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Una generazione intera è unita da un sentimento condiviso: la nostalgia per il passato. Il presente? È solo un ricordo (anche un po’ sbiadito)

C’è un’immagine che più di ogni altra riassume lo spirito analogico. Riguardando le foto rintracciabili in rete del Live Aid, il megaconcerto a scopo benefico, diventato poi leggendario, svoltosi al Wembley Stadium di Londra nel 1985, è impossibile non restare colpiti da un fatto che salta subito all’occhio contemporaneo. Ad aspettare le esibizioni dei big del decennio, primi fra tutti i Queen, che in quell’occasione regaleranno la performance più straordinaria della loro carriera, ci sono 72.000 persone. Riempiono lo stadio in una folla, fittissima, distribuita in modo omogeneo. Vibrano, ballano, cantano assieme. Osservandoli ora, col senso del tempo, ci sembra però che manchi qualcosa: nessuno di loro sta filmando quel momento. Pochissime le macchine fotografiche che svettano sulle teste puntate verso lo striscione appeso sul palcoscenico che recita: Feed the world. Può sembrare anacronistico ma viene da chiederselo: dove sono i cellulari tenuti alti nel cielo? Per fortuna non ci sono, non ancora. Senza telefoni in mano, quelle persone sono semplicemente lì, presenti. Quel momento, irripetibile, non sta accadendo da nessuna altra parte che insieme a loro, con e per loro. Nessuno sta pensando di riviverlo. Il mondo analogico era questo.

Non c’è esempio migliore per descrivere il mondo prima dell’avvento del digitale. Adesso, vivere un momento per una volta sola non ci basta più, e così ci sembra di salvare l’esperienza umana. Le gallerie dei nostri telefoni sono invase di video che abbiamo registrato per paura di perderci il momento, in preda a una FOMO inspiegabile. La maggior parte di quei video, lo sappiamo, non la riguarderemo mai. È così che al di là del dato puramente tecnico, analogico e digitale sono diventati nel corso degli anni due distinti approcci per intendere la vita. E soprattutto in questo momento storico, in cui la controtendenza, segnata da un ritorno di strumenti come vinili, videocassette, polaroid, ha reso l’analogico più vivo che mai, viene da chiedersi se insieme alle vecchie macchine fotografiche con i rullini non si voglia ripristinare anche qualcos’altro: il vecchio modo di vivere. Quando ci si concedeva il coraggio di affidarsi alla memoria, facoltà umana e fallibile, e si aveva il lusso di vivere qualcosa una volta sola e forse, perché no, anche di dimenticare.

La coppia antinomica

Riavvolgere il nastro di una cassetta, entrare in un negozio di dischi, aspettare di tornare a casa dalle vacanze prima di far sviluppare un rullino. Sembrano gesti obsoleti e per certi versi lo sono. Ma quanto ci mancano? Appartengono a un’epica di azioni che ci ha riguardato poco se non affatto: sono giunti a noi attraverso il racconto di altri, magari dei nostri genitori, o semplicemente di chi è più grande, o per lo meno abbastanza da averli potuti testimoniare. Il paradosso è proprio questo: da dove arriva questa nostalgia per un mondo pre-digitale, che ci è stato raccontato da altri ma di cui non abbiamo ricordo?

In origine c’erano uno 0 e un 1, due caratteri, un unico linguaggio. È stata la rivoluzione. Il linguaggio binario ha cambiato il nostro modo di vivere: è ciò che ci permette di essere iperconnessi ed è alla base della società digitale. Dalle reti telefoniche, a quelle televisive, fino alla fotografia: negli ultimi vent’anni si è assistito a un processo di digitalizzazione di massa che non ha lasciato dubbi alla direzione che sta prendendo il mondo.
È successo tutto nel giro di pochi anni, quando vecchio e nuovo mondo, analogico e digitale, la coppia antinomica per eccellenza, si sono passati la staffetta. Adesso che i siti streaming per film e musica stanno spopolando e che Instagram è diventato virale, tutto si è trasformato e il leitmotiv è solo uno: la velocità. Ecco che l’analogico non è più solo uno strumento, è diventato un vero e proprio modo di vivere, che ci sta facendo riscoprire qualcosa di cui tutti ci siamo un po’ dimenticati, la lentezza. Certo, è innegabile ammettere che la digitalizzazione, in particolare della musica, sia un vantaggio incredibile: spesso ci dimentichiamo che con Spotify o altre piattaforme, possiamo usufruire quando vogliamo di un repertorio musicale universale, come se possedessimo tutti i cd in commercio e potessimo scegliere a nostro piacimento quale mettere in qualunque parte del mondo ci troviamo. L’essenziale è che sia tutto fast. Sempre seguendo questo principio dieci anni fa Instagram ha iniziato ad acquisire sempre più popolarità: fare una foto non ci basta, vogliamo vederla subito. Perché? Perché dobbiamo postarla, mandarla sul gruppo whatsapp all’amica che non c’era, farla girare il prima possibile. La fotografia, del resto, è un hobby, o meglio un’esigenza, alla portata di tutti: basta avere uno smartphone e con tocco è possibile immortalare un momento per sempre, anche ad alta definizione. Nell’ultimo decennio, parallelamente allo sviluppo di Instagram, il lancio di smartphone con fotocamere avanzate non ha fatto altro che favorire la fruizione di contenuti rapidi. Forse è proprio questo il problema: possiamo avere tutto e subito. Dov’è finita la magia? È proprio da qui che nasce l’inversione di tendenza che partendo dal linguaggio dei social si è diffuso nel sentire comune. Dopo il boom degli anni ’10, e anche in seguito alle recenti vicende di cronaca, si sta registrando un’inversione di tendenza: le persone si sono accorte che con i social hanno rischiato di eliminare una parte del proprio mistero. C’era chi non ha mai smesso, c’è invece chi ha iniziato ora: scattare le foto su supporto analogico richiede una lentezza che avevamo dimenticato. Saper usare il supporto, assistere al processo di sviluppo, aspettare il risultato finale. Chi chiede se sia meglio scattare in digitale o analogico è come se stesse chiedendo se è meglio la pittura o la scultura. Sono due arti che, procedendo parallele, non potranno mai essere superate.

Storicizzare

Quando nel 2012 la Kodak, l’azienda nota per le produzioni di pellicole fotografiche, dichiara bancarotta sembra ufficiale: non era servito aver previsto e studiato negli anni ’80 l’impatto che il digitale avrebbe potuto avere sull’analogico, e l’azienda nel 2009 in seguito al boom delle macchine fotografiche digitali si vede costretta a smettere di produrre rullini. Sembra essere il tramonto dell’era analogica. Ma non per molto. Neanche dieci anni dopo tutto ciò che qualche anno prima sembrava caduto nel dimenticatoio ritorna sul mercato. Kodak riprende a vendere rullini. Come se la crescita dei social e dei nuovi prodotti tech fossero stati direttamente proporzionali a una regressione analogica. Cosa ci spaventa del futuro? Su TikTok alcuni dei video con più visualizzazioni degli ultimi mesi sono raccolti sotto l’hashtag anglosassone #nostalgia. Uno di questi è un POV dal titolo Sounds every 2000s kid knows, in cui sono raccolti alcuni suoni che con nostaglia evocano i ricordi d’infanzia di chi è cresciuto in quegli anni: il suono del video contro la pirateria a inizio dvd, il motivetto della pubblicità home video di Disney, il suono di apertura dell’X-box, i jingle di alcune case di produzione, come le note di piano della Warner Bros. La passione di TikTok per la vena nostalgica ha favorito la creazione di contenuti che tendono a storicizzare il passato, spesso pericolosamente vicino.

«Siamo in un’epoca in cui ciò che c’è stato, non c’è più, e ciò che ci sarà, non c’è ancora». Certo, la Gen Z non ha vissuto Waterloo ma nemmeno Alfred de Musset, che era troppo piccolo per ricordarsela: quando scrive questa frase però sta vivendo le conseguenze di quella sconfitta e della conseguente fine del sogno napoleonico, che ha cambiato per sempre il suo mondo. Nelle sue Confessioni di un figlio del secolo è vittima di uno smarrimento peggiore di chi Waterloo l’aveva combattuta, magari sopravvivendogli. Quella di Musset e dei suoi contemporanei è una ferita inconscia, quasi quanto quella che l’11 settembre ha lasciato sulla Gen Z, che l’ha vissuta a posteriori. Il ritorno all’analogico diventa quindi un atto di rivolta, una necessità di regressione a un mondo pre-digitale ma anche un mondo pre-crisi del 2008, un mondo per certi versi più controverso e decisamente politically uncorrect ma che si è salvato rispetto al nostro, perché ignaro di tutto ciò che sarebbe successo dopo. Certo il mondo pre-digitale corrisponde anche a un mondo più ingenuo e meno responsabile, completamente lontano dalle campagne di sensibilizzazione su temi fondamentali come il biologico, il cambiamento climatico e diritti della comunità LGBTIQ+. Era un mondo diverso, addormentato, descritto magistralmente nella satira di Ottessa Moshfegh, My year of rest and relaxation.

nostalgia analogica
Nostalgia analogica. Perché il digitale non ci basta?

You’ve got mail

È iniziato tutto dal Millennium bug. Gli anni ’90 non sono ancora finiti e il 2001, con quel suo terribile 11 settembre, non è ancora iniziato. Il mondo occidentale vive a cavallo tra i due millenni in un momento di passaggio epocale. L’indizio che qualcosa stia cambiando ce lo forniscono i film di quegli anni, quelli che sono entrati nell’immaginario pop. C’è qualcosa di terribilmente ingenuo in quelle rappresentazioni. Ma allo stesso tempo così spensierato e, in un certo senso, rassicurante, che ci fa venire voglia di tornare indietro. Adesso che anche la moda sta riprendendo spunto da quegli anni sembra impossibile non chiedersi perché ci attraggano così tanto.

Quando Nora Ephron inizia a scrivere la sceneggiatura di una delle rom-com più appaganti di sempre, non sa ancora che il prodotto finito lascerà un’eredità importantissima, molto distante dalle altre commedie romantiche da manuale presenti sul mercato. You’ve got mail esce al cinema alla fine degli anni ’90 e passa inosservata: sembra essere, per gli spettatori dell’epoca, niente di più di una tipica commedia brillante, con Meg Ryan, Tom Hanks, e il tanto atteso lieto fine. Ma attenzione: la penna di Nora Ephron non lascia spazio a momenti strappalacrime, è lei ad aver scritto qualche anno prima Harry ti presento Sally e la sua sagacia è perfetta per smorzare i toni zuccherosi che rischiano di cadere nei cliché. Perciò non bisogna stupirsi se dietro ai fotogrammi che ritraggono una New York bellissima ed estremamente romanticizzata, fatta di giardini d’autunno, librerie polverose, caffè di Starbucks e rullini Kodak, (tutto ciò che oggi potrebbe benissimo comporre la hot girl summer), la Ephron sia stata in grado di superare la formula richiesta dai capi della Warner per la rom-com dal facile successo al botteghino.

Il merito della regista è stato, infatti, un altro: decodificare il senso del suo tempo, e saperlo tradurre in un sentimento che oggi, nell’era della nostalgia analogica, non potrebbe essere più attuale. I due protagonisti infatti non sono altro che una grande metafora dei due mondi, analogico e digitale, arrivati ad un inevitabile epilogo: lo scontro. Ma chi vincerà? Kathleen (Meg Ryan) è la proprietaria di una piccola libreria indipendente; Joe (Tom Hanks) è il figlio del capo di una grossa catena di librerie. Lo scontro tra vecchio e nuovo mondo non potrebbe essere più chiaro di così. Il concetto di analogico infatti smette di riguardare solo le macchine fotografiche con i rullini e le vecchie televisioni con il tubo catodico e inizia a diventare uno stile di vita. Quella vita che ci appare perduta e che Kathleen perde quando la sua libreria di quartiere, The shop around the corner, deve essere chiusa. «Stiamo assistendo alla fine della civiltà occidentale per come l’abbiamo conosciuta» dice in una delle prime battute del film il personaggio interpretato da Greg Kinnear; poi chiede a Kathleen aka Meg Ryan quali siano, secondo lei, i vantaggi della tecnologia. Lei gli risponde, con un esempio di ironia alla Ephron: «La plastica». In una sola battuta c’è tutto ciò che, a distanza di venticinque anni riguarda anche noi: la fine della fiducia positivista nell’avanzamento tecnologico, che aveva caratterizzato il sentiment della prima ondata, e l’inizio di una diffidenza destinata a crescere sempre di più e che ci ha portato qui, a romanticizzare anni che non abbiamo mai vissuto e che non sappiamo come siano stati in realtà, ma che è così appagante immaginare. ♦︎


Illustrazione di Viviana Furlani

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