Un nuovo report di Ocse e Almalaurea uscito a fine maggio ha messo in luce i dati sugli stipendi dei neolaureati in Italia e ha concentrato l’analisi sulle lauree che permetteranno, in un prossimo futuro, di risentire meno dell’avvento dell’AI a sostituzione delle persone nelle mansioni lavorative.
Curiosamente nei giorni scorsi è uscita la notizia secondo cui la Repubblica Popolare Cinese starebbe cancellando tutti i corsi di laurea considerati inutili per il futuro, così da dare maggiore spazio agli studi incentrati sulla tecnologia, materia che viene vista come maggiormente spendibile in una futura carriera lavorativa.
A seguito della pubblicazione di questi dati dell’Ocse, in Italia si è acceso il dibattito su quanto convenga ancora investire in un percorso di studi universitario, con tutto quello che comporta a livello di sacrifici sociali ed economici. Tutti si sono focalizzati sull’aspetto del guadagno e della possibilità di spendere il proprio titolo di studio per trovare un posto di lavoro, arrivando a chiedersi se vale ancora la pena laurearsi.
Tuttavia, fermo restando che sia necessario guadagnare soldi per vivere, desta abbastanza stupore il fatto che la maggior parte degli articoli in merito a questo tema abbiano considerato il bagaglio culturale meramente da un punto di vista economico. Devono veramente ragionare così i ragazzi quando scelgono cosa fare una volta finite le scuole superiori? Devono considerare veramente solo la ricchezza futura e il lavoro, due concetti per molti di loro magari ancora nebulosi e lontani dalla visione che hanno della loro vita? O ci sono altri aspetti meno materiali che andrebbero osservati perché altrettanto fondamentali?
In un momento della vita caratterizzato dalle forti turbolenze dovute al passaggio dall’adolescenza all’età adulta, i ragazzi si ritrovano a essere confusi, a non avere una chiara idea di cosa sia meglio per il loro futuro.
Studio come un forsennato tutto il giorno per brillare a scuola, scelgo di essere lo studente modello? Accetto di essere il “secchione” della classe e rinuncio a uscire con gli amici il pomeriggio o il sabato sera? E che ne sarà della mia vita sociale? Non è forse questa l’età più verde, in cui fare il maggior numero di esperienze diverse? Mi dovrò rammaricare un domani delle occasioni perse oggi? Devo pianificare sin d’ora il mio futuro nel dettaglio e pensare non solo all’università da scegliere, ma anche alla professione che eserciterò una volta laureato? Quanto guadagnare, dove vivere?
O posso permettermi di sbagliare, di cambiare idea, punto di vista, di seguire le mie passioni, anche se apparentemente non portano alcun guadagno sicuro?
E se questo discorso vale per tutte le generazioni, i diciottenni e i diciannovenni di oggi sono ancora più tramortiti dall’instabilità del mondo in cui vivono e dall’aleatorietà di uno scenario futuro che cambia di ora in ora. A tutto questo va aggiunta la tensione per l’esame di maturità, il ritmo forsennato dei compiti in classe dell’ultimo anno, i calcoli dei voti per tenere a bada la media finale.
Ma anche l’eccitazione che accompagna gli ultimi giorni di scuola, il fermento della notte prima degli esami. Quella voglia di adrenalina che si fa più intensa mano a mano che si arriva alla fine di una lunga fase della propria vita.
La malinconia per quelli che sono stati i compagni di classe per cinque anni di fila e che, da un giorno all’altro, bisognerà salutare perché ciascuno andrà per la propria strada. Certo con la promessa di rivedersi spesso, di organizzare cene tra ex compagni, ma poi ci sarà quello che andrà a studiare lontano, chi addirittura all’estero, e la rimpatriata avverrà al massimo tramite una videochiamata. Contemporaneamente cresce, però, l’attesa per le nuove amicizie che si potranno instaurare tra i banchi universitari e, in generale, i nuovi incontri che riserverà la vita.
E in questo marasma di pensieri ed emozioni, si chiede ai ragazzi di scegliere quale strada intraprendere per il loro futuro considerando dati e statistiche che dovrebbero guidarli per ottenere un giusto riconoscimento a livello economico degli sforzi fatti durante gli anni universitari.
Secondo il più recente report di Almalaurea, oggi le lauree in ingegneria e informatica sono quelle che assicurano un maggior guadagno ai neolaureati, anche se neppure loro sono indenni dallo spauracchio dei primi tre anni di apprendistato sottopagato, che pare essere una condanna a cui nessuno riesce a sottrarsi. Superato questo scoglio, però, ingegneri e informatici paiono avere le maggiori probabilità di ottenere un incremento dello stipendio. Un ribaltamento netto, invece, pare prefigurarsi all’orizzonte, con le lauree umanistiche, oggi fanalino di coda di questa classifica, che sarebbero destinate a diventare le più interessanti nel mercato del lavoro futuro.
Ma è veramente così che dovrebbe ragionare un maturando quando sceglie quale percorso di studi intraprendere dopo le superiori? Dovrebbe addirittura valutare se meriti effettivamente investire così tanto tempo e denaro per laurearsi?
L’università non è soltanto un mezzo attraverso il quale raggiungere una posizione sociale di maggior rilievo e ottenere un lavoro ben retribuito. In primis è e deve essere vista come un fine: quello di apprendere nuove nozioni o di approfondire le conoscenze maturate nel corso delle scuole superiori.
La laurea è solo il titolo finale, ma il reale valore aggiunto dell’università è lo studio stesso, l’esperienza a livello pratico nei laboratori e attraverso gli stage, la relazione con docenti capaci di trasmettere una passione fortissima per la materia che insegnano. E, infine, un’esperienza umana, di vita, fatta di nuovi incontri e nuove frequentazioni.
All’università si sperimenta il piacere di studiare non per obbligo, ma per scelta e, di conseguenza, la possibilità di concentrarsi maggiormente su materie che più ci attraggono o di scoprirne altre di cui appassionarsi. Come è capitato a me che, arrivando dal liceo, non avevo mai sentito parlare di economia, bilanci, dichiarazioni dei redditi e all’inizio guardavo alla partita doppia con un misto di soggezione e risentimento. Quell’emozione che si prova verso qualcosa di nuovo che ti colpisce dritto come un pugno allo stomaco perché il professore universitario non può soffermarsi a colmare una lacuna di cinque anni che altri studenti non hanno. E il pensiero, intanto, è già rivolto alla difficoltà di prendere un buon voto all’esame.
Poi, invece, capisci quanto concreta sia quella materia, quanto ti possa tornare utile nella vita di tutti i giorni, o quanto, semplicemente, possa rivelarsi interessante. Ed è da lì che sboccia l’amore.
Lo studente potrà essere costretto a sgobbare, a rimboccarsi le maniche per guadagnare i soldi necessari a ripagarsi gli studi, ma anche questo rappresenta un’utilissima palestra di vita e un ottimo lascito del periodo universitario. Quindi, quando si valuta se e a quale università iscriversi, andrebbero presi in considerazione anche questi elementi.
Infine, qualsiasi sapere, sia esso scientifico che umanistico, è sempre un piccolo tesoro di per sé. Il bagaglio culturale che ci portiamo dentro non ha valore economico, in quanto non si può quantificare, ed è, allo stesso tempo, la ricchezza maggiore che possediamo.
Perché, indipendentemente dal fatto che lo studio sia poi utile per il lavoro che faremo oppure no, quanto appreso rimarrà sempre con noi, un guadagno che, a differenza del denaro, può solo aumentare ma mai deteriorarsi. E se ci sono la passione e la volontà, si troverà sempre il modo di sfruttare questa ricchezza anche a livello economico.
Quindi, non assilliamo i maturandi con l’ansia di quale sia il miglior percorso di studi da intraprendere una volta diplomati, o se valga veramente la pena di studiare ancora per almeno tre anni.
Che si lascino guidare dalle loro passioni, che seguano il loro cuore e accrescano la loro conoscenza nei campi che più li attraggono. Perché anche in questo modo saranno maggiormente preparati ad affrontare l’eventuale rischio di perdere il posto di lavoro a causa dell’avvento della fredda e precisa intelligenza artificiale. E perché noi, in quanto esseri umani, impariamo grazie alla nostra curiosità e sfruttiamo ciò che sappiamo tramite il ragionamento e la logica. Le nostre risposte non dipendono da meri calcoli statistici (non sempre azzeccati) elaborati a partire da un’enorme massa di dati che qualcun altro ci ha caricato nel cervello, come avviene, invece, con l’AI. E questa è una caratteristica che le macchine non possono toglierci… per ora.





