Con “I segni del cuore – CODA” di Siân Heder premiato come miglior film e le statuette a Will Smith e Jessica Chastain, la notte più celebre dell’anno è filata liscia come da pronostico (o quasi).

Difficile ricordare un’edizione degli Oscar così scontata in tempi recenti. Se ancora oggi c’è chi ha il dente avvelenato per assegnazioni più o meno improbabili (Leo diCaprio e Spike Lee ne sanno qualcosa), stanotte è davvero andato tutto come da copione, alla volemose bene.

A vincere la statuetta più ambita è stato I segni del cuore – CODA, pellicola all’insegna di un tema tanto delicato quanto commovente. Si sa, gli americani hanno il cuore tenero a intermittenza, e se non lo dimostrano nei conflitti internazionali, si rifanno volentieri con il cinema.

Delusione per Licorice Pizza di Paul Thomas Anderson, film all’insegna della leggerezza giovanile, girato magistralmente non proprio dall’ultimo arrivato. Meritava almeno una statuetta.

Lo stesso non si può dire di Dune di Denis Villeneuve, un po’ il Mad Max di quest’anno. Il kolossal targato Warner Bros. porta a casa ben 6 statuette in ambito tecnico, tra cui miglior colonna sonora. Peccato non aver visto Hans Zimmer ritirare il premio sul palco, assente durante la serata (ha condiviso poi un video su Instagram dove festeggia la statuetta in un bar di Amsterdam, con tanto di accappatoio e ciabatte; Hans è davvero nostrissimo).

Meno male che Will c’è, per salvare una Hollywood che si guarda allo specchio e non riesce più a confezionarsi come un tempo

La miglior regia va a Jane Campion per Il Potere del Cane, diventando così la prima donna ad essere nominata due volte per la miglior regia. Il film di per sé si fa rispettare, anche grazie ad un Benedict Cumberbatch in stato di grazia, d’altronde da lui cosa cosa ti vuoi aspettare? La vera sorpresa del film però è Kodi Smit – McPhee, già vincitore del Golden Globe e nominato agli Oscar come miglior attore non protagonista. A vederlo sembra quasi il figlio di Cumberbatch, probabile che sia sulla buona strada per assomigliargli anche nel talento.

Nulla da fare per Paolo Sorrentino sul fronte internazionale, È stata la mano di Dio è stato battuto dal meraviglioso Drive My Car, firmato dal regista giapponese Ryūsuke Hamaguchi, candidato inoltre tra i 10 migliori film (a gusto personale, ci sentiamo di dire che avrebbe meritato pure quello). Per quanto riguarda gli Oscar alla sceneggiature, i film vincitori sono rispettivamente Belfast di Kenneth Branagh (originale) e I segni del Cuore – CODA di Siân Heder, che si aggiudica così tre statuette.


I PREMI AGLI ATTORI

Sul piano attoriale, anche qui non ci sono state grandi sorprese. Ariana deBose si aggiudica il premio come migliore supporting per West Side Story: è la prima attrice apertamente lgbtq+ a vincere, nonché la seconda latina. Come miglior attore non protagonista, la statuetta va a Troy Kotsur per I segni del cuore – CODA (primo attore sordo nella storia). Il suo discorso portato avanti con il linguaggio dei segni è a mani basse il momento più toccante della serata, seguito da uno scroscio di applausi silenziosi da parte della platea.

I migliori attori protagonisti sono invece Jessica Chastain per Gli occhi di Tammy Faye e Will Smith per Una famiglia vincente – King Richard. Già proprio quel Will Smith che volente o nolente è diventato a suo discapito il vero mattatore della serata (che rischiava di farci addormentare, vista la scontatezza imperante). Avremmo tanto voluto scrivere del toccante discorso di ringraziamento che ha riservato dopo la premiazione, passato in secondo piano per colpa (o grazie, direbbe lo share) di un episodio destinato a entrare di diritto nella storia della televisione.

L’EPISODIO

Durante un intermezzo comico del dissacrante Chris Rock, questi pensa bene di rifilare una battuta di pessimo gusto nei confronti di Jada Pinkett Smith – “ti prepari per Soldato Jane 2?” – scatenando l’ira funesta del principe di Bel Air seguita da una cinquina memorabile ai danni del poveretto. “Tieni il nome di mia moglie fuori dalla tua fottuta bocca”, questa l’espressione colorita con cui King Will ha chiuso la faccenda, in mezzo a un assurdo clima di tensione difficile da immaginare nel tempio hollywoodiano per eccellenza.

Con le conseguenti scuse al momento del discorso di ringraziamento, c’è poco da dire: neanche il migliore dei mic drop avrebbe potuto eguagliare il momento in cui la realtà irrompe a forza nel grande salotto televisivo addobbato ad hoc per una serata che nessuno avrebbe etichettato come memorabile.

Meno male che Will c’è, verrebbe da dire, per salvare una Hollywood che si guarda allo specchio e non riesce più a confezionarsi come un tempo, lasciando spazio a un amaro disincanto.

Alla faccia di Chris Rock (in tutti i sensi).


Giorgio Rolfi
26 anni, di cui 19 trascorsi nella musica.  Cinema, videogames e dipendenza da festa completano un carattere non facile, ma unico nel suo genere... Ah, dimenticavo, l'umiltà non è il mio forte. 

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