Una riflessione su Blade Runner e il valore dello sguardo

Può capitare che un padre sia così certo della propria visione da sentire di doverla tramandare al figlio. A volte si può rivelare un’invadenza, altre volte un atto di coraggio. L’eredità di uno sguardo è preziosa, ma ingombrante. Non si sa mai quanto sia giusto mantenere di quella visione ed è difficile, in ogni caso, trasformarla in qualcosa di nuovo senza tradire l’originale. Mio padre senza che me ne accorgessi era spesso riuscito a sostituire il suo guardo al mio. 

Mio padre è uno psichiatra. A me piace più dire: un uomo che guarda nella mente delle persone. Ma la sua storia sarebbe potuta andare diversamente. Una volta mi fece una confidenza: durante il percorso di studi in medicina, era convinto che avrebbe studiato l’occhio. Capii che non stava parlando di diventare oculista. Ciò che lo affascina di più non è il meccanismo di quell’organo, ma tutto ciò che nasconde oltre la sua funzione, di quando al meccanismo dell’occhio si sostituisce la poesia dello sguardo. Perciò non mi era sembrato un salto assurdo quello compiuto ai suoi venticinque anni. Scegliere il cervello al posto dell’occhio era l’unico modo per poterli salvare entrambi e indagare nella loro relazione.

In greco antico per dire «io so» si usa lo stesso verbo οἶδα (forma aoristo di ὁράω) che si usa per dire «io ho visto». «Sapere» equivale ad «aver visto» («so» dal momento che «ho visto»). Tuttavia, tra gli aspetti più rilevanti della relazione tra vedere e conoscere, c’è il fatto che i greci arrivarono ad affermare anche l’opposto: per poter scorgere le verità nascoste bisogna essere ciechi. Chi vede nel mondo fisico, non ha accesso a quelle verità. È il caso dello scontro tra Edipo e Tiresia. Il primo vede il mondo con i suoi occhi, ma non scorge le verità delle sue origini. L’altro è cieco e per questo conosce ciò che a Edipo appare invisibile. Chi guarda nel mondo fisico, dirà poi Platone, rischia di vedere le ombre proiettate sul muro della caverna, rischia di scambiarle per ciò che non sono e invece sono un’illusione. Forse Platone, per tale ragione, non sarebbe mai entrato all’interno di un cinema e avrebbe denigrato nei dialoghi i suoi habitué. Di sicuro non aveva torto a ritenere che le immagini abbiano un forte potere attrattivo su di noi. Ci catturano gli occhi. E il cinema è prima di tutto una questione di sguardo. Scrive André Bazin, critico francese del ‘900: «Il Cinema sostituisce al nostro sguardo un mondo che si accorda ai nostri desideri». Noi accettiamo, entrando in sala, che un regista scambi il nostro sguardo con il suo. Nel mondo da lui desiderato e riprodotto possiamo trovare delle coordinate per il nostro. 

Jacques Lacan, tra i più importanti psichiatri del ‘900, intende lo sguardo come ciò che non può essere afferrato né posseduto. L’inafferrabilità e il suo potere evocativo lo legano indissolubilmente al desiderio. Dunque, se al cinema il nostro desiderio entra in relazione con quello di un altro attraverso uno scambio di sguardi, deve esserci anche una relazione tra il cinema e la psicoanalisi. In un certo senso il cinema può rivelarsi terapeutico. Io su questo avevo pochi dubbi: mio padre è un buon cinefilo e uno dei fan più sfegatati di Blade Runner di Ridley Scott, tanto che se passa alla televisione non riesce a cambiare canale. 

«Blade Runner, un film sulla lotta tra uomini e macchine».
«No! Un film sull’occhio e sullo sguardo».

Il primo sguardo

Blade Runner di Ridley Scott è tratto dal romanzo Ma gli androidi sognano pecore elettriche?di Philip K Dick, ma le differenze tra sceneggiatura e libro sono notevoli. Noi ci concentreremo solo sul film, la cui trama in sintesi è questa: Rick Deckard, agente blade runner, viene incaricato di eliminare alcuni replicanti che sono riusciti a tornare sulla Terra in cerca di risposte sulla loro natura. E il film inizia proprio con un occhio. Un occhio azzurro, che luccica e si infiamma, che riflette la Los Angeles del 2019, una città al tempo stesso oscura e puntellata di luci, fatta di grattacieli, torri infuocate, macchine volanti. A chi appartiene quell’occhio? Non c’è dato saperlo. La certezza è che la terra nel 2019 non è più un posto sicuro. L’umanità (o almeno quelli che se lo sono potuti permettere) è fuggita in colonie extraterrestri, dove i replicanti vengono impiegati come forza lavoro. Questi replicanti sono creati a immagine degli uomini (il motto dell’azienda che li fabbrica è «più umano dell’umano»), ma sono più forti e prestanti, e proprio per tale ragione, per limitare questo eccesso di potenza, sono stati pensati per non durare a lungo. I Nexus 6, i replicanti a cui Deckard dà la caccia, hanno quattro anni di vita. Ma come si fa a individuarli se all’apparenza sono come gli uomini? 

Blade Runner copertina

A prova di sguardo

Esiste una prova, il test visivo di Voight-Kampff, che consiste nel registrare le reazioni dell’iride e della pupilla di un soggetto sottoposto a stimoli attraverso delle domande che testino la sua empatia. Il Voight-Kampff è concepito per scatenare una reazione emotiva che viene captata negli occhi e che i replicanti non hanno. Il test permette di rivelare che cosa è vero e che cosa è falso attraverso un attento esame dell’occhio. Per un uomo l’occhio si trasforma in sguardo, per un replicante dovrebbe essere solo uno strumento. 

Lo sguardo è ciò che non può essere visto, ma che serve a far vedere ciò che non si vede.

Jacques Lacan

Un replicante non può desiderare né amare la vita, al massimo può anelare la propria sopravvivenza. E la prova più tangibile risiede negli occhi, perché gli occhi non sono solo un organo, ma un luogo dove le emozioni si annidano senza che possiamo controllarlo. Gli occhi sono dove cominciamo a desiderare. Per queste ragioni il cinismo di Deckard non sembra intaccare il suo ruolo di eroe: assunto per ‘licenziare’ delle macchine che hanno smesso di funzionare a dovere, ingranaggi che si sono ribellati al meccanismo, lui è solo un uomo che deve aggiustare le cose. Ma è davvero un uomo Deckard? 

Lo sguardo dell’eroe

È possibile desiderare solo di portare a termine una missione, gli occhi di Deckard non cercano altro? Se viene scelto, è perché non si fa troppi pensieri sulla natura dei suoi avversari. È un risolutore dallo sguardo cinico, privo di emozioni. La legge non scritta dei blade runner sembra così pronunciata: se vuoi battere i tuoi nemici, devi assomigliargli. Il film prosegue e crediamo di esserci sbagliati. Sin dal primo incontro con Rachel, si capisce che Deckard non è indifferente. Se è capace di amare, deve essere umano. Rachel è un replicante speciale, che non sa di esserlo, ma che sta cominciando ad avere dei dubbi. L’inganno nella sua testa sono dei ricordi che le sono stati innestati: vede un passato che è appartenuto a qualcun altro, ma la mente lo processa come propria memoria. Potrebbe essere della stessa natura anche Deckard? La questione dei ricordi innestati infatti lo investe in prima persona. Lui sogna un unicorno che il suo collega gli lascia, poi, sotto forma di origami a missione compiuta, come se fosse a conoscenza di quel che vede nei sogni. La sua identità viene messa in dubbio, ma Rachel e Deckard si innamorano comunque. Com’è possibile che i replicanti provino emozioni se non sono umani? Cosa succede negli occhi di Rachel quando guarda Deckard? E perché Deckard è disposto a nasconderla e salvarla, ma continua a dare la caccia agli altri Nexus 6?

Blade Runner Eroe

Sembra una cecità quella di Deckard, alla stregua della cecità di Edipo, anche ammettendo la sua natura umana: la risposta è davanti ai suoi occhi, ma continua a non accettarla. Rachel, invece, è profetica come Tiresia: «Ha mai ritirato un essere umano per errore? Nella sua posizione il rischio è quello». Rachel è stata accecata alla nascita dai falsi ricordi di una vita passata, ma è anche capace di vedere oltre le apparenze. Ha messo in dubbio la sua natura, ma non la sua volontà di desiderare. Per altro Rachel non è come gli altri Nexus, o almeno non è chiara la sua data di scadenza. Non sapendo quando morirà, il suo sguardo viene investito di un’umanità maggiore. Nella scena più romantica del film, in un’escalation di emozioni contraddittorie, le inquadrature si soffermano sui loro profili, sugli scambi di sguardi nell’oscurità. Il bacio arriva con fatica perché va di pari passo con la difficoltà, da parte di entrambi, di ammettere che è vivido il loro desiderio di desiderarsi. Per capirlo devono guardarsi a lungo. L’incontro profetico non basta a Edipo come a Deckard: lui deve comunque completare la missione. Il rischio che corre è quello di eliminare un essere che dalla vita desidera di più che il solo esistere, proprio come Rachel.

Lo sguardo dell’anti-eroe

I Nexus 6 sono capeggiati da Roy Baty, uno dei migliori villain della storia del cinema. Ribelli alla volontà di un creatore che ha sempre scelto al loro posto, i replicanti erano schiavi delle colonie extra-mondo. Sono tornati sulla terra in cerca di risposte. Viene da pensare che si siano ribellati quando hanno iniziato a vedere la morte e hanno scoperto di avere poco tempo a disposizione. E il primo luogo dove cercano indizi è dove gli erano stati innestati gli occhi, perché sembrano essere il motivo della loro diversità. Durante il corso del film il carattere di Roy sembra dominato da una preponderante personalità narcisistica, e questo narcisismo è centrale per la riflessione sullo sguardo. Nel mito greco, Narciso è colui che, innamorato della sua immagine, non ha altri occhi che per quel riflesso. Nel racconto di Ovidio, Tiresia predice il futuro del bel giovane alla madre: Narciso vivrà una vita lunga se non conoscerà se stesso. Ma Narciso si vede nell’acqua e dal momento che vede si conosce, si ama, e odia che possa morire. A causa di questo eccesso di amore (e di odio) per se stesso, Roy non riesce ad andare oltre la sua ferita: quella di aver scoperto di non essere stato così amato dal proprio creatore. Che il creatore non aveva scelto per il suo bene, ma per il proprio. È causa del suo accecamento e della distruzione che lascia dietro di sé. Ha scoperto di non essere stato pensato per poter durare a lungo. Un essere concepito così perfettamente, eppure con un difetto fatale: la durata. 

La luce che arde col doppio di splendore brucia per metà tempo. E tu hai sempre bruciato la tua candela da due parti, Roy.

Blade Runner

La scena dell’incontro tra il replicante e il suo creatore raggiunge i picchi della tragedia. Roy si avvicina a lui chiedendo un modo per avere più vita, ma non sembrano esserci soluzioni al decomposizione delle cellule. Il creatore gli accarezza la testa, gli suggerisce di guardarsi e di godere più che può quel che gli rimane. Roy è intrappolato nel riflesso della sua immagine ferita. Lo bacia e poi decide di dargli la morte premendo i suoi occhi fino a farli esplodere, quegli occhi che non lo hanno amato mai abbastanza.

Cambiando lo sguardo

Rick Deckard e Roy Baty devono scontrarsi nel duello finale, l’uomo più cinico e la macchina più potente, uno di fronte all’altro. Roy sente il tempo che sta per scadere, una delle sue mani non risponde più ai comandi. Deckard è comunque più debole ed è costretto a darsi alla fuga. Lo sguardo freddo e assassino del replicante sbuca dappertutto. È una sequenza piena di tensione dove i suoni e i dialoghi sono sacrificati alle immagini. Sta piovendo: Deckard salta da un cornicione, si ritrova appeso ad un altro, mentre sotto di lui si spalanca l’abisso. La sua mano non ha più forze per rimanere aggrappata. Roy lo ha raggiunto, in un’inquadratura tipica del noir e del western, dove il nemico viene ripreso dal basso verso l’alto per esaltarne l’imponenza. Gli basta aspettare qualche istante e sarà tutto finito, la preda sarà sfuggita al cacciatore. Eppure, quando Deckard molla stremato la presa, è la mano di Roy a salvarlo da morte certa, contro ogni aspettativa. Tende la mano in una delle immagini più iconiche: la macchina che tiene sollevato in aria l’uomo salvandolo dal vuoto. Un gesto che anticipa la poesia del monologo finale:

Io ne ho viste cose che voi umani non potreste immaginarvi: navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione, e ho visto i raggi B balenare nel buio vicino alle porte di Tannhäuser. E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo, come lacrime nella pioggia. È tempo di morire.

Blade Runner, Rutger Hauer

Cos’è accaduto nello sguardo di Baty? Cos’ha visto? Come è riuscito a rompere la superficie del suo riflesso? All’inizio del monologo sembrerebbe sentirsi ancora forte nel suo narcisismo: ho visto cose che voi umani non potete nemmeno immaginare, cose grandiose, di un altro mondo, di un’altra bellezza, e questo guardare mi rende di gran lunga superiore a te, che hai dato la caccia soprattutto a questo sguardo. Ma nonostante questa grandezza, nonostante la mia potenza superi di gran lunga la tua, ora capisco che la morte ci accomuna. Ci rende minuscoli, impercettibili, perduti come lacrime nella pioggia. Noi piangiamo per il nostro dolore che ci appare insopportabile, ma ci commuoviamo anche per la nostra gioia. Così se la morte ci rende simili, deve accomunarci anche la vita. E accade di accorgersi che il nostro dolore e la nostra gioia non sono nulla se paragonati alla gioia e al dolore dell’intero universo. Quando Deckard si trova sospeso sul cornicione, tra lui e Baty non c’è più differenza di durata. Se il replicante allunga la mano è perché vede in Deckard quella vita potenziale che l’altro a differenza sua potrebbe vivere se qualcuno lo salva, o meglio se qualcuno lo desidera. Entrambi riescono a vedere quello che per tutto il corso del film avevano mancato. Deckard riconosce Roy come un altro essere vivente, Roy si accorge che la vita non si arresta alla sua potenza, c’è ancora qualcos’altro oltre il riflesso, qualcosa che vale la pena stringere. Hanno cambiato il loro sguardo, con gli occhi del replicante Deckard ha visto che la vita aveva lo stesso valore e così anche Roy con gli occhi di Deckard ha visto che c’era ancora vita e ha amato la vita dell’altro più di quanto amasse la propria ferita. Ha dimostrato al blade runner che si sbagliava. Ora lui può davvero scappare con Rachel e proteggerla dagli altri agenti che arriveranno per ucciderla. Rick e Roy si guardano per un’ultima volta. Ma, non più accecati, è come se si guardassero per la prima volta. 

Blade Runner cambiando lo sguardo

Viva il cinema

Il cinema ci offre la possibilità di vedere il mondo attraverso gli occhi degli altri, di esperire la realtà da una prospettiva diversa.

Slavo Zizek

Il cinema nacque prima di tutto come una questione di sguardo. Uno dei primi film dei Lumière, su un treno che arriva in stazione, generò scompiglio in sala: gli spettatori credettero che il treno avrebbe sfondato lo schermo e li avrebbe schiacciati. Avevano identificato la loro visione con la cinepresa. Stavano già sognando davanti a un oggetto reale come il treno; poi si imbatterono nel cinema di Méliès, che inventò il genere fantastico assieme a moltissimi effetti speciali. E da Méliès si arrivò, tempo dopo, a Blade Runner, un film che gioca con i nostri occhi anche se non ce ne accorgiamo. Per esempio, la scelta di una Los Angeles così piovosa, avvolta da fumo e nebbia, fu dovuta ai limiti delle scenografie. Non potendo costruire edifici così alti e futuristici, la pioggia e la nebbia avrebbero velato lo sguardo dello spettatore concentrandolo sul resto. Quando ci sediamo davanti allo schermo, se accettiamo questa magia, per circa due ore un regista sostituisce al nostro sguardo il suo. E lo sguardo di un regista è spesso contaminato da quello dei registi che lo hanno preceduto. Un film è fatto di tanti sguardi che si guardano. In Blade Runner, Scott utilizza l’effetto schüfftan, un omaggio a Metropolis (1927) di Fritz Lang, altro capostipite del cinema di fantascienza. L’effetto schüfftan, che prende il nome dal direttore della fotografia Eugen Scüfftan, consiste in uno specchio bi-riflettente che viene posto a 45 gradi rispetto alla macchina da presa, in modo da riprodurre il riflesso di oggetti e miniature poste di fronte nel fuori campo e che possono essere ingrandite. È l’effetto usato sull’occhio con cui comincia il film. Potrebbe identificarsi con l’occhio del regista, e quindi poi con il nostro di spettatori? Lo sguardo del regista ha messo in scena la sua visione, la visione di una porzione di mondo che si accorda con i suoi desideri, e noi abbiamo accettato di guardare per due ore con gli occhi di un altro. Per questo motivo, Wim Wenders sottolinea che il regista ha una grande responsabilità: «A ogni film, noi vediamo anche per gli altri».

Ma non c’è solo questo. Se vediamo con gli occhi di un altro, continuiamo a desiderare nel nostro sguardo. Se il film che abbiamo visto ci ha colpito, lo capiamo nel momento in cui siamo tornati ai nostri occhi, quando le luci della sala si riaccendono e sembra quasi di essersi svegliati da un sogno. All’inizio di Blade Runner, forse identificandoci con Deckard, non vedevamo nei replicanti che il nemico da sconfiggere, ma alla fine tutto è stato messo in discussione. Lo sguardo è stato elevato come simbolo non solo dell’umano, ma anche del post-umano. Dallo sguardo scocca la scintilla di fuoco che vediamo nell’occhio all’inizio del film, ed è la stessa scintilla che ci fa innamorare della vita. Il cinema offre agli spettatori un accesso privilegiato a quel fuoco. Il cinema può influenzare il desiderio degli spettatori, può spingerli a riflettere sulle loro esistenze, può raggiungere certe verità che altrimenti sarebbero nascoste o distorte dai mezzi tradizionali di rappresentazione. E si dimostra anche terapeutico: è un continuo confronto tra i desideri, desiderio dei personaggi, desiderio di un regista che presta lo sguardo, desiderio di uno spettatore che vuole lasciare la sala con qualcosa in più negli occhi. Allora, riprendendo una riflessione di Jean Starobinski nel L’occhio vivente, forse l’uomo nasce per questo destino che si è inventato. La sua felicità più alta non consisterebbe nella solitudine dell’atto di vedere né dell’energia del fare, ma nell’atto complesso del ‘far vedere’. 

Morire vuol dire solo non essere più visti.

Fernando Pessoa

Far vedere presuppone la presenza dell’altro e il potere del suo sguardo, perché in ogni atto volto a far vedere c’è anche un desiderio del soggetto di essere visto attraverso l’osservato. Roy nel suo monologo finale voleva che Deckard lo vedesse. Non era impresa facile perché Roy ha visto cose che Deckard nemmeno può immaginare. Restano solo le cose più vicine ai suoi occhi, lacrime. In quell’inquadratura finale della macchina morente è possibile vedere le lacrime distinte dalla pioggia? Roy voleva che Deckard lo vedesse perché lo sguardo è un’intima testimonianza del nostro passaggio, e finché ci sarà qualcuno pronto a conservare lo sguardo di chi non c’è più, l’assente continuerà a esistere in una forma inaccessibile agli occhi che vedono, ma non a quelli che sentono. Lontani anni luce dagli organi, legati da un filo d’argento di poesia. ♦︎


Illustrazioni di G

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