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Da qualche anno il cinema americano sembra ossessionato dalla vergogna pubblica, dall’umiliazione spettacolarizzata, dall’istante in cui un individuo perde il controllo della propria immagine davanti alla comunità che lo osserva. Ciò non riguarda tanto ciò che si è fatto, ma il modo in cui si viene improvvisamente esposti agli occhi degli altri. Tre film recenti sembrano convergere con forza su questo tema: The Drama di Kristoffer Borgli, The Substance di Coraline Fargeat e Smile 2 di Parker Finn. In tutti e tre i casi i protagonisti vengono messi alla gogna durante rituali pubblici nei quali la virtù rappresenta la norma comportamentale obbligatoria.

Nel primo film, Robert Pattinson interrompe il rassicurante cerimoniale del discorso nuziale confessando agli invitati di essere ubriaco, insicuro e di aver tradito la donna appena diventata sua moglie con una delle presenti alla cerimonia.

In The Substance, il personaggio interpretato da Demi Moore, ex diva televisiva terrorizzata dall’invecchiamento, torna al successo grazie a una sostanza capace di rigenerare il suo corpo. Ma durante la grande diretta televisiva di Capodanno, la droga manifesta i suoi effetti collaterali trasformandola davanti alle telecamere in un essere mostruoso, purulento, osceno. La donna finisce per incarnare una parodia della vecchiaia, rivelando al pubblico tutto ciò che avrebbe voluto celare.

In Smile 2, la popstar Skye Riley, sul punto di pronunciare un discorso durante un evento di beneficenza, viene travolta da allucinazioni provocate da un demone. Nel panico, la cantante inizia a farneticare sulla morte del suo ex fidanzato, mettendo in imbarazzo tutti gli astanti per quelle parole fuori contesto. In un picco di nevrosi, la cantante spinge giù dal palco la presentatrice ultrasettantenne che la affiancava.

Una battuta sconcia

A leggere il riassunto delle tre sequenze prese in esame, viene da pensare all’inadeguatezza dei personaggi di molti film comici, ma in questo caso si parla rispettivamente di un dramma e due horror splatter molto violenti. Spesso, infatti, la risata scaturisce dall’invasione del privato nella sfera pubblica: questo è il principale motivo per il quale le battute a sfondo sessuale sono così diffuse nei film, nei libri e nella vita. Due dimensioni generalmente separate l’una dall’altra collimano momentaneamente suscitando un contrasto che genera ilarità. The Drama, The Substance e Smile 2 sfruttano lo stesso tipo di meccanismo, ma spostano l’asticella volutamente un po’ più in là.

Qui la battuta sconcia diventa troppo sporca, non strappa più il sorriso ma genera disagio, diventando un elemento di disturbo. In questa situazione, lo spettatore si ritrova colpito da un getto di acqua fredda che lo porta a un’impasse. Da una parte, empatizza con i poveri protagonisti messi in imbarazzo e come loro vorrebbe fuggire lo sguardo giudicante degli osservatori. Dall’altra, lo spettatore prova un senso di sadica gratificazione e superiorità morale nel vedere l’umiliazione di questi personaggi, perché alla fin fine si ritrova nella stessa posizione del pubblico giudicante.

Pur essendo al sicuro nel buio della sala cinematografica, il pubblico si sente comunque colpito e ferito. Ma come mai? D’altronde non si trova in una condizione privilegiata? Ha la possibilità di osservare situazioni estreme senza essere vincolato dalle responsabilità della vita vera. Se assiste a un atto di violenza deve scappare oppure intervenire per aiutare la vittima? Non serve una risposta, i personaggi del film non sanno di essere guardati. Ciò presuppone per lo spettatore il raggiungimento di un anonimato e di un’ignavia fatali. Eppure, davanti a queste sequenze, come mai si sente così emotivamente coinvolto?

Dov’è il sogno? Dentro o fuori?

Il cinema è un’esperienza profondamente contraddittoria: da una parte è un motore automatizzato, indifferente alle reazioni di chi guarda e che non richiede alcuna partecipazione o fatica per essere fruito; dall’altra i personaggi sullo schermo vivono per il pubblico, anche se non sanno della sua esistenza. Come nei sogni, lo spettatore è presente e assente allo stesso tempo. Ma il sognatore ricorda di essere stato un osservatore solo dopo il risveglio, mentre al cinema ciò succede una volta arrivati ai titoli di coda.

I tre film discussi massacrano questa tacita convenzione, perché la vergogna ricorda brutalmente allo spettatore di stare guardando qualcosa assieme ad altri. Quando qualcuno si espone in maniera oscena davanti a una collettività, l’imbarazzo investe anche chi guarda. In questo senso, viene rievocata la sensazione stralunante dell’intervallo cinematografico, il momento in cui il film si interrompe e le luci si accendono rivelando la presenza del pubblico. Persone che fino a poco prima si era cercato di dimenticare per immergersi completamente nella finzione ora possono guardare lo spettatore e toglierlo dall’anonimato, fratturando lo strano limbo di assenza-presenza in cui si era rifugiato.

L’anonimato è tutto ciò a cui lo spettatore può aspirare. Non a caso, le tre scene prese in esame riconfigurano questa condizione. Esse sono costruite intorno allo stesso dispositivo: un evento pubblico ritualizzato, un codice sociale rigidissimo, una richiesta implicita di perfezione. Il matrimonio, la diretta televisiva, la beneficenza sono spazi in cui il comportamento virtuoso non è semplicemente auspicato, è lo standard. Solo rispettando questi requisiti l’individuo può tentare di proteggersi con una forma di anonimato morale, comportandosi come tutti. Basta sorridere nel modo corretto, pronunciare le parole previste e mantenere il controllo: la virtù diventa un meccanismo di autodifesa sociale.

Le origini del cinema

Questa volontà di rendersi invisibili all’interno di un contesto pubblico dove si è esposti agli sguardi altrui accomuna le vicende di The Drama, The Substance e Smile 2 all’esperienza dello spettatore. Sotto quest’aspetto, è interessante ricordare che prima del cinema lo schermo era un mero oggetto d’arredamento con funzione decorativa. Consisteva in una struttura mobile utilizzata per separare uno spazio dall’altro ed era utilizzato per nascondere e impedire la visione di qualcosa. Lo schermo a uso cinematografico compie in apparenza un rovesciamento radicale: invece di occultare, espone; invece di dividere, unifica; invece di privatizzare, rende pubblica l’immagine. Il cinema sembra nascere come macchina di esposizione collettiva, basata sulla crasi tra privato e pubblico.

Non a caso questa commistione ha caratterizzato l’esperienza cinematografica fin dalle sue origini. Sul finire dell’Ottocento, furono messi a punto apparecchi per la riproduzione di immagini in movimento contemporaneamente da Thomas Edison e dai celebri Fratelli Lumière. Anzi, Edison nella corsa tecnologica a quello che sarebbe diventato il cinema, era inizialmente in vantaggio sui due francesi. Il suo Kinetoscopio era già in funzione prima che i Lumière proiettassero L’arrivo del treno alla stazione di La Ciotat a Parigi il 28 Dicembre 1895, evento che sancisce la nascita del cinema.

I Lumière imposero lo schermo condiviso, la visione pubblica e la comunità degli spettatori, mentre Edison offriva un’esperienza individuale, che all’epoca non ebbe fortuna. Il Kinetoscopio aveva una fruizione intima e solitaria. Lo spettatore si avvicinava a uno scatolotto e posava l’occhio su un oculare da cui poteva osservare privatamente lo scorrere delle immagini girando una manovella, poteva addirittura riavvolgere la pellicola o metterla in pausa. Era un’invenzione in anticipo sui tempi, perché per poter compiere nuovamente queste azioni si sarebbe dovuto attendere fino alla diffusione della televisione e dei videoregistratori.

Nuove frontiere dello spettacolo

Questi tre film lavorano proprio sul collasso della distinzione tra pubblico e privato. Nei loro momenti chiave, ciò che dovrebbe restare nascosto invade violentemente il visibile, venendo esposto agli occhi di tutti. L’intimità, l’insicurezza, il decadimento fisico, la fragilità mentale diventano spettacolo. I protagonisti non sono più eroi innocenti chiamati a dimostrare la propria purezza, come accadeva nel grande cinema classico hollywoodiano. Si pensi a Sono innocente di Fritz Lang o a Intrigo internazionale di Alfred Hitchcock, dove il motore narrativo consiste nel liberarsi da un’accusa ingiusta e ristabilire la verità.

In The Drama, The Substance e Smile 2 non c’è innocenza da difendere, qui la colpevolezza e il fallimento vengono esibiti frontalmente. I protagonisti non si liberano dalla vergogna o dall’inadeguatezza, ma ci affogano dentro. In qualche modo, queste opere parlano della crisi a cui è esposto lo spettatore contemporaneo, il quale vive immerso nelle immagini, consumando continuamente film, serie, e contenuti social. Ormai assuefatto, per lui è sempre più difficile avere un responso emotivo soddisfacente da ciò che fruisce. È diventato un esperto inconsapevole di convenzioni narrative, riconosce immediatamente gli stereotipi, anticipa le svolte drammatiche e percepisce i meccanismi della scrittura. Per lui, è praticamente impossibile credere davvero alle storie.

I social network hanno trasformato l’identità in una performance permanente, dove tutti sono chiamati a produrre e narrare una versione virtuosa e presentabile di sé stessi. Per questo il cinema mainstream cerca di lasciare indietro la trama rifugiandosi sempre di più nell’attrazione spettacolare con esplosioni catastrofiche, inseguimenti d’auto e battaglie ad alto tasso di effetti speciali. Ma anche queste immagini sembrano aver perso potenza, tutti ormai ne sono anestetizzati.

In questo contesto, l’evocazione della vergogna può rappresentare un nuovo paradigma attrazionale. Si può andare oltre lo spettacolo della distruzione fisica, iper-saturando il carnevale dell’esposizione psicologica. Si può mettere da parte l’esplosione del mondo, preferendo osservare il collasso dell’immagine sociale di un individuo. Questi film sembrano intuire che la nuova frontiera dell’intrattenimento possa essere la vulnerabilità.

The Drama, The Substance e Smile 2, ma si pensi anche ai film di Ari Aster o Yorgos Lanthimos, cercano di dare allo spettatore una nuova fede nelle immagini somministrandogli una forma di disagio, che lo costringa a sentirsi osservatore e osservato. Si tratta dell’estremo tentativo di instaurare un dialogo col pubblico e di occultare l’incedere indifferente e meccanizzato del film nei confronti di chi guarda. ♦︎ 

Illustrazione di Cristina Maggio