il battesimo all’Ariston fonte di polemiche

Il battesimo sul palco di Sanremo, la presenza di un coro Gospel, la voluta provocatorietà dell’esibizione: ecco gli ingredienti più saporiti dell’esibizione di Achille Lauro. Il cantautore è riuscito a scomodare -mossa peraltro non difficilissima- il vescovo Suetta che risponde all’esibizione “Domenica” con un comunicato dai toni piuttosto duri.

Sembrerà strano al lettore che un prete si discosti da una posizione ferma come quella del presule; mi discosto dallo stile, insieme ai contenuti citati. Credo che sia accaduto un misunderstanding enorme come una casa. Prendo distanza da da questo perché posizione presa rispetto ad un fatto; poi l’arte -e la musica ne è una forma- è comunicazione. La Bibbia non insegna forse che non si può chiedere al testo ciò a cui il testo stesso non può rispondere?

Mi sono invece chiesto che cosa Achille Lauro ci stesse dicendo con il suo battesimo a Sanremo. Una domanda, questa, che oggi nessuno si fa di fronte ad una provocazione: ci si urla addosso, si scrivono comunicati, si alzano muri. Chi però oggi è ormai disposto alla sfida di ascoltare l’unicità dell’altro, più che rimarcare la diversità di posizioni?

Lauro attinge al patrimonio del sacro: non è per sua natura esclusivo, ma inclusivo; non è possesso del polo museale cattolico, ma dono offerto, strumento donato all’uomo per vivere un legame di alleanza con il divino, con Dio. Gli elementi che si susseguono con rapidità e intensità rimangono vivi nella memoria. L’acqua scorre sul viso, il corpo in vista è accompagnato da una sensualità non implicita a cui siamo fin troppo abituati; il coro Gospel incornicia un’opera d’arte. Di fronte a questo lo spettatore non rimane indifferente ma ma è coinvolto interamente in quell’esperienza.

C’è un godimento nella domenica di Achille Lauro e lo fa cantare in un modo spensierato e profondo. Anche noi avremmo bisogno di godere a quella maniera ma ci soddisfiamo in modo molto puntuale nella compensazione esclusivamente genitale o sessuale. Non c’è né la pienezza né la luce della domenica che viene cantata. C’è una gioia pervasiva e calda che prelude ad una rinascita (auto indotta nel battesimo sul palco dell’Ariston) che può essere vissuta. Rinascere è possibile e desiderabile. 

Achille sembra chiedere ai maestri della domenica (ai farisei del culto): nel dies Domini c’è ancora del godimento? esiste ancora il presagio di una rinascita nel credente, oppure tutto è così formale da non aver lasciato spazio all’amore tra persone?

La Chiesa nasce community e rischia di morire influencer. E’ sorta come una città luminosa sul monte di cui tutti desideravano far parte; ora il centro della sua vita rischia di essere una piazza desolata di rapporti formali, di muri alzati gli uni contro gli altri. 

Nessuna difesa o presa di posizione, che è totalmente contraria all’intento dell’autore. Credo di voler raccogliere come un frutto maturo la provocazione lanciata a Sanremo: tu stai godendo di ciò che vivi? Tu stai godendo della fede che difendi, o ti accanisci su un corpo morto che chiede di rinascere?

Il coro Gospel è arioso e bello, una cornice che non fa da confine (limite) ad una esibizione ma valorizza l’opera posta in mostra. Insomma, cantano bene e sono un coro religioso. Oggi le due cose almeno in alcune circostanze non stanno insieme e uccidono il rito cristiano. Non si gode solo interiormente nel segreto del cuore ma c’è una gioia che va manifestata perché ce ne si riappropri veramente. Il canto corale è espressione di un godimento che crea alleanza tra esseri umani, che intesse una community; insieme eleva lo sguardo dalla polvere del quotidiano all’altezza del giorno di festa. 

Vorrei da cristiano (e da prete) che la mia domenica e quella delle mie comunità avesse un po’ più di godimento e meno posizioni prese; mi piacerebbe che fosse il luogo della festa di fratelli che si tendono la mano. Sogno che sia il ritrovarsi di una famiglia in cui si intessono alleanze che fanno desiderare un’eternità, in qualche modo già in atto.

E tu stai godendo di ciò che vivi?

Don Marco Ferrari
Ho 29 anni e sono prete dal 2017. Vivo a Turate. Mi occupo di Pastorale Giovanile: in pratica ascolto per passione e a volte dico anche qualcosa; aiuto chi cerca una strada, insomma. Sono a caccia di Bellezza e non riesco a non raccontarla; lo faccio scrivendo. Mi diverto su Instagram cercando di lasciare il segno.

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