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L’uscita nelle sale di Nouvelle Vague riconferma i capisaldi del regista texano: dalla fortunata trilogia Before Sunrise allo sperimentale Boyhood, la produzione innovativa e irriverente di Linklater ha contribuito a delineare uno sguardo inedito sul complesso intreccio tra tempo e relazioni umane.

Austin, Texas, fine anni Ottanta.

Un ragazzo ascolta una musicassetta su cui è registrata una voce che lo incoraggia a lasciare la città. Quello che segue negli 86 minuti di girato sono gli squarci di un viaggio per raggiungere un amico, passando per il Montana fino al Glacier National Park e poi verso la costa ovest e San Francisco, che un ventenne riprende con una Super 8. Diversi panorami si susseguono sullo schermo, eppure il tempo di queste immagini sembra sospeso. I momenti che vengono immortalati sulla pellicola sono quelli quotidiani: dal tavolino del treno con un bicchiere che traballa, al cestino della spesa in un supermarket, alle lenzuola attorcigliate nel letto. Il focus è il fluire del tempo, in cui un giovanissimo Richard Linklater interpreta se stesso nei gesti di tutti i giorni: mentre si rade, cammina, conversa con l’amico. Anche mentre è intento a guardare il film Gertrud del regista danese Carl Theodore Dreyer, e la risposta della protagonista alla domanda «Who are you?» si staglia di fronte alla Super 8 di Linklater con una forza chiarificatrice disarmante: «I’m many things». Sta proprio in questa risposta, ascoltata da Linklater, l’essenza estrema del viaggio di formazione giovanile che sta compiendo.

È il 1988, Linklater ha vent’otto anni, il suo primo cortometraggio Woodshock è pressoché sconosciuto; ha da poco fondato la Austin Film Society con l’intento di raccogliere tutti i prodotti cinematografici emergenti che non rientrassero nei severi codici mainstream del cinema hollywoodiano. Linklater ci trasporta in un viaggio che è prima di tutto l’esplorazione di un nuovo modo di fare cinema. Nasce con questo intento, infatti, questo viaggio-lungometraggio: fare un film liberamente anti-narrativo, politicamente avverso alle logiche di mercato dell’industria cinematografica trainanti, e inserirsi nel circuito del cinema indipendente senza cadere nei cliché snob dell’indie-movie. Con una tecnica che fonde l’immediatezza della ripresa amatoriale, vicina al linguaggio audiovisivo contemporaneo, alla sperimentazione formale, le sequenze di It’s Impossible to Learn to Plow by Reading Books, che non verranno mai distribuite nelle sale, racchiudono già le caratteristiche dei suoi lavori più maturi. Tutti progetti di Linklater nascono come piccoli film che diventano opere ambiziose di rara sensibilità: da Boyhood a Everybody Wants Some!! fino all’ultimo film, Nouvelle Vague, la ricerca di Linklater resta legata a quella che il personaggio di Jesse, del celebre Before Sunrise, chiama «poetry of day-to-day life».

Richard Linklater nel 2015. Foto di LBJ Library, CCBY2.0 https://creativecommons.org/licenses/by/2.0, via Wikimedia Commons.

Before Sunrise

Accanto all’attenzione per i mutamenti legati allo scorrere del tempo, l’intera filmografia “linklateriana” è attraversata da una costante indagine delle relazioni umane. Dal coming-of-age adolescenziale Dazed and confused con Matthew McConaughey, alla commedia, basata sul romanzo di Maria Semple, Where’d You Go, Bernadette, emerge l’intento di raccontare le relazioni, di qualunque natura esse siano, da un’angolatura inedita.
Forse, all’interno della sua produzione, nessun film racconta questo aspetto meglio della trilogia iniziata nel 1995 con il film Before Sunrise, seguita da Before Sunset (2004) e Before Midnight (2013). È proprio attraverso una delle scene più emblematiche di questi film che Linklater ha raggiunto la consacrazione nell’immaginario collettivo. La scena, che continua a spopolare negli edits di Pinterest e Tiktok, ritrae Jesse e Céline, rispettivamente Ethan Hawke e Julie Delpy, in una cabina d’ascolto di un negozio di dischi. Il negozio, diventato meta di pellegrinaggio dei fan più fedeli, è Alt&Neu, storico shop di vinili di Vienna. Oltre ad aver fatto conoscere Linklater al grande pubblico e ad aver dato vita, a Vienna, scenario del primo film, a veri e propri tour guidati che ne ripercorrono i luoghi, Before Sunrise si distingue per aver portato sullo schermo, con la naturalezza appresa dal cinema francese, la freschezza del racconto di due persone che scoprono di avere una connessione.

Linklater ha affermato che con Before Sunrise voleva fare una commedia romantica, ma lontana da tutti i clichés dei film sui matrimoni a lieto fine di Hollywood degli anni Novanta; al contrario, attraverso il racconto essenziale di ciò che accade tra due persone che iniziano a piacersi, il film si distingue per una modalità narrativa libera dagli aneddoti zuccherosi e dalle soluzioni maldestre che avevano saturato il cinema di quel periodo. Il risultato è una storia giovane, meravigliosamente verosimile, e resa tale anche grazie a un espediente tecnico: l’uso della steadicam, che permette di ottenere lunghi piani sequenza che registrano le «talking walks», ispirate al cinema di Éric Rohmer.
D’altronde, la vicenda che unisce questi due personaggi, Jesse e Céline, ha origine da un fatto realmente successo a Linklater, durante una visita alla sorella a Philadelphia, quando in un negozio di giocattoli inizia a parlare con una giovane sconosciuta. I due finiranno per passare assieme la notte vagando per le strade di Philadelphia proprio come Ethan Hawke e Julie Delpy per le strade di Vienna nel film del 1995. Linklater ha ammesso di aver pensato subito al valore di quell’incontro e alle possibilità narrative che scaturivano da esso e di voler portare sullo schermo quella sensazione, il fremito dello stupore e dell’attrazione che ci spinge a voler conoscere una persona. C’è una frase nel film, pronunciata Céline, che potrebbe riassumere proprio quell’intento: «If there’s any kind of God», spiega a Jesse, «it wouldn’t be in any of us. Not you or me. But just in this little space in between». È nello «spazio che sta nel mezzo», tra due persone, che si annida il segreto di ogni rapporto umano: infatti, «if there’s any kind of magic in this world, it must be in the attempt of understanding someone, sharing something».

If there’s any kind of God, it wouldn’t be in any of us. Not you or me. But just in this little space in between

La trilogia registra le conseguenze del trascorrere del tempo attraverso la crescita di personaggi colti in tre distinti momenti della loro vita, distribuiti nell’arco di tre decenni: i vent’anni, i trenta, i quaranta. A cambiare sono anche le coordinate di vita: da sconosciuti che trascorrono una notte assieme prima di salutarsi dandosi un appuntamento a cui entrambi mancheranno, Jesse e Céline diventano vecchi amici che si ritrovano per caso alla presentazione del romanzo di Jesse nella nota libreria parigina Shakespeare & Company; fino ad arrivare all’ultimo film, svolto in Grecia, in cui sono diventati una coppia di partners la cui relazione è arrivata al capolinea. Ma con questo film l’operazione di Linklater è molto più incisiva e si propone di riscrivere non solo il modo di raccontare, ma di vivere una storia d’amore. Senza ricorrere a drammi o a legami canonizzati da riti sociali, Linklater mostra come, al di là di ogni etichetta, il bene che può scaturire da un rapporto prescinda da qualsiasi codificazione sociale e sia qualcosa di estremamente potente benché volubile.
Anche il finale scardina le regole canoniche del genere: i produttori stessi storsero il naso per l’ultima scena di Before Sunset, che ancora una volta evita il bacio da happy ending e propone l’immagine di Céline che balla sulle note di Just in Time di Nina Simone, mentre Jesse la guarda, consapevole di aver perso il volo di ritorno.

Alt&Neu, Vienna. Foto di Rebecca De Vecchi.

Boyhood

Se con Before Sunrise Linklater si aggiudica l’Orso d’argento al Festival di Berlino del 1995, è con Boyhood (2014) che ottiene un’attenzione internazionale ancora più ampia, e il plauso della critica, che in precedenza lo aveva spesso relegato sia al ruolo di regista di commedie di largo consumo, in seguito della sua direzione di Jack Black in School of Rock (2003), sia di film di critica sociale impegnata, come in Fast Food Nation (2006), ispirato al libro-inchiesta di Eric Schlosser sugli oscuri retroscena della macellazione di carne bovina per le catene di fast food.

Il progetto che sviluppa con questo film è, infatti, qualcosa che non ha precedenti. Se in Les Quatre Cents Coups di Truffaut e, anche nella trasposizione cinematografica di Harry Potter, assistiamo di film in film alla crescita graduale dei protagonisti, con Boyhood la crescita di Mason, interpretato da Ellar Coltrane, è registrata in base a un’esigenza filmica profonda: seguire la crescita reale dei suoi interpreti, nell’arco di dodici anni, dal 2002 al 2014, dai sei anni ai diciannove del protagonista, trasformando l’esperienza del tempo in principio strutturante della narrazione. Il film, che inizialmente si intitolava solo The Twelve Years Project, nasce dall’idea di fare un film sulle imposizioni della fanciullezza, dall’essere tenuto così a lungo all’interno del sistema scolastico al dover vivere in casa con i genitori, che, come ha detto Linklater, sono «tutte cose che non fanno assaporare in pieno l’avventura di essere bambini prima e adolescenti poi».

Nouvelle Vague

Con l’ultimo film, Nouvelle Vague, da poco uscito nelle sale italiane, Linklater rende omaggio a Jean-Luc Godard e al cinema francese degli anni Sessanta. Celebrando l’impatto che il cinema della nouvelle vague e i grandi autori della sua generazione hanno esercitato sulla storia del cinema, Linklater conduce lo spettatore dietro le inquadrature scelte da Godard nei sessanta giorni necessari alla realizzazione di À bout de souffle, il film che ha infranto le regole della grammatica filmica dando avvio a una vera e propria rivoluzione stilistica, di cui il regista texano si mostra erede consapevole.

Il tempo è ancora una volta protagonista: i sessanta giorni che il giovane e apparentemente inesperto Godard ha a disposizione per girare il suo esordio, che si rivelerà essere il film che cambierà le sorti della storia del cinema, rappresentano una componente fondamentale dell’opera del regista francese tanto quanto quella di Linklater che porta avanti così «una continua conversazione con il cinema, e cioè, […] una conversazione sul tempo che passa».

Come spesso accade nel cinema di Linklater, il passato è sempre fonte di ispirazione per il regista: come in Everybody Wants Some!! commedia con cui Linklater ritorna negli anni Ottanta per riprendere il racconto del passaggio all’età adulta iniziato con Dazed and Confused, che si concentra sul momento della vita quando «si esce in macchina cercando qualcosa da fare».
In Nouvelle Vague, inoltre, forse più esplicitamente che in altri suoi film, emergono con chiarezza le componenti principali dello stile linklateriano: Godard è ritratto in costante rapporto con una scadenza temporale che scandisce i giorni delle riprese; la quotidianità prende forma nel ritrovo ricorrente della bizzarra troupe sul set e l’angolatura inedita attraverso cui Linklater ci immerge nella narrazione, assume una consistenza materica: con la macchina da presa che passa dall’altro lato, permettendoci di osservare Godard mentre dirige Jean Seberg e Jean-Paul Belmondo da una prospettiva nuova.
Un tributo alla filosofia di fare un tipo di cinema che riesca proprio a esprimere quello «space in between» a cui Linklater è più legato.♦︎