Un timido filo di luce sfugge alle tende pesanti e si insinua nel mio campo visivo.  Lo osservo allungarsi sul grigio soffitto della camera e sfiorare le sottili crepe che si distendono lungo gli spigoli del muro.

Tutto intorno a me appare immobile, sospeso nella penombra e in quella calma incalzata dall’ultima manciata di minuti che precedono il suono della sveglia sul comodino. 6.58. É solo l’ultima delle tante combinazioni di cifre che scandiscono il ritmo delle mute conversazioni tra me e quelle crepe sul soffitto che un giorno, temo, si sgretolerà pezzo per pezzo, stanco e consumato dal mio sguardo fisso. Eppure oggi, nel buio di un groviglio di coperte, l’aria si spinge fin dentro i miei polmoni rendendomi viva un altro giorno ancora.

Anticipo il fastidioso bip bip delle sette di mattina e raggiungo il bagno.  Dallo specchio i miei occhi gonfi e arrossati mi implorano di saltare la lezione di anatomia; le occhiaie disegnano due solchi profondi, rivendicando uno spazio sul mio viso che ormai da tempo spetta loro. Rassegnata, infilo una maglietta e un paio di jeans e mi chiudo la porta di casa alle spalle.

La città mi assorbe nel suo frenetico caos. Le gambe mi guidano tra i vicoli del centro città ma la mente è altrove, distratta da quel mondo inconsistente di pensieri e insicurezze che ora si addensa attorno a me e mi avvolge. 

Un velo sottile e traslucido mi rende lontana, distante, distaccata da tutto. 

I margini delle figure intorno a me appaiono impercettibilmente sfocati: davanti ai negozi di via Roma vedo le vetrine luminose e colorate, vedo le persone passare e incrociarsi, sento i loro dialoghi ma nulla di ciò che percepisco può scalfire la patina che mi circonda.

Conosco bene questa apatia che allarga il vuoto attorno e dentro di me, conosco bene il silenzio che si arrampica dal basso e mentre sale rallenta il sangue nelle vene, so bene che è proprio in quella assenza di percezioni, troppo spesso scambiata per quiete, che il panico afferra la gola.

Quella sera di luglio sulla spiaggia c’era chi parlava e chi beveva.

Ricordo ancora adesso con precisione matematica: alle mie spalle la festa si raccoglieva attorno agli accordi pizzicati di un paio di chitarre, mentre il mio sguardo si perdeva lontano, tra le increspature delle onde del mare. È così che la pace, o meglio, l’illusione di essa, è penetrata nel mio corpo.

Lentamente, i muscoli si sono rilassati, cullati da un senso di inconsistenza al limite tra sonno e realtà. 

Poi, proprio come in un sogno, le onde mi sono entrate dentro.

Con il fiato mozzato e la gola chiusa vedevo le persone attorno a me respirare, ma dentro i miei polmoni l’aria non arrivava: c’era solo acqua che mi trascinava a fondo, mentre lottavo invano per rimanere a galla.  
Ero affogata dentro me stessa.

Qualcosa di colorato attira la mia attenzione. 

Lungo i Murazzi, a bordo fiume, un uomo passeggia con un aquilone in mano. Oltrepasso il ponte e mi stendo sull’erba della riva opposta. 

L’immagine che ho davanti mi sfiora la mente e cattura il mio sguardo: vedo i colori dell’aquilone riflettersi nell’acqua increspata da un soffio d’aria primaverile e penso che se solo ne avessi avuto uno da bambina magari avrei capito prima che vivere non significa solo lottare per stare a galla. Forse avrei imparato a nuotare nonostante tutte le insicurezze, forse non avrei rinnegato quell’ansia che è cresciuta facendosi strada in ogni parte di me e non avrei accettato di essere spettatrice passiva della mia stessa esistenza per così tanto tempo.

In effetti ho sempre potuto, ma non ho mai saputo far volare il mio aquilone.
Eppure ora, guardando quell’uomo lungo la riva, riesco a credere nella leggerezza. L’aria che entra in corpo non è più solo ossigeno, è quella brezza che può sollevarmi da terra e farmi sognare in un futuro diverso: chissà, magari un giorno guarderò le onde del mare di notte e sentirò davvero la pace dentro di me; o magari una mattina, guardando le mie occhiaie allo specchio, qualcuno accanto a me, accarezzandomi sulle guance, dirà con un sorriso che sono bella così. 

In una stanza grigia di Via Nizza la luce del pomeriggio si allunga sulle crepe di un soffitto dagli angoli un po’ ammuffiti e gioca con le ombre delle lenzuola stropicciate sul letto. 

Sul comodino una radiosveglia segna le 16:45, un filo di vento smuove le tende della camera.

Lontano, vicino ai Murazzi, tra le persone che passeggiano e gruppi di ragazzi seduti lungo il fiume, si scorgono due aquiloni volare nel cielo illuminato dal tiepido sole di aprile.

Gaia Valesano
Dicono di me che sono introversa e di poche parole, la verità è che solo con carta e penna il mio groviglio di pensieri sembra districarsi. Ciò che leggerete qui saranno quindi gli schizzi di un disegno più ampio, un tentativo costante di scovare nei racconti che scrivo la mia stessa storia e di plasmare, al contempo, le storie degli altri.

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