaggio. I costi si abbassano, i confini tra generi si assottigliano. La televisione italiana è sempre stata attraversata da due filosofie opposte.

Da un lato, la tradizione neorealista incarnata da Rai 3 sotto Angelo Guglielmi: una TV volutamente “sciatta”, centrata sulla realtà e sull’imprevedibilità della diretta. Dall’altro, la visione patinata e “hollywoodiana” di Silvio Berlusconi: studi curatissimi, luci perfette, glamour.

Oggi il medium è ibrido e in trasformazione. I dati Istat e Auditel mostrano una frattura generazionale: oltre la metà del pubblico generalista ha più di 55 anni; i giovani tra i 25 e i 34 rappresentano una quota minima.
Parallelamente, il linguista Tullio De Mauro evidenziava un problema strutturale: solo una minoranza della popolazione possiede competenze avanzate di comprensione testuale. Questo spinge la TV generalista verso contenuti semplici e ripetitivi, confinati nel territorio del “già noto”.

Oggi la maggior parte del tempo trascorso su Instagram o Facebook non riguarda più i contenuti degli “amici”, ma video suggeriti da algoritmi. L’esperienza è sempre più simile a un flusso televisivo personalizzato.
Lo smartphone diventa una forma di rimediazione della televisione: ogni nuovo medium incorpora e riorganizza i linguaggi precedenti dentro un ecosistema digitale. La TV non scompare. Si diffonde. Dentro questo ecosistema, la nostalgia diventa potente. È un’esperienza mediata da immagini, suoni, oggetti. Stranger Things riattiva l’immaginario degli anni Ottanta statunitensi: estetica analogica, sonorità synthwave, biciclette, cabinati arcade, Walkman, lunchbox, display CRT. Non è solo ambientazione: è costruzione emotiva.

Dalla Playlist all’Intelligenza artificiale

Tra tutti gli oggetti, la musicassetta occupa un posto privilegiato. Introdotta nel 1963 da Philips, conosce negli anni Ottanta la sua piena affermazione domestica e portatile. Registrare una cassetta richiedeva tempo. Selezione. Attesa. Accettazione dell’errore. La divisione tra lato A e lato B imponeva una struttura narrativa. Regalare una mixtape significava costruire una relazione materiale e simbolica.

Possiamo leggere la mixtape come un habitus: un insieme di pratiche e schemi che orientano le scelte e producono significato. Negli Stati Uniti entra nel mito del coming of age; in Italia resta più intima, legata alla camera da letto o all’autoradio.
Oggi le playlist digitali svolgono una funzione simile, ma senza materialità. E qui emerge il paradosso: più il mondo diventa digitale, più l’analogico appare autentico.

L’intelligenza artificiale rappresenta il passaggio più radicale. Esistono già sistemi come Q-Pilot, capaci di gestire in autonomia regia, luci e stacchi durante grandi eventi. La perfezione tecnica è impressionante. Ma è anche fredda.

Se l’automazione garantisce efficienza, può sostituire sensibilità, errore, intuizione?
La televisione del terzo millennio è un medium ibrido. Non sta morendo: si sta frammentando, diffondendo, trasformando. I confini tra produzione e consumo si assottigliano. E forse è proprio per questo che gli anni dell’analogico ci mancano. Non per la qualità tecnica, ma per la ritualità, l’attesa, la condivisione.

In un presente dominato dall’algoritmo, desideriamo ancora qualcosa che non sia perfetto. Qualcosa che lasci tracce.♦︎


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