I fatti della più recente esperienza politica italiana sono piuttosto chiari. Si vive in un periodo in cui i piani a lunga scadenza, in cui la progettualità politica non sono tenuti in alcun conto. E la cosa è facilmente spiegabile attraverso una immediata osservazione di quelli che sono gli attuali assetti politici nel nostro Paese.

Un’invettiva cruda e fulminea

Come quando si sta per un po’ alla finestra guardando cosa capita sulla strada che dall’alto si vede nella sua interezza, voglio esprimermi in merito a ciò che ho lautamente visto negli scorsi tempi.

Ebbene, in politica ho visto paventarsi, ora più che mai, il nulla ideologico, bensì solamente una rincorsa forsennata, come urlatori al mercato, nella ricerca e nello strillio di quegli articoli da vendere all’ingrosso e subito, articoli che potessero avere più presa sulla massa di acquirenti. Proprio a questo mi riportano i proponimenti brillanti delle due schiere.

In una Nazione in cui il governo è in mano ad un ristretto corpus, ormai autocratico rispetto alle classiche dinamiche impastate cui ci abitua la nostra storia, la politica replicante bighellona. Esatto, non si può definire in altra maniera l’attuale linea della totalità dei partiti italiani, in una strenua situazione di a-potere e ricerca di identità. Non vi è, infatti, al di là di meschini asset politici di maggioranza teorica, i quali trovano identità solamente nel garantire al premier Draghi la legittimazione costituzionale per proseguire con i suoi risanamenti, una chiara e propria linea politica in seno ai nostri partiti.

Vi è, all’opposto, una chiara crisi di valori, un roteare di tematiche, di invettive gettate nel fuoco della folla, ansiose di essere abbracciate dal popolo, in modo da riconferire al partito una qualche credibilità per potere continuare a vivacchiare, e per non parere del tutto inutili, dal momento che l’azione attiva dei partiti, ad oggi, è praticamente come quella dei navigator: grandi declamazioni per poi essere seduti vicino al cestino dell’immondizia dei centri dell’impiego.

L’esperienza della pandemia ha messo a nudo, se così è possibile affermare, la criticità della nostra politica e l’assenza di prospettive. Così, il vuoto della politica si manifesta in maniera tangibile.

Come?

Nella più totale mancanza di prospettive, di salienti proponimenti, di piani coerenti e funzionali nel rispondere alle mine che non possiamo che calpestare ogni giorno. E invece, nella procrastinazione dei temi che dovrebbero essere di primaria importanza nell’intento di risollevare la Nazione e di rimetterla perlomeno in marcia, di cosa si preoccupano i nostri rappresentanti?

Lasciano il lavoro sporco e noioso (si sa, parlare di economia non attira la folla, meglio parlare di come i leghisti brucino nel forno i figli omosessuali) a Draghi, impegnato nella ristrutturazione degli assetti economici nazionali, e nella, efficace da parte sua, regolazione della struttura anti-Covid. Dall’altro lato, pare manifesta l’occupazione costante dei nostri rappresentanti: inventare modalità per rimanere in sella. Proporre cavalli di battaglia, lustrarli bene e lanciarli tramite i più battuti canali social per raccogliere i loro frutti: convincere beoni e pecoroni che dimorano nell’intranet della società. E di cosa devono essere convinti costoro?

È ovvio, è notizia accresciuta dai nostri TG e soggetta alle più mirabolanti interpolazioni fantasiose. La necessità, secondo tali, di concentrare l’attenzione su una inequivocabile ed inesorabile invasione di migranti, come sempre declamata da urlatori del tutto incapaci di visualizzarne cause ed effetti e di concepire una risoluzione del problema a monte, di certo impossibile in virtù delle amenità strategiche della politica europea tutta. E dall’altro: una tempesta autoritaria, un revival del PCUS di epoca staliniana a proposito dei diritti sessuali, che pare -ovviamente- l’unica utilissima risposta alla moria causata dal Covid: la ormai leggendaria proposta Zan. D’altronde è un discorso interrotto: questa sensazionale dialettica dell’eccesso e della interiorizzazione degli imperativi del neo-linguaggio sessuale era sulla bocca dei più brillanti giornalisti fino a marzo 2020, e giustamente, una volta (forse) vinto il Covid, non possiamo che tornare a trattare degli stessi temi. Come se i milioni di vittime del Covid e le stragi economiche non fossero abbastanza interessanti per un popolo che vuole discutere se l’identità sessuale sia sancita dall’interpretazione del gusto e del sentimento di ognuno, in virtù delle sensazioni provate una volta alzati dal letto di prima mattina o se dipenda da fattori biologici.

Pret-a-penser

Che spasso il presente: millenni di storia per prendere a picconate tutto quello che non dipenda dall’unica massima oggi sacrosanta: faccio quel che voglio. A confronto della nostra pseudo-neo-cultura, le invasioni barbariche hanno fatto il solletico al modo preesistente.

Meno male che ci resta la cultura e l’arte: ah no, adesso c’è qualche massimo esperto americano che afferma che queste sono bianche, etnocentriche, misogine e razziste e quindi vanno cancellate.

Non importa: ci resterà la discussione in merito a cosa dicono o come si vestono i Maneskin e il buon Fedez, ormai Pret-a-penser di una sinistra talmente intellettuale da avere questi come massimo trascinatore di folle e massimo pensatore.

Nicolò Rovere

Nicolo Rovere
Nicolò Rovere. Dottore in Storia ed in Medieval Historical Sciences, specializzato in Storia del Mondo Islamico, Storia delle Crociate e Storia della Russia medievale presso l'università degli studi di Torino e presso la HSE University San Pietroburgo. Obiettivi nella scrittura: sinergia e approfondimenti fra storia e politica.

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