Il 15 maggio le bombe israeliane si sono abbattute sulla sede di Gaza dell’emittente araba Al Jazeera

Dapprima il boato assordante dell’esplosione. Poi il rumore continuo delle mura che si spezzano, che si frantumano e crollano al suolo, accompagnato dalla vista dell’immensa nube di polvere con la quale le macerie si disperdono nell’aria tutto intorno. E il nero fumo dell’incendio divampato tra ciò che resta di quello che un tempo era un palazzo, ad avvolgere la scena, il suo acre odore a penetrare dalle narici per giungere ai polmoni in un abbraccio soffocante, la vista appannata, gli occhi che bruciano come investiti da una pioggia di aghi.
Queste le immagini che gli operatori hanno filmato dalle stanze dei palazzi di fronte.
Questa la scena descritta dai giornalisti di Al Jazeera mentre assistevano alla distruzione della loro sede, la voce, per una volta, non così ferma e asettica, ma rotta dal tremore provocato dalla rabbia e dalla frustrazione per la scena alla quale stavano assistendo. Per una volta troppi erano i legami con quel luogo perché i reporter potessero rimanere neutri, indifferenti, sordi ai sentimenti che ribollivano dentro di loro.
Sono le ore 14 di sabato 15 maggio quando le bombe sganciate dai cacciabombardieri di Israele calano come falchi sulla loro preda e abbattono il palazzo dove aveva la sua sede a Gaza l’emittente araba Al Jazeera.
Un freddo sms, inviato dalle stesse forze israeliane, aveva allertato il proprietario dell’immobile, avvisandolo di ciò che sarebbe accaduto e dando, così, il tempo ai giornalisti di abbandonare le loro postazioni, i computer ancora accesi, le frasi degli articoli che stavano scrivendo lasciate a metà, le parole troncate che attendono ancora adesso di essere terminate. Un solo messaggio, un araldo annunciatore della morte.

Il palazzo sede di Al Jazeera che esplode

Non è intenzione di Israele mietere troppe vittime civili. Ne infangherebbe eccessivamente la reputazione di fronte agli alleati internazionali e rovinerebbe la sua figura, già di per sé non più così chiara, di vittima di questo eterno conflitto.
La ragione ufficiale del bombardamento alla sede di Al Jazeera addotta da Netanyahu è stata che all’interno del palazzo erano ospitati guerriglieri di Hamas e lo stesso edificio veniva utilizzato dall’esercito palestinese come base dalla quale pianificare attacchi.
La motivazione non espressa, celata dietro queste affermazioni, è che l’emittente televisiva poteva rappresentare un prezioso strumento di propaganda per attirare sempre più palestinesi alla causa di Hamas e infervorare anche quelli maggiormente integrati all’interno dello Stato di Israele, fomentando ancor più il già elevato rischio di una guerra civile. Oltre che spingere anche l’opinione internazionale, non più così affiatata nel difendere gli israeliani a spada tratta, a pendere dalla parte opposta della bilancia.
La vicinanza di Al Jazeera ai palestinesi e alla Fratellanza Araba, quindi a movimenti piuttosto estremisti, non è una novità.
Ma è veramente di parte l’opinione espressa dai giornalisti di questa emittente rispetto a quanto sta accadendo a Gaza? Veramente distorta dalla loro vicinanza ad Hamas? O semplicemente pericolosa per Israele perché tenta di vedere le cose con occhi distaccati, senza lasciarsi trascinare in un cieco sostenimento della causa di Netanyahu e compagni?
È stato veramente distrutto un pericoloso punto di raccolta di armi e soldati dei terroristi islamici o è stato colpito l’ennesimo palazzo civile vittima di una guerra il cui termine pare irraggiungibile, eretto su una terra condannata a non vedere mai la pace?

Un’ironica sorte si è scagliata contro i giornalisti di Al Jazeera se si pensa a quale ruolo di primo piano i mass media abbiano ricoperto fin dal principio nella guerra israelo-palestinese, sfruttati da entrambi gli schieramenti come armi in entrambe le Intifada, seppur con esiti diversi.
Durante il 1987, in occasione della Prima Intifada, a vincere lo scontro mediatico fu, di fatto, il popolo palestinese, il quale riuscì, da un lato, a mettersi in mostra di fronte alla comunità internazionale e a far sentire la sua presenza con atti terroristici di varia portata, e, dall’altro lato, a richiamare sempre più persone alla sua causa. Allo stesso tempo riuscì anche a inquadrare il conflitto come una questione politica riguardante principalmente i diritti dei palestinesi, i quali si erano visti invasi e scacciati dal loro territorio dopo l’avvento degli israeliani. Questa nuova raffigurazione della guerra fece, in parte, crollare la figura di Israele, da sempre visto come unica vittima dello scontro. Gli israeliani erano riusciti, infatti, anche attraverso uno strategico utilizzo dei mass media, a distogliere completamente l’attenzione dal popolo palestinese, fino a rinnegarne l’esistenza, a cancellarlo, rendendo vacua ogni sua pretesa di costituire una Nazione. Questo fu possibile dipingendo il conflitto come una questione più di interesse religioso ed etnico e sottolineando il coinvolgimento di altri Paesi e popoli arabi. La guerra era, quindi, vista come uno scontro fra Israele e il mondo arabo, mentre i palestinesi erano relegati in secondo piano.


Questa immagine si ripresenta con la Seconda Intifada, causa, anche, il maggior peso di azioni terroristiche da parte di Hamas e del Jihad islamico. Inoltre il nuovo conflitto fu causato dalla camminata del Premier israeliano Sharon sui luoghi santi dei musulmani, in primi la moschea di al Aqsa. Questo portò ancor più la comunità internazionale a vedere la guerra come una questione religiosa ed estesa a tutto il mondo arabo, essendo chiamati a difesa dei loro luoghi sacri e dei diritti dei loro fratelli palestinesi tutte le popolazioni arabe. La stessa Al Jazeera contribuì molto a risvegliare il fervore dei Paesi vicini perchè accorressero in aiuto dei palestinesi, ma questo provocò, per contro, la loro sconfitta a livello mediatico, facendo nuovamente calare il sipario su di loro e rendendo disinteressato il resto del Mondo ai loro diritti. La guerra non era, infatti, nuovamente più vista come una questione principalmente politica fra Palestina ed Israele, e la prima veniva dimenticata, affondata nella generalità del mare degli Stati islamici.
Di mezzo gli Accordi di Camp David, esempio fondamentale di macchinazione mediatica e disinformazione utilizzata da Stati Uniti e Israele nella speranza di giungere finalmente ad una soluzione pacifica del conflitto, ma rivelatasi, al contrario, fallimentare.

La preoccupazione maggiore dei due leader giunti negli USA, l’israeliano Barak e il palestinese Arafat, era infatti che la colpa di un eventuale fallimento non ricadesse sul loro rispettivo popolo, ed entrambi avevano messo in atto anticipatamente la loro strategia mediatica per evitare che ciò avvenisse. Arafat si era fatto promettere dal presidente americano Clinton, mediatore fra i due contendenti, che in ogni caso la colpa del fallimento non sarebbe stata fatta ricadere sui palestinesi. Barak aveva, dal suo canto, stanziato numerosi esperti di comunicazione israeliani intorno a Camp David, con il compito di portare avanti una campagna di informazione favorevole a Isarele (De Angelis Enrico, Guerra e Mass Media).

Al termine dell’incontro, dal quale non si era giunti ad un accordo, il presidente Clinton non mantenne fede alla promessa e lasciò intendere che ai palestinesi era stata fatta l’offerta migliore e che il fallimento del summit era dovuto fondamentalmente a loro, nella speranza di rafforzare la figura di Barak e favorirne la rielezione nei mesi successivi, per poter contare ancora sul suo appoggio nel portare avanti il progetto di pace fra i due popoli. Come si è visto la strategia si rivelò errata e il suo risultato fu piuttosto quello di infangare ulteriormente la reputazione dei mezzi di comunicazione, mostrandoli una volta ancora corrotti e menzogneri.

Se siano corrette le accuse del governo israeliano nei confronti di Al Jazeera non si può affermare con certezza.

La cosa certa è che l’abbattimento della sede di Gaza dell’emittente araba è stato l’ennesimo duro colpo inferto all’informazione e non può che causare una perdita di oggettività delle notizie che giungono al resto del mondo e l’oscuramento di un punto di vista diverso da quello di chi è dominante in questo momento. Un annichilimento di parte dell’informazione che non può che provocarne la morte nel suo complesso. Solo con l’assimilazione di tutte le sfaccettature di una questione e di tutti i possibili modi di vedere e pensare si può costruire la vera cultura.

Emanuele Ligorio
Laureato in economia, con un forte interesse per la storia e la geopolitica. Gran appassionato di arti marziali, escursionismo, corsa, bici e dedito allo sport a tempo pieno. Il resto della giornata lo dedico, oltre che al lavoro da impiegato, agli altri miei hobby, la lettura, la scrittura e la cura del frutteto di famiglia. Se vi state chiedendo come fanno a bastarmi 24 ore per fare tutto...la risposta è che non mi bastano.

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