L’educazione sessuale in aula e la parità di genere
L’attesa è una misura del tempo, ma anche una misura del potere. Ci sono attese quotidiane, e poi ci sono attese che attraversano le generazioni, che spostano nel futuro ciò che dovrebbe appartenere al presente.
Se, come riporta l’Ansa, il ritmo dovesse rimanere questo, serviranno ancora 123 anni per raggiungere la piena parità di genere; allora l’attesa, oltre a essere una condizione storica, diventa una disciplina imposta dal metodo educativo della società.
Secondo le elaborazioni dell’Osservatorio Rita Levi Montalcini Svimez-W20, nel 2025 il Global Gender Gap risulta colmato soltanto al 68,8 per cento. Rispetto all’anno precedente, il progresso registrato è minimo, appena lo 0,3 per cento.
Il Senato nell’ottobre 2025 ha approvato definitivamente la legge che stringe le manette intorno all’educazione sessuo-affettiva nelle scuole italiane. Nelle scuole medie e superiori scatta l’obbligo del consenso informato scritto dei genitori prima di avviare qualsiasi progetto sull’affettività. Nelle scuole dell’infanzia e primarie (fino ai 10 anni), parlarne diventa vietato per legge.

La giustificazione politica adottata è quella di «non creare confusione nei bambini insegnando le cosiddette teorie gender, cioè teorie secondo cui, accanto ad un genere maschile e femminile, ci sarebbero altre identità di genere».
E lo ribadisce il 4 giugno 2026: «Con l’approvazione definitiva di oggi al Senato della legge sul Consenso informato tuteliamo i bambini dalla confusione della propaganda gender e ridiamo voce ai genitori sulle tematiche dell’identità di genere per i figli adolescenti minorenni. In questo applichiamo la Costituzione che attribuisce ai genitori il diritto di educare i figli. Ovviamente pretendiamo che certe teorie siano spiegate da medici, psicologi, professionisti seri», dichiara il Ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara.
In verità, la Gender Theory propone di interpretare la mascolinità e la femminilità come insiemi di caratteristiche costruite reciprocamente, capaci di influenzare le esperienze e le condizioni di vita di uomini e donne. Tale prospettiva mette in discussione le concezioni secondo cui le identità maschili e femminili, così come il loro ruolo storico degli uomini e delle donne, siano determinati da fattori biologici fissi e immutabili.
Mentre l’Italia si barrica dietro i moduli cartacei per non scoperchiare i tabù, il resto d’Europa si muove già un secolo in avanti. In Germania l’educazione sessuale è obbligatoria per legge in tutte le scuole dal 1968, in Francia dal 2001, in Svezia e in Danimarca è stata introdotta negli anni ‘50 e oggi è integrata in modo fluido in tutte le materie fin dall’infanzia. I risultati scientifici di questa apertura mostrano che i paesi del nord Europa registrano i tassi più bassi del continente per gravidanze adolescenziali, diffusione di MST e violenza sessuale.
Secondo il Ministero dell’Istruzione e del Merito, «i femminicidi non si combattono con l’educazione sessuale: l’educazione sessuale si fa da decenni nei Paesi del Nord Europa che però nel mondo occidentale sono in cima alla lista per femminicidi, violenze sessuali, con tassi di molto superiori a quelli dell’Italia»
Il fenomeno richiamato è noto come «paradosso nordico» ed è talvolta citato come prova dell’inefficacia dell’educazione sessuale nella prevenzione della violenza di genere. Tuttavia, un numero elevato di denunce non implica necessariamente una maggiore diffusione della violenza, ma può essere il segnale di una maggiore consapevolezza sociale e di strumenti istituzionali più efficaci nel riconoscere e contrastare comportamenti che, in altri contesti, tendono a rimanere invisibili o socialmente accettati.
Sempre secondo il Global Gender Gap Report 2025, la Svezia occupa il sesto posto su 148 paesi per parità di genere, mentre l’Italia si colloca all’ottantacinquesimo. Questo divario evidenzia i limiti di un’interpretazione basata esclusivamente sul numero delle denunce come indicatore della condizione femminile.
Definire “storica” una riforma che mette un veto sulla conoscenza e sul dialogo intorno alle relazioni significa legittimare le forme di analfabetismo emotivo in un paese già attraversato da dati allarmanti sui femminicidi e sulla violenza di genere.
L’educazione sessuo-affettiva serve a discutere di consenso, limiti emotivi, gestione del rifiuto, orientamento, pornografia digitale e violenza psicologica. Introdurre il consenso scritto dei genitori significa creare una discriminazione istituzionale tra gli studenti.
I ragazzi che appartengono a famiglie più bigotte e assenti, – ovvero proprio quegli adolescenti che avrebbero più bisogno di uno spazio protetto e scientifico per fare domande –, saranno i primi a vedersi negare l’autorizzazione o a non ricevere una sana educazione sessuo-affettiva, lasciando che l’unica fonte di informazione rimanga lo smartphone.
Infatti, sulla formazione dei bambini incidono molto più gli elementi trasmessi a livello emotivo che non le norme e le cognizioni esplicite date da un rapporto educativo. Il bambino e la bambina introiettano gli schemi di comportamento e di identificazione mutuati prima dal padre e dalla madre, e poi dall’insegnante. Determinati modelli vengono assimilati acriticamente in un’età che non consente ancora una riflessione su di essi.
Ma non si tratta solo dell’introiezione dei singoli modelli comportamentali. Il bambino e la bambina introiettano anche uno schema di rapporti interpersonali. I modelli di comportamento dei genitori rispecchiano essenzialmente i modelli del sistema sociale globale, che anch’essi, attraverso gli stessi meccanismi, hanno assorbito e fatto propri nella loro infanzia e dai quali sono profondamente condizionati (DWF, 1977).
Secondo i dati dell’AGCOM e dell’organizzazione Digital for Children, in Italia l’età media del primo accesso alla pornografia online si aggira tra tra i 9 e gli 11 anni. Il 51% dei ragazzi dichiara di aver incontrato contenuti pornografici in modo accidentale, mentre oltre un terzo lo fa su spinta di amici o compagni di classe. In più del 20% dei casi, l’esposizione avviene prima dei 9 anni.
Le ricerche più recenti dimostrano che l’esposizione precoce a contenuti sessualmente espliciti incide sullo sviluppo affettivo e relazionale, generando dipendenza, isolamento e disorientamento emotivo. In particolare, si registra una crescente incidenza di contenuti violenti o di dominazione, con il rischio che la violenza venga percepita come componente normale della dinamica sessuale.
Censurare l’educazione sessuale nella scuola dell’infanzia e nella scuola primaria non protegge l’innocenza dei bambini, non elimina la curiosità dei ragazzi. Li consegna ad un universo educativo parallelo, distorto e performativo, quello privato e gratuitamente incontrollato del Dark Web.
Illustrazione di Elisa Porta




