La natura si fa oracolo o rispecchia le nostre attese?
Ogni anno, nella notte di San Lorenzo, alziamo lo sguardo al cielo in cerca di una scia luminosa, un gesto antico, raccontato e vissuto da secoli.
Era il 10 agosto del 258 d.C. Secondo la tradizione cristiana, San Lorenzo venne martirizzato per ordine dell’imperatore Valeriano; e la leggenda volle che il cielo, quella notte, piangesse il suo santo con lacrime infuocate – le Perseidi – che solcano ancora oggi il buio estivo come una mistica sospensione tra fede e desiderio.
Molti secoli dopo, un altro 10 agosto avrebbe segnato un dolore diverso. Nel 1867, Ruggero Pascoli venne assassinato, e il poeta Giovanni, suo figlio, trasformò quella perdita in versi che quasi tutti abbiamo incontrato sui banchi di scuola.
In entrambe le storie, il cielo diventa un interlocutore: muto, lontano, inevitabile.
Questa inclinazione a consultare la natura per orientarsi non è un adattamento moderno, ma una costante antropologica. Gli àuguri romani, descritti da Cicerone nel De divinatione, osservavano il volo degli uccelli per interpretare la volontà divina. Per i popoli etruschi era centrale l’aruspicina, la lettura delle viscere degli animali (in particolare il fegato).
Accanto a queste pratiche più note, la natura offriva altri linguaggi. L’idromanzia, descritta da Pausania nella Periegesi della Grecia (PAUS. VII 11, 21; SCHICK, 1996), prevedeva l’interpretazione dei cerchi formati nell’acqua dopo l’immersione di oggetti sacri, solitamente specchi nelle fontane. La piromanzia, testimoniata da Erodoto ( Storie, I, 90), ricavava presagi dall’aspetto delle fiamme o dal crepitio del fuoco sacro. La geomanzia, largamente diffusa nel Medioevo e nelle culture arabe, si basava sui segni lasciati sulla terra o sulla sabbia, considerati manifestazioni visibili dell’ordine cosmico. Persino i sogni, nell’oniromanzia, erano letti come una forma naturale di divinazione, fino ad arrivare a forme più recenti di analisi dell’onirico con il contributo novecentesco di Carl Gustav Jung, in cui l’esperienza personale di un individuo e del suo inconscio sovverte il sovrannaturale e l’intangibile.
Che si scrutasse il cielo, l’acqua, il fuoco, la terra o il sonno, il fine era sempre lo stesso: cercare una traiettoria, un presagio che anticipasse ciò che ancora non esisteva. Il desiderio umano si è sempre appoggiato alla natura per tentare di decifrare l’incertezza.
E poi, sui macro-temi, come spesso accade, si viene aiutati dall’etimologia: desiderio, de-sidus, “dalle stelle”. Secondo il Vocabolario Etimologico di Francesco Bonomi (2004–2008), le interpretazioni oscillano tra “fissare intensamente le stelle” e “distogliere lo sguardo da esse”, con il prefisso de- inteso come allontanamento. Che si tratti di cercare segni nel cielo o di smettere di farlo, l’orizzonte resta cosmico. Umberto Galimberti, in Le cose dell’amore (Feltrinelli, 2004), ricorda che il desiderio è “un movimento verso un punto di perdita”: non nasce da ciò che possediamo, ma da ciò che ci sfugge.
Se chiedessimo a un gruppo di persone cosa associano al desiderio, otterremmo immagini molto diverse: un amore, un cambiamento, un altrove. Eppure, sotto ogni immagine, affiora lo stesso vuoto da colmare. È questa tensione a tenerci in cammino: senza mancanza, non vi sarebbe movimento. Forse è per questo che continuiamo a chiedere alle stelle, all’acqua o al fuoco un segnale che non sappiamo procurarci da soli.
Alcuni linguisti ipotizzano che “desiderare” significhi anche “scongiurare l’influsso di un astro avverso”: non più delegare il futuro a un elemento esterno, ma riappropriarsene. È un rovesciamento radicale, che riporta il futuro al suo baricentro umano.
E, tuttavia, anche quando ci diciamo razionali, continuiamo istintivamente a sollevare gli occhi all’orizzonte. Forse non perché crediamo davvero che una stella possa cambiare la nostra vita, ma perché quel gesto ci ricorda che nulla è immobile. “Aspice sidera: nullum eorum perstat”, scrive Seneca nel Ad Helviam matrem: “Guarda le stelle, nessuna resta ferma”. Nemmeno i nostri desideri lo fanno.
Nemmeno la nostra necessità di avere risposte da parti del mondo che pensiamo di poter controllare e che, eppure, non comandiamo.
Forse aveva ragione George Carlin quando diceva che il pianeta non deve essere salvato dall’uomo, ma viceversa.
Perché di una cosa siamo certi: abbiamo più bisogno noi della natura di quanto essa non ne abbia di noi.
Anche solo per sapere se vinceremo la prossima battaglia contro noi stessi. ♦︎





