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ZeroSignal è l’inserto fotografico di NoSignal Magazine, nato dalla collaborazione con il collettivo EffeZero, dedicato a esplorare il tema mensile attraverso la potenza dell’immagine. La sinergia tra le due realtà inaugura un nuovo spazio in cui il racconto si fa immagine, offrendo ai lettori prospettive inedite e visivamente stimolanti.

Come si fotografa una trasformazione? È un processo così entropico da sfuggire alla comprensione, figuriamoci alla possibilità di essere fermato in un dato meccanico o digitale. Eppure qualcosa resta, si deposita negli occhi, come una luce che non se ne va.

Forse si nasconde dietro la vetrina di un negozio, dove tutto scorre ma sembra immobile. O vive nella fragilità di un arcobaleno dopo la pioggia: e l’elfo alla fine dell’arco, esisterà davvero, o si sarà già trasformato nel cassonetto lì accanto, mimetizzato tra le cose comuni?

Al mercato la trasformazione è più ruvida. Dalle cassette emerge un ordine forzato, una violenza gentile che sistema il caos sugli scaffali del supermercato. Intanto il sole torna a farsi sentire e una nonna soffia bolle di sapone verso un bambino. Io, della mia, ricordo i centrini, il bisogno ostinato di coprire ogni superficie. Come sarò io da nonno? Anche questo è un passaggio di stato, una mutazione silenziosa.

Davanti a una galleria d’arte mi fermo. Una fotografia mi provoca quasi un mal di testa, ma non riesco a smettere di guardarla. Le stesse forme, le stesse sfocature continuano a scorrermi davanti agli occhi. Sovraesposizione, forse: raccogliere più istanti di luce in uno solo. Anche le macchine lo fanno, mentre mi sfrecciano accanto.

A casa, il tempo si ripiega su se stesso. Ripenso ai viaggi scomodi, economici, vissuti per esperienza più che per comfort. Ora sono qui, sul divano, con una piumetta del vecchio pappagallo dei nonni tra le mani. Mi parla di loro, del negozio che non c’è più, diventato altro. Ricordo l’inizio dei lavori, il dolore di vedere trasformarsi lo spazio in cui ero cresciuto. Penso ai fiori che porto sempre quando vado a salutarli, alle apette che compaiono puntuali. Da dove arrivano, ogni volta?

Forse la risposta è in quella fotografia: due papere sull’acqua, una accanto all’altra. Non vanno, non tornano, non cambiano direzione. Eppure l’acqua intorno a loro non è mai la stessa. Restano, mentre tutto si muove. Come i ricordi, come i luoghi, come noi. E allora capisco che la trasformazione non è diventare altro, ma rimanere abbastanza a lungo da lasciarsi attraversare dal tempo. ♦︎


Fotografie di:
Simona Fico
Mattia Ramponi
Ludovica Morgia
Lorenzo Vanzini
Giorgio Arcidiacono
Eleonora Zulli
Chaira Giannantonio
Alberto Allegro