A 13 anni dal primo capitolo James Cameron ritorna su Pandora per esplorarne gli abissi più profondi e rivelarne le meraviglie nascoste. Jake, ormai integrato nella società Na’vi tanto da essere capoclan della tribù Omaticaya, vive con Neytiri e i suoi 3 figli in tranquillità. Il ritorno del colonnello Miles Quarick, clonato in un corpo Na’vi, costringe la famiglia a chiedere rifugio al clan della barriera corallina Metkayna. Qui i “Sully” apprendono i segreti delle acque di Pandora per poter fronteggiare gli umani capitanati dalla vecchia nemesi di Jake.

Questo mondo fantastico acquista così un ulteriore livello di spessore. Se prima i protagonisti dominavano la terra e il cielo, ora devono confrontarsi con l’oceano e le sue creature e imparare a conoscerle. L’universo da esplorare si espande e l’attenzione posta verso il nucleo famigliare, cuore del film, penetra l’intimità dei protagonisti conferendo ulteriore tridimensionalità all’opera. Cameron ripropone il tema dell’adattamento, portando avanti il discorso sulla potenza della tecnologia 3D, già cardini del capitolo precedente.

UN EXCURSUS – NECESSARIO – SUL PRIMO CAPITOLO

Avatar era una descrizione metaforica dello spettatore che si adatta al 3D. Jake Sully, invalido costretto all’immobilità, che si proietta in un corpo-altro, un avatar appunto, rispecchia la condizione di chi è seduto a guardare il film. Questo nuovo corpo è quello di un superuomo, in cui ogni sensazione psicofisica appare potenziata all’interno di un mondo dove la tecnologia è naturalizzata. Se un albero di Pandora muore tutti i Na’vi provano dolore, come se fossero connessi in un gigantesco World Wide Web. I riti iniziatici che Jake affronta per farsi accettare dai Na’vi rappresentavano l’invito di Cameron ad accogliere l’occhiale 3D come una naturale estensione del sé. La sequenza in cui Jake riesce a cavalcare l’Ikran e a esperire finalmente del suo nuovo corpo in tutte le sue potenzialità è emblematica. La tecnologia del film è, a livello quasi subliminale, completamente organicizzata dalla sua narrazione.

In questa lettura metacinematografica gli umani-villain raffigurano le grandi major hollywoodiane che oppongono resistenza alla nuova simbiosi uomo-macchina, perché ancorati ai vecchi modelli di sfruttamento. Con un atteggiamento colonizzatore e parassitario, gli umani s’infiltrano sotto mentite spoglie nel Nuovo Mondo per rubarne le materie prime senza comprenderne le potenzialità. L’estraneo, lo sconosciuto e l’esotico sono relegati a un primitivo ma affascinante Terzo Mondo, simulacrum creato per affermare la superiorità d’un fantasmatico Primo Mondo Capitalista. Ciò riflette l’atteggiamento diffidente all’entrata di nuove tecnologie nel panorama socio-economico, i cui innesti terrorizzano l’industria perché impongono una riformulazione dei modelli produttivi esistenti.

Avatar (2009) ha contribuito a formare il panorama cinematografico odierno, iper-saturo di mega-film blockbuster pieni di effetti speciali. Inoltre l’enorme incasso ottenuto ha portato le produzioni successive a fagocitarne e assorbirne le innovazioni tecnologiche.

AVATAR 2: SOVRASCRITTURA ED ESTENSIONE DEL PRIMO FILM

Ora più che di sequel si potrebbe parlare di un Avatar 1.2. Nel comporre la sceneggiatura Cameron riprende la stessa ossatura del film precedente, riproponendone momenti salienti e snodi narrativi, ma rivoltandone i nuclei tematici e ideologici.  Questo secondo capitolo sembra quasi uno studio-saggio in appendice al primo. La storia e i dialoghi rimangono articolati in una griglia aperta. Le parole si riducono a tagline pubblicitarie e frasi a effetto, dove i Na’vi sono un’incarnazione archetipica di una minoranza minacciata. Tutto contribuisce a creare un recipiente talmente ampio da raccogliere qualsiasi tipologia di pubblico.

Jake si è perfettamente adattato alla sua nuova vita, prima “virtuale” ora completamente “reale”, come il pubblico ormai è abituato a fruire delle tecnologie digitali. La stessa audience che ogni giorno è circondata da kolossal cinematografici. La migrazione dei Sully verso i Metkayna, come la loro disposizione a impararne usi e costumi, esemplifica la volontà del film d’inserirsi nell’amalgama-blockbuster contemporaneo. Lo stupore pionieristico della scoperta del primo film è sostituito dal piacere dell’esplorazione di nuovi confini identitari. Il tema della migrazione e dello spostamento verso territori sconosciuti, dell’espansione del mondo che è possibile esperire è il pretesto per “franchiseizzare” l’opera originale. Qui l’avventurarsi in luoghi nuovi, popolati da etnie differenti, significa sondare e appropriarsi delle possibilità offerte dalle meccaniche che governano l’ipertesto dei moderni film spettacolari.

RIESUMARE MILES QUARICH: FILOSOFIA DI UN VILLAIN

Si può dire che la sconfitta degli umani da parte dei Na’vi nel primo film sancì la vittoria di Cameron sulle grandi major.  Sembra paradossale dato che sono state le gigantesche potenze produttive a permettere l’esistenza di un progetto di queste dimensioni. Inoltre se il primo era una produzione Fox, questa è divenuta proprietà Disney durante la lavorazione del sequel. Così il film è stato cullato dalle mani d’un gigante per crescere e maturare nel caloroso abbraccio del colosso più grande della fabbrica dei sogni.

Applicando un’ulteriore stratificazione alla lettura data al primo film, si prenda Jake Sully come un avatar del regista stesso, James Cameron. Con questa sostituzione il film “originale” si trasforma nella storia d’un autore a cui l’industria fornisce incredibili risorse per realizzare qualcosa che la alimenti. L’autore capendo la potenzialità di questi beni ingaggia una battaglia contro le forze demo-mediocrizzanti dell’industria finendo così per ridefinirla dall’interno. Il film si trasforma nel racconto del conflitto tra tensioni produttive e visione autoriale, il cui trionfo è auto-convalidato dal regista stesso nel finale.

È estremamente significativo che il colonnello Miles Quarich risorga in un corpo Na’vi, esemplificando quanto l’industria sia uscita radicalmente cambiata dal film del 2009. Ed è interessante che la sua riesumazione metta in moto una struttura a inseguimento ingabbiata nel montaggio alternato, fungendo da pretesto all’esistenza della narrazione. Qui il villain ripercorre le tappe affrontate da Jake in precedenza. Anche Quarich doma l’Ikran, ma la scena sembra ritrarre un atto di violenza o bracconaggio ben distante dall’iniziazione entusiastica e spettacolare di Jake. Pure l’industria esplora le possibilità offerte da questo nuovo ipertesto ma con un atteggiamento usurpatore e conservatore. Il film riflette il suo processo di lavorazione, dove il conflitto produzione/autore permea la tensione tra riproposizione/innovazione su cui si articolano i sequel.

SPIDER: MAI NATO, MA SEMPRE ESISTITO

La resurrezione di Quarich, il suo riapparire in forma simulacrale, denuncia la nascita del film come prettamente artificiale e industriale. Il pretesto è debole ma tanto basta a innescare grandi momenti di spettacolo. Di per sé l’originale era un’opera chiusa in sé stessa, che non necessitava di ulteriori approfondimenti. Questo “primo sequel” sovrascrive il suo testo di base, creando ponti e connessioni fittizie, tanto da divenire un’entità ectoplasmatica a sé stante. Spider è il figlio del colonnello Miles, nato e cresciuto su Pandora, ha sempre vissuto coi Na’vi. Il personaggio è presentato in un video-documento, che mostra il bambino scorrazzare nei laboratori, ma di lui nel film precedente non c’è traccia. Lui ha la funzione di reiterare il conflitto tra produttore/autore, facendo da ponte tra le due fazioni dell’inseguimento. Da una parte Jake/Cameron indaga nuovi aspetti del mondo, dall’altra Quarich/Disney tenta di stargli dietro per un fine prettamente utilitaristico.

Questo ragazzetto mai nato, ma sempre esistito, rinvia la conclusione del conflitto ai prossimi seguiti. Cresciuto tra i Na’vi, nell’affetto della visione autoriale di Cameron, ma nato per ragioni tecnico-industriali (Miles), Spider sancisce il matrimonio tra regista e major. Il finale non ribadisce il trionfo dell’autorialità, ma lascia la questione in sospeso. Il film si denuncia come ibrido, frutto di un eterno compromesso, delineandosi prima come grande operazione, che un grande film. Se Avatar 2 sia o meno grande cinema sarà il tempo a dirlo, nel frattempo si può godere del grande spettacolo pirotecnico.

JAMES CAMERON, LA VIA DELL’ACQUA E IL CINEMA

Si dice che un autore in un modo e nell’altro faccia sempre lo stesso film. Nell’ultimo atto di Avatar 2 oltre che il mare, ossessione di Cameron, c’è anche una nave che sta per trasformarsi in un relitto, affondando lentamente. Impossibile non pensare a Titanic e, scavando ancora un po’ indietro nel tempo, a Piranha Paura, b-movie che segnò il suo esordio come regista.

Sul set di quest’horror a basso costo su dei pesci assassini, il futuro regista di Terminator fu licenziato dopo pochi giorni di riprese. Cameron, prima lavorava come creatore di effetti speciali per il leggendario Roger Corman: sotto la sua ala hanno esordito Coppola, Scorsese, Nicholson e molti altri. Questi lo avrebbe altamente caldeggiato al produttore egiziano Ovidio G. Assonitis perché gli venisse affidata la regia del film. Piranha Paura doveva essere girato in fretta e furia per i pochi soldi a disposizione e, di conseguenza, il tempo limitato per le riprese. Ma Cameron ritardò tutti i tempi di produzione, ossessionato dal voler attendere la luce giusta e le onde giuste per riprendere il mare. Così Assonitis lo licenziò e finì per completare lui stesso il film. Credo (e qui ora si va in una riflessione completamente personale) che questa fu una scottatura atroce per Cameron.

RIVALSA E MEGALOMANIA

Mi piace pensare che tutti i mega-film da lui diretti dopo questo sfortunato esordio siano una sorta di rivalsa nei confronti di quella disavventura. Nella prima scena di Piranha Paura (e sono sicuro al 99,999% sia firmata da Cameron) una coppia in muta da sub esplora i fondali marini. Il ragazzo e la ragazza arrivano a scoprire un gigantesco relitto adagiato nel punto più profondo del mare. Entrano nella nave arrugginita e ne visitano gli ambienti. Dopo pochi minuti ai due viene la brillante idea di fare “sesso subacqueo” all’interno dell’imbarcazione fatiscente. Si spogliano e passandosi a turno il bocchino per riempirsi di ossigeno cominciano a fare l’amore, finendo divorati da famelici piranha nel punto culminante dell’atto. Ora, il film s’intitola Piranha Paura e nel momento in cui vedi i due stupidi innamorati si sa già che fine faranno.

Non è questa la stessa meccanica su cui si basa Titanic? Due innamorati su una barca destinata ad affondare, lo spettatore sa già che, inevitabilmente, la storia finirà malissimo. In una lettura sintomatica si può vedere tutta la carriera successiva di Cameron come riscrittura di questa sequenza, in modo sempre più articolato e sovrastrutturato. Oltre che a Titanic, si pensi anche a The Abyss e a quest’ultimo Avatar 2.

Luca Delpiano
Vedo Film e ogni tanto ne scrivo. A volte faccio cose che si possono guardare. Morirò.

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