Skip to main content

Éloise Gabrielle du Brenom contessa Molin morì così – di schianto – rovinando nell’imponente guardaroba della sua camera d’albergo che si affacciava sulle scintillanti vetrine di Via della Spiga, riversa a terra con il cranio fracassato e addosso una sottile vestaglia di satin blu in una uggiosa mattina di fine aprile.

Quel giorno il cameriere aveva risalito le lucide rampe dello scalone di marmo che portava al piano attico.

Reggendo il vassoio della colazione ancora calda, era giunto davanti alla porta della Contessa Gabrielle. Aveva bussato tre volte, come da consuetudine; ma l’unico rimando era stato un innaturale silenzio incrinato solo dalle prime gocce di pioggia che picchiettavano il cemento della strada ancora deserta. Fatto inconsueto questo: la Contessa, da quando alloggiava all’hotel, si era raccomandata di farle recapitare la colazione alle 6:45 del mattino esatte, non un minuto prima o dopo, aveva specificato. 

E così, come ogni mattina, Luigi Sposito, giovane cameriere neoassunto al Grande Étoile Palais, “l’hotel più prestigioso di tutta Milano” – come ci teneva sempre a precisare lui – alle 6:40 in punto era uscito dalle cucine con un vassoio d’argento in perfetto equilibrio sul suo palmo destro.

Aveva calcolato tutto nel minimo dettaglio. Cinque minuti per cinque rampe di scale, da salirsi con calma per evitare che anche una sola goccia di the colasse fuori dalla tazza. Una importante questione professionale a suo dire; per questo aveva fatto carriera così in fretta. “Preciso” era il suo Dio e “puntuale” il suo Spirito Santo, due ideali imprescindibili ed essenziali per un lavoro come il suo. Chi lo conosceva avrebbe giurato che in una seconda vita Sposito sarebbe nato con le sembianze di un orologio da taschino, tassativamente puntuale per natura.

Luigi aveva preso a cuore quel compito mattutino tanto da farsi assegnare sempre lo stesso turno, quello dalle 5 alle 12, per soddisfare al meglio la Contessa.

Sia chiaro, questa ostentata professionalità faceva parte del suo modo di essere ma era ovvio che la misteriosa presenza di Éloise Gabrielle stimolasse, si può dire, le migliori attenzioni di cui il cameriere era capace.

Era arrivata in città tre settimane prima e da allora era uscita dalla camera di rado. Così Luigi attendeva ogni mattina di poter aprire la porta e contemplare quella figura eterea che gli sfilava davanti agli occhi leggera come una nuvola di passaggio nel caldo cielo d’estate.

Con la delusione di quella mattinata, il cameriere tornò di sotto con il vassoio ancora pieno; dopotutto Gabrielle poteva aver trasgredito, per una volta, alla sua rigida sveglia mattutina.

La faccenda iniziò a richiamare l’attenzione generale quando Margherita, cameriera al piano, riferì che per ben due volte si era annunciata alla signora per le pulizie quotidiane ma la porta era rimasta chiusa, come sigillata dal silenzio che filtrava pesante dall’interno della camera.

Alle 11:50 il direttore, Sposito e Margherita varcarono la soglia della camera 505 al quinto piano dell’hotel Grande Étoile Palais per trovarsi testimoni di una scena orrenda.

Il medico legale affermò “morta sul colpo” alla sola vista del cadavere.

Ma quale colpo? Quello dovuto ad un fortuito impatto con l’armadio, o forse qualcuno l’aveva spinta, o colpita?

Accasciato su una sedia di broccato del soggiorno Luigi si reggeva la testa tra le mani singhiozzando. Accanto a lui c’era Margherita che, come una chioccia con i pulcini spaventati, provava inutilmente a calmarlo accarezzandogli i capelli.

Si tentò di ricostruire la dinamica dei fatti. Testimoni attendibili evidentemente non ce n’erano. Dico “attendibili” per riferirmi a qualcuno che non solo i fatti li avesse visti ma che potesse anche raccontarli. Se solo avesse potuto parlare…Miroir, manto di cenere e occhi di un verde così chiaro da sembrare trasparenti, stava compostamente seduto su una poltrona di velluto rosso nell’angolo opposto rispetto al punto dove la sua padrona era crollata a terra. Quel gatto, sempre inquieto e diffidente, a detta di Margherita che, poveretta, era tremendamente allergica al pelo dei felini, osservava ora la scena nella quiete più assoluta.

Quell’animale doveva significare molto per la signora Gabrielle, tanto che, solo per lei, il direttore del Grande Étoile aveva accondisceso a fare un’eccezione al divieto tassativo di introdurre animali nel palazzo se non dopo rinnovate richieste della donna e, forse, con qualche dolce sorriso di lei.

La notizia della morte di Éloise Gabrielle du Brenom Contessa Molin nei giorni successivi rimbalzò su tutte le pagine dei rotocalchi più diffusi.

Si lessero notizie vere e notizie false, si videro stampare storie contrastanti e versioni diverse, tutte che millantavano discutibili verità.

Per qualcuno più al centro della vicenda come Luigi Sposito la questione non era affatto molto più chiara. Tutto ciò che si era accertato era che la donna era rovinata a terra avendo inciampato nelle frange del tappeto lucido di seta scarlatta e frantumato la boccetta di cristallo di Boemia dal contenuto ignoto della preziosa toeletta in legno di rosa. Impossibile parlare di suicidio?

Si trattava forse di un tragico incidente? O forse di un omicidio?

Un solo dettaglio non quadrava. Su di esso qualcuno basò improbabili ricostruzioni del fatto, altri invece lo tralasciarono del tutto, forse per non minare essi stessi la propria versione. Sullo schienale della poltrona di velluto rosso fu trovato un paio di pantaloni neri da uomo, di quelli in tessuto semilucido, di buona marca. Se da stropicciati quali erano fossero stati lavati e stirati accuratamente se ne sarebbero visti di uguali nella lavanderia del Grande Étoile.

Nulla di rilevante non fosse per il fatto che nessuno entrava o usciva dall’albergo senza essere identificato e certamente la Contessa Gabrielle non aveva ricevuto visite.

Qualcuno formulò l’ipotesi rampante e non poco cinematografica che si trattasse della traccia lasciata da un possibile assassino entrato e fuggito dalla finestra della camera. Questa ricostruzione presentava almeno due crepe, una più evidente dell’altra. La prima, superabile dalle menti più impavide, poneva il problema di come un uomo potesse, di nascosto, arrampicarsi al quinto piano di un palazzo nel centro di Milano. La seconda, quella a mio parere molto più pratica, vi invita ad immaginare un criminale che corre via per le strade buie di città senza braghe nel bel mezzo della notte.

Dopo lunghe indagini il caso venne archiviato senza un nulla di fatto e passarono alcuni anni.

Il giovane Sposito divenne il signor Sposito e poi il direttore del Grande Étoile Palais. Nel suo ufficio, su una soffice poltrona di velluto rosso, si poteva ancora vedere ronfare un grosso gatto grigio con gli occhi verdi, così chiari da sembrare trasparenti.

Questa storia fu raccontata molte volte in mille modi diversi, e voi che state leggendo avrete risolto il caso, avrete trovato la vostra verità. Ma la verità assoluta, quella unica, quella di Éloise, quella che separa il vero dal falso, l’accaduto dal non accaduto? Ebbene io vi dico: il come e il perché sarà sempre mistero ma la vera verità è già in ognuna delle vostre tante storie. Perché un solo fatto è certo.

Negli occhi di Miroir si legge:

Éloise Gabrielle du Brenom contessa Molin morì così, di schianto, rovinando nel guardaroba della sua camera al Grande Étoile Palais di Via della Spiga in una piovosa mattina di metà aprile.

Leave a Reply